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Per una Memoria critica

di Francesco Tava

Statua di Edward Colston, Bristol

Statua di Edward Colston, Bristol

Fino a tempi molto recenti, chiunque, percorrendo il breve tragitto che dal centro storico conduce agli antichi moli di Bristol (Regno Unito), avrebbe notato la statua di Edward Colston, mercante inglese, vissuto tra il XVII e il XVIII secolo, arricchitosi grazie alla fiorente tratta degli schiavi verso le Americhe (la Royal African Company, da lui diretta, ne trasportò 84.000, di cui 19.000 non arrivarono mai a destinazione). La targa ai piedi della statua, risalente al 1895, recitava: “Eretta dai cittadini di Bristol in memoria di uno dei figli più virtuosi e saggi della città”. Più che la statua in sé, ad attirare l’attenzione erano stati i tanti cartelli, scritte e segni di protesta che, per anni, l’hanno circondata, a testimonianza della crescente avversione della cittadinanza per la presenza del monumento di uno schiavista. Tra i segni più eloquenti, si ricorda l’installazione di una serie di statuette di cemento, sbrecciate e senza volto, adagiate ai piedi della statua di bronzo, a simboleggiare le vite degli schiavi transitati nelle stive delle navi che, per secoli, hanno solcato l’Atlantico.

La storia di Bristol è simile a quella di tanti altri centri portuali britannici. Città costruita sullo sfruttamento delle grandi vie commerciali e delle merci che vi venivano trasportate, esseri umani compresi. Se il passante curioso avesse distolto gli occhi dalla statua e si fosse guardato attorno, si sarebbe facilmente reso conto che tutto quello che lo circondava è, in qualche maniera, frutto di una sistematica opera di violenza. Le eleganti facciate georgiane e vittoriane scampate ai bombardamenti della Seconda guerra mondiale, il bacino del porto vecchio, divenuto nel frattempo centro culturale di una città vibrante e multietnica, le vecchie fabbriche e i capannoni trasformati in musei e teatri, sono opere sorte perlopiù grazie all’impulso e alla ricchezza dei mercanti di schiavi. Il nome di Edward Colston, ricordato per le sue cospicue donazioni alla città, è onnipresente. Colston Hall, Colston Tower, Colston Road, ecc. Si tratta di un passato ingombrante che, oggi più che mai, segna la memoria di chi a Bristol è nato e vissuto o di chi vi si trova di passaggio. Fino agli anni ’90 del secolo scorso, le alunne della Colston’s Girls’ School partecipavano ogni anno ai festeggiamenti per l’anniversario della nascita del fondatore della scuola, gettando fiori ai piedi della sua statua. Ogni anno, le campagne dei cittadini volte a favorire la rimozione della statua e del nome di Colston dagli edifici pubblici della città sono state trascurate dalle autorità.

Fino a quest’anno.

Il 7 giugno 2020, durante una marcia a sostegno del Black Lives Matter, un gruppo di manifestanti ha abbattuto la statua di Colston, trascinandola fino al pontile, per poi gettarla in acqua, nei pressi della banchina dove i suoi bastimenti caricavano le preziose “merci”. Questo evento ha bruscamente interrotto il torpore di una città fiaccata dalla pandemia di COVID-19 e da mesi di confinamento forzato. Improvvisamente, il tema della memoria collettiva e i problemi legati a un passato oscuro e contraddittorio, sono riemersi con fragore inaudito. Contestualmente, si sono alzate da più parti voci di giubilo e di condanna. Il primo ministro Boris Johnson si è affrettato a condannare l’evento come un atto criminale, aggiungendo che i responsabili sarebbero stati individuati e puniti. Vari commentatori hanno parlato di questo come di altri eventi simili ripetutisi in Gran Bretagna e all’estero, nei giorni successivi, come tentativi di censurare la memoria storica della nazione. Insomma, una forma di moderno oscurantismo. Molti hanno argomentato che le statue di personaggi storici colpevoli di crimini contro l’umanità non andrebbero abbattute, ma semmai ricollocate in contesti più adeguati, come i musei civici, dove sarebbe possibile fornire informazioni chiare sul contesto storico e sociale da esse richiamato. All’idea per cui abbattere la statua di uno schiavista significherebbe tradire il passato e negare la storia, ha risposto con un corsivo sul Guardian lo storico britannico di origini nigeriane David Olusoga. Secondo Olusoga, l’abbattimento della statua di Colston costituisce un evento di portata storica che, lungi dal negare o dimenticare il passato, lo evoca con forza, affrontandolo criticamente: “Qualunque cosa si dica nei prossimi giorni, questo non è stato un attacco alla storia. Questa è storia. È uno di quei rari momenti storici il cui arrivo implica che le cose non potranno mai tornare come prima”. Vanessa Kisuule (Bristol City Poet, 2018-2020), tra i partecipanti alla manifestazione del 7 giugno, ha scritto una poesia, Hollow (“vuoto”, “cavo”), per raccontare l’evento. Si conclude con questi versi: “Colston, non riesco a togliermi dalla testa il rumore che hai fatto. / Mille volte sono passata accanto a quel piedistallo, alla sua pesante minaccia / di metallo e marmo. Ma quando sei caduto un pezzo di te / rompendosi è saltato via, e dentro: nient’altro che aria. / Per tutto questo tempo, eri vuoto.

L'immagine della statua cava che, trascinata al suolo, si rivela essere più leggera e insignificante di quanto apparisse dall’altro del suo piedistallo, aiuta a capire i rischi che corriamo, ogniqualvolta ci troviamo ad affrontare la nostra memoria storica. Irrigidire il passato, bloccandolo in forma pietrificata, consente di narrarlo e di tramandarlo, ma non di analizzarlo e capirlo. Nella sua “Introduzione alla filosofia della storia” (1938), Raymond Aron afferma che vivere storicamente significa articolare la propria esistenza, individuale e collettiva, attraverso tre momenti fondamentali. Occorre, al tempo stesso, saper conservare, rivivere e giudicare l’esistenza degli antenati. Il terzo momento è quello più complesso da realizzare. Anche le società primitive sono capaci di conservare e rivivere le loro tradizioni. Per passare dal mondo preistorico a quello storico, tuttavia, narrare e rinarrare il passato non è sufficiente. Occorre imparare anche a giudicare il passato, a interrogarlo, rivelandone le pieghe meno evidenti e i paradossi più insuperabili. Fermarsi alla conservazione e alla ripetizione delle parole e dei gesti significa fermarsi alla superficie della memoria, lasciandosi sfuggire il suo contenuto più profondo e concreto, come un osservatore che, di fronte a una statua, ne coglie solo la patina bronzea, simulazione di durezza e stabilità, e non la sua vuota cavità.

Interrogare il passato e tirare la memoria giù dal suo piedistallo è impresa ardua e rischiosa. I dibattiti suscitati dalle manifestazioni del Black Lives Matter, in seguito all’omicidio di George Floyd, di cui la rimozione della statua di Colston non è che una delle tante sfaccettature, rivelano le resistenze che tale pratica inevitabilmente finisce per generare. Come si può interrogare radicalmente il passato collettivo senza rischiare, così facendo, di storpiarlo o, peggio, di rimuoverlo del tutto? E quale rapporto si può stabilire tra la memoria del passato e il nostro rapporto col presente che, inevitabilmente, segna le traiettorie verso un avvenire condiviso? Su questi temi si sono espressi recentemente diversi intellettuali e scrittori, stimolati da un editoriale di Gabriele Nissim sul significato della memoria. Nissim invita a coltivare una “memoria attiva”, non rivolta esclusivamente verso il passato, ma anche alle problematiche del tempo presente. In un certo senso, ogni memoria è, in un modo o nell’altro, legata al presente, oltre che al passato. Non ci sarebbe memoria senza uno iato temporale tra l’esperienza attuale di chi ricorda e quella passata, oggetto del ricordo. C’è, d’altronde, modo e modo di ricordare.

Il 23 gennaio 2020, una cinquantina di leader mondiali, provenienti dall’Europa, dall’America del nord e dall’Australia sono convenuti a Gerusalemme in occasione del Quinto Forum mondiale dell’Olocausto. Ricorreva, in quei giorni, il settantacinquesimo anniversario della liberazione del campo di concentramento di Auschwitz-Birkenau. Riascoltando gli interventi dei relatori, intervenuti in rappresentanza dello stato di Israele e delle nazioni coinvolte nel secondo conflitto mondiale, si riconoscono significati e usi diversi dell’idea e della pratica della memoria. Da una parte, il presidente israeliano Reuven Rivlin e il presidente tedesco Frank-Walter Steinmeier hanno entrambi, in modi inevitabilmente opposti ma per certi versi analoghi, difeso un’idea di memoria nel segno della responsabilità. Responsabilità del popolo tedesco ed europeo di interrogarsi sul proprio drammatico passato e sulla colpa della Shoah e responsabilità del popolo israeliano di tenere viva a qualunque costo la fragile memoria dei sommersi e dei salvati. “Mi trovo qui carico del pesante e storico fardello della colpa", ha affermato Steinmeier. "Vorrei poter dire che il nostro ricordo ci ha resi immuni al male". Ma così non è. La memoria ammonisce, ma non mette al sicuro. Essa aiuta a mettere a fuoco le contraddizioni e i pericoli del presente, non a risolverli una volta per tutte. Per questo occorre che la memoria diventi attiva. Conservarla non è sufficiente. Come sostiene Nissim, occorre farne un vettore di responsabilità globale, insegnandola, comunicandola, problematizzandola. La memoria, a differenza della tradizione, non è alcunché di rassicurante. Non lenisce le ferite, ma semmai le riapre.

Un’altra idea di memoria è quella evocata, sempre in occasione del Forum di Gerusalemme, dal primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu. In un passaggio del suo discorso, Netanyahu ha descritto il presente di Israele e la memoria della Shoah in toni manichei: “Auschwitz e Gerusalemme: un abisso e una vetta. Auschwitz: sterminio. Gerusalemme: rinascita. Auschwitz: schiavitù. Gerusalemme: libertà. Auschwitz: morte. Gerusalemme: vita”. Commentando questo passaggio in un articolo apparso sul New Yorker, il giornalista ed economista Bernard Avishai ha parlato di appiattimento della storia, operato al fine di rafforzare una posizione dogmatica. In discussione non è il contenuto della memoria, ma il suo timbro, la sua esecuzione. Per Netanyahu, ricordare la Shoah non è un modo per scandagliare le fratture che ancora caratterizzano il presente e per prevenire la ricaduta in abiezioni etiche e politiche da cui, per usare le parole di Rivlin al Forum, “nessuna democrazia [e quindi neppure quella israeliana, ndr] è immune”. Lungi dal fare questo difficile esercizio di memoria, Netanyahu si rifà al passato non per problematizzare, ma per rinsaldare il presente, col rischio di perdere il necessario spirito critico che questa pratica richiede. Ancora una volta, per tornare alla metafora richiamata in precedenza, statue cave, nascoste da patine bronzee.

All’editoriale di Nissim ha risposto, tra gli altri, Francesco M. Cataluccio con un articolo su Il Foglio. Rifacendosi alle parole di Avraham Yehoshua (Corriere della Sera, 11 giugno 2020) e Tzvetan Todorov (“Gli abusi della memoria”, 1996), Cataluccio ci rammenta come il culto della memoria sia dannoso alla memoria stessa, poiché la sua complessità mal si presta a qualsiasi irrigidimento ideologico. Per evitarne la riduzione a culto dogmatico e la cristallizzazione in formule immutabili, occorre “diminuire l’intensità della memoria”. I ricordi non vanno idolatrati, ma raccolti e declinati nella dimensione di un presente mutevole, che ne modifica il senso, mettendone in risalto certi aspetti e consentendoci anche di dimenticare, di tanto in tanto. Una memoria attiva è un esercizio dinamico che, dal presente, getta sonde tanto nel passato quanto nel futuro. In tal senso, per preservare l’unicità della memoria delle grandi tragedie contemporanee, a partire dalla Shoah, non occorre isolare tali eventi e i ricordi ad essi legati dal residuo processo storico, ma semmai enfatizzare l’esemplarità di tale memoria, la sua funzione maieutica nell’edificazione di una rinnovata responsabilità morale e civile. Come ha scritto Amedeo Vigorelli, sempre in risposta agli stimoli di Nissim, la memoria non è mausoleo, ma pietra d’inciampo: un ostacolo che ci costringe a rallentare la nostra andatura e a riflettere, a rivolgere la nostra coscienza non soltanto a un passato che, per quanto tragico, ci è familiare, ma anche all’incertezza del presente e all’ignoto del tempo a venire. È uno sguardo necessariamente distaccato, gettato di traverso, quello della memoria attiva. Uno sguardo critico, nel senso kantiano del termine: uno sguardo che scompone, che riduce la nostra ragione pura e pratica ai suoi minimi termini, per testarne la struttura e il funzionamento. È grazie a questo sguardo dirimente che possiamo farci carico del peso del nostro tempo, aiutati ma non protetti dalla memoria di ciò che è stato. Non si tratta di una memoria conciliante. Una memoria attiva e critica è una memoria che non ha paura di dividere. È la voce di chi, di fronte alle ingiustizie del presente, non ha timore di evocare il passato, senza cerimoniali, per denunciare inquietanti analogie. È la voce che si ribella all’idea che il passato pietrificato possa essere brandito come un’arma, che una città continui impunemente a chiamare un mercante di schiavi “figlio virtuoso e saggio”, solo perché una tradizione apparentemente immutabile spinge a questo falso giudizio.

La rete dei Giardini dei Giusti e le attività promosse da Gariwo sono un tentativo di mettere in moto questa memoria. Come ogni giardino, Gariwo ha bisogno di molte cure, da parte delle comunità che ospitano le sue iniziative e da chi queste iniziative le immagina e le programma. Ciò può avvenire in molti modi. Parlando di memoria attiva, Nissim ha tracciato un solco. Il futuro di Gariwo dipenderà dai semi che vi si pianteranno.

Francesco Tava, filosofo

Analisi di Francesco Tava, filosofo

31 agosto 2020

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