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Novantacinquesimo anniversario del genocidio armeno

editoriale di Pietro Kuciukian

24 aprile 2010. Sono trascorsi novantacinque anni. Qualcosa di terribile accadeva nelle case, nelle famiglie, nella terra che abitavamo da più di due millenni. Oggi, in patria e in diaspora, ricordiamo i nostri morti con cerimonie religiose e cerimonie civili, e soprattutto li ricordiamo dentro di noi, in quel dialogo silente che ciascuno ha con le persone care scomparse. Ma noi armeni ogni anno sentiamo sempre più pressante l’impegno a continuare la battaglia per la verità e la giustizia. Vorremmo seppellire i nostri morti, ritrovare pace in un gesto di riconoscimento di ciò che è stato fatto ai nostri padri. Siamo vittime di una memoria negata. Il governo turco non concede al suo popolo la libertà di vedere i fatti, di conoscere la propria storia, di riscoprire il significato di una convivenza che è stata possibile per secoli pur nella diversità di culture e religioni, di capire come sorge il male, come viene interrotta la catena della solidarietà tra gli esseri umani ; o di capire come alcuni sono stati capaci di opporsi alla violenza, di soccorrere, di salvare, di testimoniare.


La condizione dell’esilio è uguale per tutti i popoli, ma lo sradicamento forzato e la cancellazione delle tracce di un popolo sono qualcosa di più: una cultura radicata su un territorio persa per sempre. Il fardello del dolore è troppo grande per guardare serenamente al futuro, appesantito da un negazionismo sordo e ostinato.


Perché ricordare? Non è meglio dimenticare? La frattura che un genocidio crea nella storia di un popolo difficilmente può essere superata, ma se fosse possibile recuperare la verità e scrivere la nostra storia insieme a quei turchi “giusti”che allora hanno resistito e che resistono oggi, potremmo sperare in un futuro diverso dal passato. Non rivendicazioni, ma riconciliazione.


Le preghiere degli armeni sono rivolte oggi alle loro vittime, ma anche ai salvatori e ai “testimoni di verità”. È questo il senso da dare a una memoria proiettata sul presente e aperta a un futuro di dialogo. Tanti non armeni ci sono vicini. Condividendo il nostro dolore trasformano le memorie individuali delle nostre sofferenze in memoria storica comune e ci danno forza per manifestarci in ciò che siamo, nella nostra identità culturale, in ciò che ancora possiamo dare al mondo.
Sono ormai anziano, ho vissuto molti “24 aprile”, ma ogni anno mi ricordo di ciò che mi aveva raccontato mio padre, di quel nonno armeno, suddito ottomano, che doveva essere deportato e che prima di partire aveva riparato l’aratro: “chi verrà dopo di me ne avrà bisogno”. Viviamo tutti sulla stessa terra.

Pietro Kuciukian, console onorario d’Armenia in Italia

Analisi di Pietro Kuciukian, console onorario d’Armenia in Italia

24 aprile 2010

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