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Nessuno merita di morire in mare. Ma nemmeno sulla terraferma.

di Regina Catrambone

Foto di MOAS.eu

Foto di MOAS.eu

Dall’altra parte del mondo, in un’area compresa fra il Myanmar e il Bangladesh, con la frontiera a fare ancora una volta da ponte fra salvezza e persecuzione, una minoranza musulmana poco conosciuta tenta di sopravvivere agli stenti e alle violenze. I nostri fratelli e sorelle Rohingya sono infatti persone in pericolo, in particolare nello stato di Rakhine nell’area a nord del Paese. Sono attualmente circa 1.1 milioni i Rohingya che vivono in Myanmar e a cui dal 1982 viene negata la cittadinanza. Essendo apolidi, e a causa delle discriminazioni subite, sono limitati nell’accesso al sistema sanitario e scolastico nonché esposti a detenzioni o arresti arbitrari e lavori forzati.

Dal mese di agosto circa 415.000 fra bambini, donne e uomini hanno attraversato la frontiera col Bangladesh per trovarvi riparo e le loro condizioni sono disastrose da un punto di vista umanitario: spaventati, affamati, assetati e impossibilitati ad accedere alle cure mediche di base vivono in un’area circostante Cox’s Bazar. Recentemente anche l’UNHCR si è mobilitato per prestare assistenza a quella che è stata definita “una delle minoranze più perseguitate al mondo”, fornendo tende e aiuti di prima necessità.

In seguito ai cambiamenti dello scenario del Mediterraneo e all’appello di Papa Francesco - che il 27 agosto invitava il mondo intero a metter fine alle violenze contro i nostri fratelli e sorelle musulmani -, con MOAS Italia abbiamo deciso di riposizionare la nave Phoenix , ormai diventata simbolo di fratellanza e speranza universali, nel Sud-Est asiatico. Viste le troppe ombre che pesano sulla Libia e sul destino delle persone intrappolate in un Paese instabile che non è in grado di garantire il rispetto dei diritti umani fondamentali, nel terzo anniversario dalla prima missione SAR abbiamo deciso di scegliere nuovamente la via del coraggio di fronte all’inazione. E anche in questo caso, le parole di Papa Francesco ci hanno motivati ad agire senza ulteriori esitazioni.

Come tre anni fa con il lancio del nostro progetto pioneristico, oggi il team di MOAS Italia ha deciso di prestare aiuto e assistenza umanitaria e medica sul campo ai Rohingya. Nel 2013 l’evidenza delle morti in mare e la mancanza di risposte istituzionali ci spinsero a metterci in prima linea al servizio dei più vulnerabili. Nella stessa ottica di fratellanza e assistenza umanitaria, MOAS Italia a settembre 2017 ha deciso di impegnarsi in un’area più lontana dal “nostro mare”, perché la sofferenza e l’umanità non hanno confini e superano ogni barriera o distanza geografica.

Nel 2015 avevamo già condotto delle ricerche e nel maggio 2016 abbiamo pubblicato un report proprio sulla situazione dei Rohingya nello Stato di Rakhine, in cui spiegavamo i problemi principali per questa minoranza che è priva perfino della cittadinanza. Alla luce delle conoscenze acquisite sul campo e in tre anni di missioni per alleviare la sofferenza dei più vulnerabili, abbiamo quindi agito guidati dal coraggio e dalla misericordia.

Intendiamo mantenere viva la speranza dove è maggiormente necessaria, nel rispetto dei nostri principi umanitari.

Credo che sia fondamentale agire in difesa di chi è vittima di abusi e violenze, essere la voce di chi voce non ha. Condividiamo lo stesso pianeta e non possiamo illuderci che la felicità sia un fatto privato o che la sofferenza di alcuni non abbia conseguenze su ciascuno di noi. Un mondo ingiusto verso alcuni dei suoi figli è un mondo ingiusto verso tutti. Il mancato rispetto dei diritti e della dignità umana deve indignarci tutti.

Tutti noi nati nella “parte giusta” del mondo abbiamo il dovere di difendere la libertà e la vita di chi è vittima di indicibili sofferenze. Il nostro benessere e la pace nei nostri Paesi non devono farci voltare lo sguardo altrove, non devono diventare una scusa per rimanere indifferenti a chi soffre. Nella corsa contro il tempo per svolgere tutte le attività quotidiane dobbiamo trovare il tempo per correre la maratona della speranza ed essere pronti a reagire alle sfide che il nostro mondo ci presenta.

Dobbiamo coltivare i delicati semi della libertà, della giustizia, del dialogo inter-religioso, impegnandoci quotidianamente a costruire una cultura basata sul rispetto dei diritti umani e sull’empatia che ci permettono di superare ogni differenza.

La filosofia del MOAS è iniziata come un progetto pionieristico di una famiglia che non voleva rimanere indifferente alla tragica eventualità delle morti in mare, si è sviluppato coinvolgendo partner operativi, ONG, donatori internazionali e ha ispirato altre organizzazioni che hanno seguito il nostro esempio. In soli tre anni abbiamo salvato e assistito oltre 40.000 bambini, donne e uomini in una corsa fra la vita e la morte, e con lo stesso animo desideriamo continuare il nostro impegno umanitario.

Proprio per questo abbiamo bisogno di sostegno di tutti per portare avanti questa nuova missione e continuare ad impegnarci negli altri progetti avviati. In primis, quello dei corridoi umanitari che consentirebbero a gruppi vulnerabili di persone di giungere sul suolo europeo in modo sicuro e legale, smantellando anche le reti dei trafficanti di morte.

Perché nessuno merita di morire in mare. Ma nemmeno sulla terraferma.

Analisi di Regina Catrambone, Co-Fondatrice e Direttrice MOAS

22 settembre 2017

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