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Per una nuova Umanità. L’esempio dei Giusti nel mondo segnato dal Covid

di Pietro Kuciukian

Dag Hammarskjöld

Dag Hammarskjöld

I nuovi Giusti dell’Umanità scelti per la cerimonia del 6 marzo 2021 rientrano nel tema della collaborazione internazionale, dei valori della convivenza democratica, delle scelte di vita dirette a rendere operativi i diritti umani sempre proclamati e richiamati a livello del “tu devi”, ma per lo più disattesi nella realtà.
La globalizzazione della pandemia imporrebbe scelte di natura tale da incidere sul nostro futuro. Districarsi tra i temi della preservazione della salute, dell’economia, della libertà richiede ai governanti competenza, capacità e anche coraggio. Lo ricordava Luciano Violante su La Stampa (11 novembre 2020, p.33): “Senza coraggio non c’è vera leadership” raccontando le storie emblematiche di alcuni senatori degli Stati Uniti del XIX secolo che rinunciando ai propri interesse personali, nello specifico alla rielezione, hanno esercitato la rappresentanza politica scegliendo di mettere al primo posto i valori in cui credevano e soprattutto senza venire meno allo spirito di servizio alla comunità cui avevano improntato il loro impegno politico. Emblematica la vicenda del senatore Oscar Underwood dell’Alabama che avendo condannato pubblicamente l’agire delle organizzazioni del Klu Kux Klan perdette la possibilità di essere rieletto. Il tema “Per una nuova umanità” rilanciato da Gariwo è un’altra pietra d’inciampo, di memoria attiva, sul cammino che ci ha visti impegnati a onorare nel 2013 “Le figure al servizio del bene”, Vaclav Havel, Dimitar Peshev, Fridtjof Nansen e Samir Kassir, uomini che a livelli e in contesti diversi nelle istituzioni e negli organismi internazionali hanno agito spinti dalla convinzione di dare il proprio contributo alla costruzione di una società migliore, elevando barriere al “disumano che entra nell’umano”. Altra pietra d’inciampo l’abbiamo posta nel 2014, che ha visto “Religiosi e laici uniti in un ‘unica responsabilità”. Il primato della verità e della giustizia fa bene alla democrazia, fa bene ai popoli, indirizza gli sforzi dei singoli che possono unirsi alla voce di chi li rappresenta e dare il loro contributo.

Ho sempre sostenuto con forza, affrontando i temi del genocidio e dei Giusti, la distinzione fra popoli e governi, senza la quale si sprofonda in visioni del mondo catastrofiche. Tutta la storia è segnata dallo sforzo di alcuni di opporsi a regimi autoritari o totalitari. Dovrebbe entrare nel nostro sentire e nel nostro agire questo concetto, fondamentale per giungere alla verità. Coloro che hanno detenuto il potere lungo i secoli hanno avuto per lo più interesse a mantenere e consolidare il proprio ruolo di depositari di ogni autorità e a considerare i propri “amministrati” sudditi sottomessi. Poche eccezioni fra i governanti hanno messo al primo posto l’obbiettivo di “servire” comunità e popoli. Sono quelle figure che possiamo annoverare tra i “Giusti”. Pur ricoprendo ruoli di grande prestigio e di potere, hanno considerato prioritario il bene del popolo, sostenuti da un “sano” ideale democratico. Rare eccezioni. Si possono ricordare Woodrow Wilson, presidente degli Stati Uniti, protettore delle minoranze nazionali e difensore del diritto all’autodeterminazione dei popoli. Sua la codifica dei confini della “Grande Armenia di Wilson” discussa nel trattato di Sevres del 1920, poi annullata dalla pace di Losanna del 1923. Il presidente Wilson, avvertendo l’importanza di creare un sistema politico e giuridico per prevenire i conflitti internazionali, mantenere la pace e sviluppare la cooperazione internazionale, aveva fondato nel 1919, all’indomani della Prima guerra mondiale, la Società delle Nazioni (League of Nations). Altro merito l’avere scelto, per la carica di Alto Commissario per i Rifugiati, lo scienziato ed esploratore norvegese Fridtjof Nansen. Organizzatore instancabile, riuscì a ricollocare i milioni di apolidi creati dallo smembramento degli Imperi della Prima guerra mondiale, attraverso un sistema di aiuti economicamente sostenibili. Creò il Passaporto Nansen, del quale usufruirono anche gli armeni sopravvissuti al genocidio. Dissolta la Lega delle nazioni, ad essa seguì nel 1945, all’indomani della seconda guerra mondiale, l’ONU, Organizzazione delle Nazioni Unite che ancora una volta ha lo scopo di risolvere le controversie internazionali pacificamente, garantire la sicurezza e il rispetto dei Diritti umani. Un premio Nansen viene conferito annualmente a personaggi che hanno aiutato profughi, deportati, migranti. La figura di Nansen è stata onorata al Giardino dei Giusti del Monte Stella il 6 marzo del 2013.

Se è questo il tempo in cui si sente l’urgenza di avere persone capaci di esercitare una vera leadership, non nel senso dell’esercizio di un potere forte, ma nel senso di un agire nel tentativo di far sorgere una “nuova umanità”, uno spazio va dato alla figura di Julius Nyerere.

Julius Kambarage Nyerere, assieme a Nelson Mandela è stato una delle personalità importanti dell’Africa moderna. Era chiamato “maestro”, Mwalimu, per la sua vocazione pedagogica e per il suo obiettivo di esercitare l’azione politica sulla base dei principi in cui credeva: il socialismo e la dottrina sociale della Chiesa. Consapevole delle difficoltà del postcolonialismo ma anche del pericolo dei neocolonialismi, fece in modo che l’indipendenza del Tanganika, allora Protettorato Britannico, venisse raggiunta senza spargimento di sangue. La fondazione nel 1952 del TANU (Tanganika African National Union) aveva come finalità l’unione delle diverse tribù nazionali, circa 130, raggiunta grazie anche allo sforzo di realizzare l’unità linguistica per dare al popolo il senso di appartenenza alla comunità nazionale. Dopo la riunificazione con Zanzibar e la nascita nel 1964 della Tanzania, il paese realizzò il suo percorso di modernizzazione verso una nuova identità in forme pacifiche guidato dal “padre fondatore”. Nyerere, fu presidente della Tanzania, per 21 anni fino al suo ritiro a vita privata nel 1985. Morì a Londra nel 1999.
Molte luci e qualche ombra su come fu realizzata la collettivizzazione del sistema agricolo, ma il concetto di ujamaa, comunità familiare allargata, l’istruzione obbligatoria, l’eliminazione delle differenze razziali, e il dialogo tra le religioni, rimangono a segnare la strada di una decolonizzazione che se non è riuscita a far raggiungere al Paese l’autosufficienza economica, non ha lasciato dietro di sé memorie cruente e può contare sull’esempio di una guida politica che agiva indirizzando alla cooperazione, alla responsabilità sociale, alla realizzazione della giustizia. La determinazione di Nyerere a non dipendere da capitali stranieri ha avuto costi alti a livello economico, ma non è andato perduto il capitale sociale e culturale da lui accumulato, espressione del suo modo di intendere la politica come servizio alla comunità. Nyerere è sepolto nel suo villaggio natale di Butiama, dove ha sempre abitato in una casa di grande semplicità, evitando il palazzo presidenziale, lontano da ogni forma di privilegio.

Una delle doti essenziali dei rappresentanti delle istituzioni è saper leggere in anticipo le urgenze della storia che si impongono alla vita di tutti. Il Giusto che sarà onorato al Giardino del Monte Stella il 6 marzo del 2021, è, come abbiamo anticipato, Dag Hammarskjöld. Svedese, premio Nobel per la pace fu segretario generale delle Nazioni Unite per due mandati dal 1953 al 1961. Morì in un incidente aereo, in circostanze misteriose, nella Rhodesia Settentrionale, odierno Zambia, durante una missione di pace in Congo. Morirono con lui altre quindici persone. Ravi Somaiya corrispondente del New York Times, nel suo libro Il filo d’oro: la guerra fredda e la misteriosa morte di Dag Hammarskjöld , pubblicato recentemente dall’editore statunitense Twelve, corredato di documenti e testimonianze, produce prove che si è trattato di un crimine e che si moltiplicano gli sforzi perché il crimine resti irrisolto. Il presidente degli Stati Uniti John Fitzgerald Kennedy disse di Hammarskjöld: «Ora capisco che in confronto a lui io sono un piccolo uomo: lui è stato il più grande statista del nostro secolo». Il suo obiettivo era di introdurre a livello internazionale i valori della cooperazione e della pace.

Economista, poliglotta, poeta, fine conoscitore della letteratura e della mistica medioevale, appassionato di fotografia, aveva respirato in famiglia l’atmosfera di impegno e di servizio alla comunità e alla propria nazione, con uno sguardo ampio all’umanità. Ciò che colpisce nella figura e nell’opera di Hammarskjöld è la coesistenza di una professionalità alta, formatasi nel mondo dell’economia finanziaria, della politica e della diplomazia, con uno spessore spirituale frutto di una scelta di fede nel mistero che alimentava la sua vita interiore. Appassionato di mistica medioevale, dedito alla meditazione dell’Imitazione di Cristo, all’ingresso del Palazzo dell’ONU aveva creato la “Stanza della quiete”, uno spazio per la meditazione e la riflessione da vivere in solitudine per scoprire fin dove deve arrivare lo sguardo: ai popoli di tutto il mondo e ai bisogni dell’altro, di chi soffre, sull’esempio di Albert Schweitzer che considerava figura esemplare e suo maestro. Scegliere di agire in modo disinteressato, di non perseguire il successo personale ma di porre al centro il bene dell’altro perché un mondo senza uguaglianza, giustizia e pace è un mondo che si impoverisce, è responsabilità e compito che Hammarskjöld affida a ogni singolo. A ognuno di noi deve stare a cuore la pace e il progresso dell’umanità. C’è in Hammarskjöld l’atteggiamento di chi sa cogliere ogni cosa come dono, non come proprietà. Di qui nasce la sua convinzione che scopo della vita è restituire i doni ricevuti. Nel suo libro Tracce di cammino (Qiqajon 2005) scrive: Esiste veramente solo ciò che è di altri perché soltanto quel che hai donato, sia pure nella gratitudine del ricevere, si innalzerà dal nulla che un giorno sarà la tua vita" (p. 58).

Postuma la pubblicazione del suo diario, postuma l’assegnazione del premio Nobel per la pace. Una morte violenta ha interrotto la vita di un Giusto ma non ha cancellato il valore della sua testimonianza. La memoria della figura di Hammarskjöld ci spinge a interrogarci sulle urgenze della storia che si impongono alla vita dell’umanità in un mondo globalizzato, tra queste la necessità che nascano uomini e donne capaci di rifondare le Istituzioni perché si realizzi una vera collaborazione internazionale, perché rinasca la fiducia nella loro forza rappresentativa e nella possibilità di realizzare attraverso di esse giustizia e progresso per tutti gli uomini, “per una nuova umanità".

Pietro Kuciukian, Console onorario della Repubblica d'Armenia in Italia

Analisi di Pietro Kuciukian, Console onorario della Repubblica d'Armenia in Italia

7 gennaio 2021

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