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Nulla sarà più come prima. Anche la memoria?

di Anna Foa

https://www.myjewishlearning.com/article/remember-dont-forget/

Che la Shoah abbia rappresentato una frattura fondamentale nella civiltà europea, uno di quelle rotture che segnano la storia e dopo le quali nulla è più come prima, è un discorso su cui pochi hanno obiezioni, a parte naturalmente i fascisti dichiarati e i negazionisti. Dopo la Shoah, ad esempio, e in seguito alla Shoah, è radicalmente mutato il rapporto tra cristianesimo ed ebrei, e la Chiesa ha abbandonato la tradizione millenaria dell’antigiudaismo. Dopo la Shoah, e in seguito alla Shoah, sono nati quel diritto internazionale e quella riflessione sui diritti umani, che nel Novecento genocidario né il genocidio degli herero né quello degli armeni, e nemmeno l’”inutile strage” della Prima guerra mondiale erano riusciti a edificare. Due campi fondamentali del pensiero, quello religioso e quello giuridico, che dalla Shoah hanno derivato dei cambiamenti radicali.

Ma sappiamo anche che il processo di costruzione della memoria, su cui questi cambiamenti si sono innestati, è stato un processo lungo, contrastato, segnato da mutamenti importanti e ritorni al passato. E abbiamo sempre pensato, credo, che tutto questo, la memoria della Shoah come quella dei genocidi che hanno segnato la nostra storia recente, non erano destinati a durare in eterno, almeno non nella forma in cui noi ne abbiamo ora coscienza. Che se eventi traumatici della stessa valenza si dovessero ripresentare, come una guerra nucleare tanto per fare un esempio, ci troveremmo, almeno quelli fra noi sopravvissuti, a fare i conti con nuove elaborazioni di memorie. Che le priorità cambierebbero, che la Shoah impallidirebbe sullo sfondo, messa in ombra dal tempo e dai nuovi eventi.

Possiamo dire che la pandemia di coronavirus presenti per la nostra memoria simili rischi? Cosa si intende quando si dice che nulla sarà più come prima? Ci riferiamo all’economia, alla crisi che ci sta già colpendo, alla possibilità di conoscere di nuovo, noi europei almeno, dopo oltre settant’anni, la fame, la miseria, la rinuncia certo al nostro passato standard di vita? Ma non dovremmo anche pensare a qualcosa di più immateriale: le percezioni che abbiamo del mondo e della storia, della letteratura e della musica, del rapporto con il tempo e con lo spazio? E insieme con la memoria, credo. A me è successo, mentre scrivevo nei mesi del lockdown cose che avevo programmato prima del virus, di domandarmi se ci sarebbe stato ancora qualcuno interessato a leggermi. Se ciò che facevo non fosse diventato inutile. È possibile, soprattutto se tutto questo continuerà, se ci sarà la prevista nuova ondata, che i cambiamenti a cui siamo di fronte possano arrivare a riguardare molti aspetti del nostro modo di pensare noi stessi e il nostro passato. Dopo la grande epidemia di Peste Nera del 1348, una pandemia che si portò via un terzo della popolazione delle terre conosciute, cambiarono molte cose e tra di esse in primo luogo le paure collettive. Gli ebrei furono aggrediti e assassinati come untori, come causa e ragione del morbo. E non solo loro, pensiamo al Manzoni e alla sua Colonna infame. Non siamo oggi a quel livello, ma ci sono segnali inquietanti. E le paure della contaminazione sono sempre dietro l’angolo.

Mentre scrivo mi interessa la memoria: saremo capaci di considerare ancora essenziale conoscere cosa successe agli ebrei, e non solo a loro, nei campi di sterminio? Saremo capaci di pensare “Mai più”? Saremo capaci di guardare ai Giusti dell’umanità intera, a quelli che si sono assunti la responsabilità di salvare le vite degli esseri umani, e di considerarli come un esempio da seguire?

Credo che dobbiamo fare attenzione a tutti quei segnali che ci possono avvisare che la nostra memoria si è offuscata, che le nostre priorità sono cambiate. Che la nostra storia non ci interessa più. Ma per farlo dobbiamo evitare di metterci sulla difensiva. Non dobbiamo costruire muri, e in questo frangente è semmai più necessario far nascere ponti. Dobbiamo rinnovarci continuamente, evitare di difendere il passato, ma elaborarlo per trarne insegnamenti e guide. L’unico modo di difendere questa memoria che ci è cara è quello di accettare che cambi, che assuma tutte le responsabilità che se ne possono trarre, quelle del passato ma anche quelle del futuro.

Anna Foa, storica

Analisi di Anna Foa, storica

8 giugno 2020

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