Gariwo: la foresta dei Giusti

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Ogni atomo di odio che aggiungiamo al mondo lo rende ancora più inospitale

di Klaas Smelik

Le parole di Klaas Smelik in occasione dell'incontro del 14 marzo a Palazzo Marino "I Giusti raccontano"

Il 25 luglio 1942 Julius Spier, terapeuta e maestro di Etty Hillesum, le confidava:

Questo è il momento di mettere in pratica il detto: amate i vostri nemici. E se lo diciamo noi, bisognerà pur credere che sia possibile.

Julius Spier, pur essendo ebreo, era affascinato dal Nuovo Testamento, dal cristianesimo e dalla figura di Cristo. Anche Etty Hillesum leggeva il Nuovo Testamento, ma dai suoi diari non emerge alcun interesse particolare per Gesù di Nazareth. Nel passo appena citato, Spier fa riferimento a uno dei principi fondamentali introdotti da Gesù: “Ama il tuo prossimo”, e afferma poi che non basta condividere la parola ma occorre credere nella possibilità di poter amare davvero i nemici, anche in tempo di guerra.

Se una cosa è non odiare, un’altra è amare il nemico. Come si fa ad amare il nemico? Alla ricerca di una risposta, la Hillesum riflette – sulla scia di Carl Gustav Jung, il maestro di Spier – sulla presenza del male nell’uomo e si convince che non è solo il nemico ad accogliere il male, ma che il bene e il male sono radicati in ogni essere umano.

Eh, dentro di noi abbiamo già tutto: Dio e cielo e inferno e terra e vita e morte e secoli, tanti secoli.

Etty Hillesum riscontra questa compresenza dei due estremi in ogni circostanza della vita. Il bene e il male sono presenti in ogni situazione come lo sono in ogni individuo.

... certe volte si sente dire: “Tu volgi proprio tutto in bene.” Trovo che sia un’espressione insulsa. Le cose sono, dovunque, completamente buone – e al tempo stesso, completamente cattive. Così si bilanciano, dovunque e sempre. Io non ho mai la sensazione che debbo volgere qualcosa in bene, tutto è sempre e completamente un bene così com’è. Ogni situazione, per quanto miserevole, è qualcosa di assoluto, e contiene in sé il bene come il male.

Ecco perché è importante evitare di pensare secondo rigide categorie bianco-nero. Per poter odiare un nemico ci si devono mettere i paraocchi. Si deve da un lato guardare altrove per non vedere che è un essere umano pure lui, dall’altro occorre ignorare che le stesse caratteristiche odiate nell’antagonista sono presenti anche nelle persone schierate dalla propria parte.

Durante una conversazione con mio padre Klaas Smelik senior, “vecchio e indomabile combattente della causa proletaria”, Etty Hillesum tentò di convincerlo della propria concezione stando alla quale, tra amico e nemico, non vi sarebbe alcuna differenza essenziale. Nel suo diario riporta un dettagliato resoconto di quello scambio di vedute. La ragazza inizia osservando come la realtà non corrisponda all’inflessibile schema mentale bianco-nero che vige tra la gente durante un periodo bellico e gli fa notare come, nel campo di Westerbork, ci siano persone che si comportano in maniera analoga a quella dei nazisti. Cerca poi – nel bel mezzo della guerra, quando l’odio costituì il motore dell’intero sistema finalizzato alla distruzione – di convincere il suo amico Klaas che non esiste una fondamentale differenza tra i tedeschi e le loro vittime.

La Hillesum propone il seguente esempio. Per la gestione quotidiana del campo di Westerbork, il comandante tedesco aveva nominato degli ebrei perché lo assistessero nello svolgimento del suo compito. Uno di quegli ebrei, a giudizio della giovane studiosa, rappresentava il tipico esempio di una persona che aveva in odio i tedeschi ma non era affatto migliore. Etty Hillesum cerca in seguito di rafforzare la sua affermazione con una descrizione dell’aspetto dell’uomo, seguito da un’analisi psicologica.

Klaas, con l’odio non si combina niente, la realtà è ben diversa da come ce la costruiamo noi. Prendi quel nostro assistente. Ci penso spesso. La cosa che più mi colpisce è il suo collo diritto e rigido. Odia i suoi persecutori con un odio che suppongo sia giustificato, ma è un uomo crudele anche lui. Sarebbe il comandante perfetto di un campo di concentramento. Lo osservavo spesso mentre si tratteneva all’ingresso del lager, quasi fosse lì per stare alle costole dei suoi correligionari , non è mai stato uno spettacolo molto piacevole. Ricordo ancora il modo con cui aveva dato a un bambino di tre anni che piangeva qualche sporco pezzetto di liquirizia: glieli aveva buttati sul tavolo di legno dicendogli paternamente: sta’ attento a non sporcarti il muso. Ripensandoci, credo si trattasse di goffaggine e di timidezza, piuttosto che di malagrazia: semplicemente, non riusciva a trovare il tono giusto. Ma era anche uno dei giuristi olandesi più brillanti e i suoi articoli, intelligentissimi, erano formulati in maniera magnifica. Ogni volta che lo vedevo girare tra la gente, con quel collo diritto, lo sguardo dispotico e la sua eterna pipetta, mi veniva da pensare: gli manca solo una frusta in mano, gli starebbe alla perfezione.
Ma non ero risentita con lui, mi interessava troppo. In certi momenti mi faceva una pena terribile. Aveva una bocca così insoddisfatta, o meglio, così infelice: era la bocca di un bambino di tre anni che non è riuscito a imporsi a sua madre. Nel frattempo aveva passato la trentina, era diventato un bell’uomo, noto giurista e padre di due figli: ma quella bocca da pargoletto stizzito gli era rimasta tale e quale anche se naturalmente, col passare del tempo, era diventata un po’ più grande. A guardarlo bene, non era affatto attraente.
Vedi, Klaas: quell’uomo era pieno di odio per quelli che potremmo chiamare i nostri carnefici, ma sarebbe potuto essere un perfetto carnefice e persecutore di uomini inermi anche lui.

Etty Hillesum parla di quell’impiegato del Consiglio ebraico per fare un esempio, tentando di dimostrare al suo amico Klaas che dal suo modo di pensare, fondato su alcune categorie rigidamente contrapposte, non si ottiene nulla. Non esprime tuttavia una condanna di quel boia potenziale. La Hillesum vuole arrivare all’essenza di quella persona ma senza cadere nel moralismo. E continua il suo discorso:

Vedi Klaas, la situazione, in effetti, si può riassumere così: quell’uomo odiava con tutte le sue forze quelli che potremmo chiamare i nostri carnefici, ma sarebbe potuto essere un perfetto carnefice e persecutore di inermi anche lui. Eppure mi faceva tanta pena. Riesci a capirci qualcosa? Non aveva mai contatti amichevoli coi suoi simili e, se vedeva che li avevano gli altri, gettava loro un’occhiata furtiva seguita da un’espressione di inconfessata gelosia. Più tardi, un collega che lo conosceva da anni mi aveva raccontato qualche fatterello sulla sua vita. Nei primi giorni della guerra si era buttato dal terzo piano ma non era riuscito ad ammazzarsi, nonostante ne avesse tutta l’intenzione. In seguito ci aveva riprovato, stavolta sotto una macchina, ma era fallito anche questo tentativo. Poi aveva trascorso qualche mese in un istituto per malattie mentali. Aveva paura, solo paura. Era un giurista davvero brillante e acuto, e nelle discussioni accademiche aveva sempre l’ultima parola. Nel momento decisivo, però, era saltato dalla finestra in preda alla paura. Sua moglie doveva camminare per la casa in punta di piedi e lui faceva delle scenate ai figli atterriti. Mi faceva tanta, tanta pena. Che vita è mai questa? Klaas, non volevo dire altro: il lavoro che ci resta da fare su noi stessi è talmente colossale da non lasciarci alcuna possibilità di odiare i nostri cosiddetti nemici. Basta, a impedircelo, l’ostilità che continua a caratterizzare i nostri rapporti. E sarà sufficiente dire che esistono anche i nostri carnefici e malvagi. In fondo, tuttavia, io non credo affatto all’esistenza dei cosiddetti “malvagi”.

Dietro la faccia scontenta di quell’uomo e il suo “collo dritto e rigido” si nasconde una paura esistenziale che attira l’attenzione di Etty Hillesum. Da brava allieva di Spier, ha imparato molto bene l’arte di osservare le persone.

Non è molto difficile odiare un gruppo al quale non appartieni, sostiene la Hillesum, ma dobbiamo renderci conto che ci sono dei carnefici anche nel proprio gruppo. Ed è una cosa molto più difficile da accettare.

Etty Hillesum compie però un passo ulteriore: cerca di osservare l’anima di quei carnefici. Non sono fatti semplicemente così, dietro al loro comportamento si cela una storia, la storia che li ha trasformati come sono ora. Se ne tenessimo conto, saremmo in grado di capire meglio cosa sta succedendo e che non c’è motivo di avere paura. Forse, se conosci la sua storia personale, riuscirai a metterti in contatto con l’altro. Nel suo diario troviamo il seguente, ragguardevole passo:

...se un uomo delle SS dovesse prendermi a calci fino alla morte, io alzerei ancora gli occhi per guardarlo in viso, e mi chiederei, con un’espressione di sbalordimento misto a paura, e per puro interesse nei confronti dell’umanità: ‘Mio Dio, ragazzo, che cosa mai ti è capitato nella vita di tanto terribile da spingerti a simili azioni?’

Mio padre, Klaas Smelik, non ebbe la pazienza per ascoltare simili psicologismi e fece un “gesto stanco e scoraggiato”. Quello che proponeva la sua amica si sarebbe forse realizzato dopo anni, date le circostanze belliche; sarebbe stato invece necessario fare qualcosa subito, ma Etty Hillesum si mostrò di diverso avviso:

Allora Klaas ha fatto un gesto stanco e scoraggiato e ha detto: “Ma quel che vuoi tu richiede tanto tempo, e ce l’abbiamo forse” Ho risposto: “Ma a quel che vuoi tu si lavora da duemila anni della nostra era cristiana, senza contare le molte migliaia di anni in cui esisteva già un’umanità – e che cosa pensi del risultato, se la domanda è lecita?”

E con la solita passione, anche se cominciavo a trovarmi noiosa perché finisco sempre per ripetere le stesse cose, ho detto: “È proprio l’unica possibilità che abbiamo, Klaas, non vedo altre alternative, ognuno di noi deve raccogliersi e distruggere in se stesso ciò per cui ritiene di dover distruggere gli altri. E convinciamoci che ogni atomo di odio che aggiungiamo al mondo lo rende ancora più inospitale”.

E Klaas, vecchio e indomabile combattente della causa proletaria, ha replicato sorpreso e sconcertato insieme: “Sì, ma... ma questo sarebbe di nuovo cristianesimo!”

Ora la Hillesum aveva messo nell’angolo il suo amico perché sapeva che non andava per nulla d’accordo con la Chiesa. Neanche lei, però, era disposta a pensare attraverso categorie rigide: se il cristianesimo avesse avuto qualcosa di buono da offrire non l’avrebbe rifiutato, pur essendo e restando ebrea. Non aveva alcuna intenzione di convertirsi, a differenza di ciò che alcuni credono di poter sostenere sulla base della loro lettura del diario, ma non si lasciò scappare l’occasione di prendere in giro il suo vecchio amante dicendo appunto: “E io, divertita da tanto smarrimento, ho risposto con molta flemma: Certo, cristianesimo – e perché no, poi?”

Analisi di Klaas Smelik, direttore Centro Ricerche Etty Hillesum

14 marzo 2017

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