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Odio, indifferenza, intolleranza

di Nadia Neri

I due minuti d'odio del film "1984" di Michael Radford, tratto dal libro di George Orwell

I due minuti d'odio del film "1984" di Michael Radford, tratto dal libro di George Orwell

Pubblichiamo di seguito la riflessione di Nadia Neri, psicologa analista, a partire dall'editoriale di Gabriele Nissim "Guardiamo il mondo da un drone per contrastare la cultura del nemico". Il dibattito apre la strada alla seconda edizione di GariwoNetwork, che analizzerà il ruolo dei Giusti e dei Giardini di fronte alla crescente cultura dell'odio e del nemico.

Nel lontano 2007 ho ideato e curato un volume dal titolo L’odio. Irreparabile?. Riprendendolo in mano oggi, mi hanno molto colpito due cose: l’estrema attualità dei problemi trattati e soprattutto la constatazione che ora l’odio è quasi diventato un valore dominante.

Per me che lavoro da più di 40 anni come psicoanalista non è difficile individuare quali siano le dinamiche profonde in atto nella nostra società: si sono slatentizzati e quindi giustificati il risentimento, l’odio o il disprezzo verso il diverso e soprattutto viene considerato vincente un meccanismo che permette di non sentirsi mai responsabile o in colpa, perché il nemico è sempre fuori di noi. In modo scientifico, questo meccanismo viene messo in atto su ogni argomento o problema della nostra società, in una propaganda che sembra istintiva - ma non lo è affatto.

La storia ci insegna come sia facile convogliare sentimenti ostili verso un gruppo, un popolo, una religione, un pensiero politico; così si crea un capro espiatorio sul quale proiettare tutte le ostilità e il disprezzo. Oggi questi meccanismi hanno una diffusione pericolosissima e capillare attraverso Facebook e Twitter. Ognuno è bombardato da notizie, spesso false, senza alcuna possibilità di contraddittorio. Così le informazioni vengono manipolate e selezionate. Per esempio, se un italiano violenta una donna diventa una piccolissima notizia, se invece è un emigrato straniero a commettere lo stesso reato, l’annuncio viene amplificato al massimo. Ma potrei fare migliaia di esempi, talmente siamo inondati da questi meccanismi ormai quotidianamente.

George Orwell, nel suo famoso romanzo 1984, immaginava, nella descrizione della vita totalitaria, un teleschermo dotato di potere assoluto di controllo e formazione delle coscienze, la cui funzione era l’istituzione di ben due minuti di odio quotidiani. Riporto alcune brevi descrizioni dei due minuti d’odio perché le considero molto evocative per noi oggi. “Un istante appresso un fastidioso stridore, come d’un ingranaggio di qualche diabolica macchina non ben lubrificata, si fece sentire, con uno scoppio, dal grande teleschermo in fondo alla sala. Era un rumore che faceva drizzare i capelli in capo. L’Odio era cominciato. Come al solito, la faccia di Emmanuel Goldstein, il Nemico del Popolo, era apparsa sullo schermo....I programmi dei Due Minuti d’Odio variavano a seconda dei giorni, ma non ce n’era nessuno in cui Goldstein non fosse la figura principale. Egli era stato il supremo traditore... prima ancora che fossero passati una trentina di secondi d’Odio, incontrollabili manifestazioni di rabbia ruppero fuori da una metà del pubblico della sala...Durante il suo secondo minuto, l’Odio arrivò fino al delirio...La cosa più terribile dei Due Minuti d’Odio non consisteva tanto nel fatto che bisognava prendervi parte, ma, al contrario, proprio nel fatto che non si poteva trovar modo di evitare di unirsi al coro delle esecrazioni...Eppure la rabbia da cui ognuno si sentiva posseduto era una emozione astratta e indiretta che poteva mutare oggetto in un batter d’occhio, così come muta direzione il raggio di una lampada tascabile...” (dall’ed. Oscar Mondadori,1973, trad. di Gabriele Baldini, pp.35-37).

Noi oggi assistiamo in più a forme di indifferenza e apatia così radicate da lasciare sgomenti. Molto significative a questo proposito le considerazioni di Simona Argentieri: “quella forma di odio di stampo narcisistico, che mi pare tipica della nostra epoca: apatia senza passioni, che non riconosce l’esistenza degli altri, oppure la riconosce, ma senza attribuirvi né valore, né significato (la cattiveria senza odio, la crudeltà “innocente”, l’indifferenza narcisistica, la distruttività “dolce”, senza violenza).
Questa è l’atmosfera dominante oggi. Sembra vincente, ma siamo in tanti, sparsi, slegati, ma desiderosi di non farci sopraffare dal pessimismo o dalla disperazione e di trovare forme creative e vitali per manifestare un forte dissenso - insieme ai nostri valori.

Non posso non fare riferimento alla testimonianza che ci ha lasciato Etty Hillesum, perché ci può indicare la via. La Hillesum riporta in primo piano e vive personalmente virtù fondamentali, ora relegate a una minoranza esigua: l’indignazione come alternativa all’odio, la semplicità come essenzialità e la compassione. Si pensi al fatto che oggi operare il bene viene deriso come buonismo, con un superficiale e vergognoso tam tam propagandistico.
Etty Hillesum vive con coerenza ciò che scrive nei quaderni del suo Diario, e soprattutto riesce a testimoniare verità rivoluzionarie è perseguitata come ebrea dai nazisti. Mi ha sempre commosso la sua capacità di vivere e denunciare mentre è perseguitata e non dopo, alla fine della guerra. Due punti fondamentali sono testimoniati dalla Hillesum: innanzitutto un invito pressante a non odiare e a non vedere il nemico sempre fuori di noi. Se vogliamo un mondo migliore dopo la guerra, sostiene Etty, dobbiamo iniziare da un lavoro introspettivo, scoprire prima in noi l’esistenza di tutte quelle componenti psichiche che critichiamo negli altri, cioè fuori di noi. “Il marciume che c’è negli altri c’e’ anche in noi, continuavo a predicare; e non vedo nessun’altra soluzione, veramente non ne vedo nessun’altra, che quella di raccoglierci in noi stessi e di strappar via il nostro marciume. Non credo più che si possa migliorare qualcosa nel mondo esterno senza aver fatto prima la nostra parte dentro di noi. È l’unica lezione di questa guerra: dobbiamo cercare in noi stessi, non altrove”.

Da questa affermazione forte che andava - e va - controcorrente, Etty ricava il secondo caposaldo del suo modo di vivere, la responsabilità individuale, base necessaria di ogni democrazia autentica. Nomino solo, non posso approfondire in questo articolo, la spiritualità della Hillesum aperta a tutte le manifestazioni religiose, al di là di ogni singola chiesa, in un colloquio ininterrotto e diretto con Dio.

Tanti apprezzano e lodano da anni Etty Hillesum, ma credo sia importante oggi passare da un’ammirazione meramente intellettuale ad una messa in pratica nella vita di ognuno di noi dei suoi insegnamenti e della sua testimonianza, consapevoli che sarà un percorso difficile, spesso doloroso, ma necessario se vogliamo veramente un mondo migliore, certamente lontanissimo da quello nel quale stiamo vivendo.

Nadia Neri, psicologa analista

Analisi di Nadia Neri, psicologa analista

1 ottobre 2018

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