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Pensieri sparsi

intorno al nuovo dilagare del nazi-fascismo

Max Horkheimer e Theodor Adorno nel 1965 a Heidelberg

Max Horkheimer e Theodor Adorno nel 1965 a Heidelberg

Nel lontano 1968 mi sono laureata in filosofia morale con una tesi sulla personalità autoritaria e la base fu lo studio ponderoso della ricerca di psicologia sociale fatta dalla Scuola di Francoforte con i suoi maggiori esponenti Theodor Adorno, Max Horkeimer, Daniel Levinson ed altri sul pregiudizio e sulla possibilità di delineare le caratteristiche della personalità potenzialmente democratica e di quella potenzialmente antidemocratica. La ricerca durò cinque anni e si svolse negli Stati Uniti, dove gli autori si erano rifugiati per sfuggire al nazismo. Nel 1968 studiavo questi argomenti, autoritarismo e pregiudizio, con l'intento di cogliere una dimensione ancora più articolata e profonda che aiutasse a capire gli anni bui del nazismo e del fascismo; questi studi si inserivano nel clima delle rivolte studentesche, delle discussioni sulle alternative all'autoritarismo, sulle ideologie e sull'utopie.
Mai avrei pensato in quegli anni di trovarmi in questo nuovo secolo a dover assistere ad un dilagare di fascismo e nazismo in molti Paesi europei senza un grosso allarme o una mobilitazione efficace delle persone. Come è possibile che ciò avvenga in un silenzio assordante nonostante tante prese di posizione individuali?
Anche da noi chi predica odio, urla "non vanno salvati in mare", "rispediteli indietro" contro gli immigrati e i rifugiati, riceve, come negli altri Paesi europei, il plauso più o meno esplicito di tanti. Ma esistono anche molti che vorrebbero testimoniare in modo più efficace la loro opposizione. Non basta più testimoniare e insegnare soltanto documenti della Shoah o raccontare l'esempio di persone che sono riuscite a dire un "no" individuale, anche a rischio della propria vita; bisogna inventarsi forme nuove di mobilitazione per far confluire la speranza, che sembra assente, in pensieri e azioni nuove.

Faccio un esempio: pochi mesi fa, la Gran Bretagna ha respinto duemila bambini, soli, che da Calais volevano arrivare sul suolo inglese e solo dopo molte pressioni ha ribaltato questa decisione. Io, in quei giorni, ho pensato: "ma se si facesse un appello con tutte le tutele del caso, non si troverebbero duemila famiglie in Europa pronte ad accoglierli?". Sono convinta di sì, ma si dovrebbero diffondere le buone notizie, assenti dai mezzi di comunicazione (solo il Corriere della Sera ha dedicato alcune pagine a ciò), e soprattutto aiutare a diffondere come poter mettere in pratica le nostre buone intenzioni.

Per arginare l'odio, l'oltranzismo nazionalista, la violenza bisogna mobilitarsi a molti livelli: sociale, politico, economico, culturale, ma anche a livello psicologico, che viene troppo spesso trascurato. Non ricorro a pensieri di psicoanalisti o a manuali, ma ad Etty Hillesum, che nel 1942 afferma "Una pace futura potrà essere veramente tale solo se prima sarà stata trovata da ognuno in se stesso - se ogni uomo si sarà liberato dall'odio contro il prossimo, di qualunque razza o popolo, se avrà superato quest'odio e l'avrà trasformato in qualcosa di diverso, forse alla lunga in amore se non è chiedere troppo. È l'unica soluzione possibile". Non sono slogan ma indicazioni profonde, un invito alle persone a fare un percorso individuale di introspezione. La forza di queste parole sta nel fatto che sono dette durante la guerra da un'ebrea perseguitata. Se noi non facciamo un lavoro introspettivo proprio in queste situazioni estreme, ogni cambiamento positivo sarà precario.
Ancora Etty Hillesum come alto esempio di introspezione: "Sì la vita è bella, la lodo alla fine di ogni giorno, eppure so che figli di madri sono trucidati nei campi di concentramento. E il dolore di tutto ciò bisogna saperlo sopportare; anche se te ne lasci devastare, dovrai rialzarti un giorno, perché un essere umano è tanto forte, perché il dolore deve diventare una parte di te, una parte del tuo corpo e della tua anima. Non sfogare i tuoi rancori in un odio che vuole vendetta su tutte le madri tedesche, che adesso in questo istante, hanno lo stesso tuo dolore da sopportare per i loro figli caduti e massacrati. Se invece non dai un opportuno ricovero al dolore, ma concedi maggior spazio all'odio e ai piani di vendetta - da cui nascerà ulteriore dolore per altri - beh allora il dolore non finirà mai in questo mondo ma crescerà soltanto."

Guardarsi dentro non è un invito all'egoismo, a rinchiudersi in se stessi per disinteressarsi del mondo, ma il contrario. Questo messaggio diventa cruciale quando si parla con i giovani, sempre più disperati, apatici, indifferenti e fragili.

Faccio un breve esempio inquietante. Un bambino di tre anni frequenta un asilo a pagamento in una capitale europea. Quest'anno arriva un bambino che picchia tutti i bambini della classe quasi tutti i giorni, i genitori protestano invano, nel colloquio di fine anno l'insegnante spiega loro che è il metodo della loro scuola non intervenire perché i bambini devono imparare ad arrangiarsi da soli! Che adulti possono diventare? Il bambino che picchia non saprà distinguere tra bene e male e introietterà un'assenza da parte dell'adulto a cogliere i suoi segnali chiari di malessere e così anche gli altri bambini non si sentiranno contenuti (nel senso di Bion) ma lasciati senza protezione, così impareranno che l'adulto non sa mettere dei limiti. Questa incapacità di metodo educativo, in questo esempio assurdo, è molto frequente oggi anche nei genitori. I bambini crescono così senza contenimento, che vuol dire sia senza limiti ma anche senza sostegno. Questa è una delle radici della loro fragilità che arriva fino alla condizione adulta.

Dal punto di vista della psicologia del profondo è su queste basi che può fiorire l'adesione ad un pensiero forte ed autoritario che impone, vieta i dubbi e le domande e nasconde così le debolezze perché predica l'odio e l'emarginazione verso i diversi.

Nadia Neri, psicologa analista

Analisi di Nadia Neri, psicologa analista

20 giugno 2016

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