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Note sul perdono

di Nadia Neri, psicologa analista

Parto da un libro recente dello psicoanalista lacaniano Massimo Recalcati, Non è più come prima. Elogio del perdono nella vita amorosa, per fare alcune riflessioni. L'autore va con coraggio controcorrente ed esprime la possibilità che nella vita amorosa si possa anche perdonare un tradimento. Nel lavoro con i pazienti quasi quotidianamente affrontiamo il dolore del tradire e dell'essere tradito in una coppia, dolore sicuramente lacerante più dei problemi sessuali perché, secondo me, ferisce nella fiducia di base che riponiamo nell'altro. Ci sembra che chi ci ha tradito non sia più quello di prima e ciò sembra dolorosamente irreversibile. In una coppia, in questi casi, si cade facilmente nel rischio di proiettare nell'altro tutte le colpe e di irrigidirsi in ruoli fissi: il traditore cattivo e infedele e il tradito solo vittima - uso il maschile, ma è ovvio che nelle due figure possono esservi sia l'uomo che la donna.

La difficoltà, in questi casi, di riuscire a fare un lavoro su di sé spinge spesso le persone a scegliere la strada 'facile' del taglio, della separazione. Recalcati, invece, ci prospetta la possibilità del perdono, ma va sottolineato come egli metta in luce che la persona tradita si trovi di fronte ad un bivio di grosso impatto emotivo: perdonare o riconoscere l'impossibilità a perdonare. Molti sostengono che la fedeltà nella vita di coppia sia un'illusione o un'impossibilità - per i riferimenti a Freud rimando al libro di Recalcati. Anche Jung sostiene questa tesi, e lo dimostra anche nella sua vita. Come documento ampiamente nel mio libro Oltre l'Ombra. Donne intorno a Jung, infatti, egli aveva una moglie, Emma Rauschenbach Jung, e una compagna 'ufficiale', Toni Wolff, entrambe psicoanaliste.

Perdonare è molto difficile e doloroso e costringe a toccare livelli psichici profondi se vuole essere autentico, non basta infatti appellarsi a una dimensione o a un precetto spirituale, perché il rischio che si corre è quello di farlo per un'istanza superegoica e non come frutto di un lavoro introspettivo. Se non riusciamo ad accedere al perdono rischiamo di essere vissuti per sempre dal risentimento, un sentimento che spesso si trasmette addirittura tra generazioni e segna la nostra vita emotiva in modo irreversibile. Penso a Jean Améry in Intellettuale ad Auschwitz, un saggio nel quale parla del risentimento, segno di una ferita per lui irreparabile che lo porterà al suicidio. Si ricordi che sia l'ottimismo di Etty Hillesum che il risentimento di Améry sono due sentimenti speculari che nascono dalla stessa tragedia e devono restare dentro di noi, in modo diverso, come ammonimento.

Allargherei il discorso al perdonare in generale, perché il travaglio personale è sulla stessa lunghezza d'onda. Spesso infatti si tralascia un aspetto molto importante: bisogna imparare anche a perdonare se stessi. Si potrebbe dire che esiste un perdono interpersonale e uno intrapsichico, e in questo caso bisogna analizzare quale processo interiore avvenga nella vittima che poi riesce a perdonare. Innanzitutto si evita un grosso pericolo che è quello della 'colpa nevrotica', come la chiama Marie Balmary ne Le sacrifice interdit, cioè una colpa che proviamo non per aver offeso ma al contrario per le offese ricevute e per le quali abbiamo sofferto. Senza elaborazione interiore di questa colpa può accadere che per sfuggire a una situazione dolorosa si trovi come unica via d'uscita quella di commettere le stesse offese. Questo aspetto del perdonare se stessi viene spesso trascurato quasi fosse un controsenso, invece io vorrei sottolinearne la centralità con forza!

Esiste uno squilibrio tra chi perdona e chi lo riceve. Hannah Arendt sostiene in Vita activa che il perdono è un miracolo, un atto di fede che deve essere praticato dagli uomini gli uni verso gli altri prima che essi possano sperare di essere perdonati anche da Dio. Afferma anche come il perdono sia l'esatto opposto della vendetta e come sia imprevedibile, “l'atto del perdonare non può mai essere previsto; è la sola reazione che agisca in maniera inaspettata e che quindi ha in sé, pur essendo una reazione, qualcosa del carattere originale dell'azione. Perdonare, in altre parole, è la sola reazione, che non si limita a re-agire, ma agisce in maniera nuova e inaspettata”. Più avanti la Arendt riporta un passo significativo di Gesù che esplicita la conoscenza profonda di queste dinamiche: "i suoi peccati, che sono molti, saranno perdonati perché essa ha molto amato: poco ama chi poco è stato perdonato".

Più pessimista la posizione di W. Jankélévitch nel breve saggio Perdonare?: “esiste tra l'assoluto della legge dell'amore e l'assoluto della libertà malvagia una lacerazione che non può essere totale. Non abbiamo cercato di riconciliare l'irrazionalità del male con l'onnipotenza dell'amore. Il perdono è forte come il male, ma il male è forte come il perdono”.
Vorrei proporre infine un concetto alternativo al perdono, ma sempre sul versante positivo: quello della riconciliazione. Secondo me può essere molto utile mettere a confronto questi due concetti, perdono e riconciliazione. Se ne parlerà in altre note, ma mi preme solo sottolineare un aspetto: nella riconciliazione, all'opposto che nel perdono, la vittima e chi offende si mettono sullo stesso piano con il riconoscimento reciproco dei torti fatti e subiti. Finisco con un interrogativo: è più difficile perdonare o riconciliarsi?

Analisi di Nadia Neri, psicologa analista

9 giugno 2014

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