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Perché gli ucraini scappano. Memorie della morte per fame

di Francesco M. Cataluccio

Nella tragedia ucraina si assiste a una fuga di proporzioni bibliche: migliaia di donne, bambini e anziani abbandonano le loro case e fuggono all’estero, attraverso la Polonia (ma anche Romania e Ungheria), portandosi dietro poche cose, spesso solo il contenuto di una valigia. Gli uomini, volenti o nolenti, rimangono a combattere in patria. Già oltre un milione di persone se n’è andata. Le organizzazioni umanitarie prevedono che i fuggiaschi potrebbero arrivare a sette milioni, o anche più. La guerra “moderna” si combatte nelle, e contro, le città e prevede di non avere l’“intralcio” dei civili. I massacri sono un’eventualità che i militari preferiscono evitare. Ma i missili e i bombardamenti dal cielo non fanno distinzioni tra le vittime, e già si vede che anche obiettivi come ospedali e scuole non vengono risparmiati. Più passa il tempo e trovano imprevista resistenza, i piani degli invasori cambiano in senso più cruento (i cosiddetti “corridoi umanitari”, che permetterebbero ai civili di evacuare le città attaccate, non vengono rispettati). C’è però un aspetto, legato alla memoria storica, che rafforza ancor di più il diritto e l’aspirazione dell’Ucraina a essere una nazione indipendente dalla Russia. Un aspetto che non può essere trascurato se si vuole comprendere una fuga di queste dimensioni e il terrore del potente vicino. Ogni ucraino ha in famiglia vittime degli anni trenta e quaranta: morti per guerre, fucilazioni, deportazioni e, soprattutto, per fame.

“Holodomor”, deriva dall’espressione ucraina moryty holodom, che significa “infliggere la morte attraverso la fame”, ed è il nome attribuito alla carestia, non generata da cause naturali, che si abbatté sul territorio dell’Ucraina negli anni dal 1929 al 1933 e che causò circa 7 milioni di morti. O anche di più. Ci sono le testimonianze di qualche osservatore straniero, come il console italiano a Karkhov (oggi Kharkiv), Sergio Gradenigo, che nei suoi rapporti diplomatici sostenne di aver saputo da rappresentanti del governo che i morti erano 9 milioni. Prendendo come riferimento la definizione giuridica di genocidio, e le diverse testimonianze storiche raccolte dagli anni Trenta a questa parte, gli ucraini sostengono che la carestia del 1932-1934 può essere considerata un “genocidio”, provocato dal regime sovietico, guidato all’epoca da Stalin. Nel marzo 2008 il parlamento dell’Ucraina e 19 nazioni indipendenti (tra le quali l’Italia) hanno riconosciuto le azioni del governo sovietico nell’Ucraina dei primi anni Trenta come atti di genocidio. Una dichiarazione congiunta dell’ONU del 2003 ha definito la carestia come il risultato di politiche e azioni “crudeli” che provocarono la morte di milioni di persone. Il 23 ottobre 2008 il Parlamento europeo ha adottato una risoluzione nella quale ha riconosciuto l’Holodomor come “un crimine contro l’umanità”.

Bisogna risalire ai primi anni del dominio sovietico in Ucraina, e raccontare anzitutto la storia, quasi un romanzo, di uno strano personaggio dalla biografia più complicata degli altri rivoluzionari dell’epoca, che avrebbe potuto forse, con la sua intelligenza e apertura, impedire la catastrofe che si abbatté su quella nazione. Christian Georgevič Rakovskij (1873-1941), alias Chaim Rakeover (il padre era un commerciante ebreo), nacque a Gradets (Bulgaria) e si trasferì, nel 1880, con la famiglia in Romania, dove entrò in contatto con i movimenti socialdemocratici di quel paese. Viaggiò in Svizzera (si iscrisse alla facoltà di medicina di Ginevra nel 1890), Bulgaria, Germania, Francia, Romania e Russia. Durante la Prima guerra mondiale, aderì alla sinistra internazionalista di Zimmerwald. Arrestato nel 1916, in Romania, per attività anti-belliche, venne liberato l’anno successivo dall’esercito russo. Rifugiatosi in Russia si unì ai bolscevichi. Fu tra i fondatori del Comintern e ricoprì varie cariche diplomatiche. Venne nominato presidente del Consiglio dei Commissari del Popolo dell’Ucraina nel marzo del 1918, e membro del Comitato centrale del partito bolscevico nel 1919. Come Presidente ucraino sviluppò una politica estera indipendente da quella dell’URSS, concludendo diversi trattati commerciali con vari stati dell’Est europeo. Dopo aver rappresentato l’URSS alla Conferenza di Genova (aprile-maggio 1922), nell’aprile del 1923 si oppose alle nazionalizzazioni forzate di Stalin in occasione del XII Congresso del partito. Nel luglio di quello stesso anno gli furono affidati incarichi diplomatici importanti che miravano però ad allontanarlo dai ruoli decisionali del potere. Amico di Trotzkij, divenuto esponente dell’Opposizione di sinistra, fu inviato d’affari del governo sovietico a Londra (dal settembre del 1923) e ambasciatore a Parigi (dal dicembre del 1925 all’ottobre del 1927). Rakovskij fu espulso dal partito comunista nel 1927, e, nel gennaio del 1928, deportato ad Astrakhan, poi a Saratov, ed infine a Barnaul (Kazakhstan), nel 1929. Nel febbraio del 1934 si dichiarò fedele alla linea politica staliniana. Rimesso in libertà, fu sottoposto a controlli continui di ogni genere. Venne arrestato nuovamente nella seconda metà del 1937, ma rifiutò di collaborare con gli inquisitori staliniani per diversi mesi, finché cedette alle pressioni e fu costretto ad autoaccusarsi di collaborazionismo con la Germania nazista, nel corso del Terzo processo di Mosca (marzo 1938). Condannato a vent’anni di detenzione, Rakovskij trovò infine la morte tre anni più tardi in un Gulag, fucilato per ordine di Stalin. Di quel pentimento estorto a Rakovskij con le torture, durante l’interrogatorio alla vigilia del processo del 1938, i cui materiali non sono mai emersi dagli Archivi dell’NKVD, circola in rete una paranoica ricostruzione (basata su una trascrizione di 50 pagine, pubblicata negli anni cinquanta a Madrid, col titolo Sinfonia rossa), nella quale egli avrebbe svelato di “essere stato a conoscenza di una congiura tedesco-ebraico-sovietica, promossa dal Circolo Rothschild-Illuminati, che prevedeva di utilizzare il comunismo per stabilire nel mondo una dittatura dei ricchi ebrei”...

Di paranoie, dalle conseguenze assai più tragiche, in quegli anni ne circolarono parecchie. Gli ucraini, essendo milioni di piccoli contadini, religiosi e nazionalisti, non erano considerati dai russi “affidabili”, mostrando di andare in direzione opposta ai piani sovietici. Allora i bolscevichi misero in piedi un programma di collettivizzazione forzata che si spinse ad affamare un’intera popolazione.

Lo scrittore Vasilij Semënovič Grossman era nato nel 1905 a Berdicev (Berdyčiv), a circa 250 chilometri a sud di Chernobyl, che aveva anche dato i natali, nel 1857, allo scrittore anglo-polacco Joseph Conrad (alias Józef Konrad Korzeniowski). Fino alla Prima guerra mondiale, Berdicev era un importante Shtetl ucraino (circa 80% della popolazione era ebrea): dal 1861, con 41.617 abitanti ebrei, era infatti la seconda comunità ebraica dell’Impero russo. Grossman, a differenza ad esempio di Bulgakov, aveva creduto nel comunismo e aveva anche fatto parte della nomenklatura intellettuale sovietica. Quindi, anche nel momento dell’amara resa dei conti con un sistema violento e corrotto, era in grado di capire lucidamente certe motivazioni dei suoi rappresentanti. Dice Grossman nel suo romanzo Tutto scorre..., scritto fra il 1955 e il 1963 e pubblicato postumo in Germania occidentale nel 1970 (Adelphi, 1987): “Arrivarono gli anni Trenta, i giovani, i combattenti della guerra civile si erano fatti uomini quarantenni, dai capelli argentati. Per loro il tempo della rivoluzione, dei comitati dei contadini poveri, del primo e del secondo congresso del Comintern era stato il tempo giovane, felice, romantico della loro vita. Stavano in uffici forniti di telefoni e segretarie, portavano giacca e cravatta in luogo dei giubbotti, andavano in automobile, avevano imparato ad apprezzare il buon vino, le vacanze [...]. E purtuttavia la stagione dell’Armata rossa di Budënny, delle giacche di cuoio, della polenta di miglio, degli stivali sfondati, delle idee planetarie e della comune mondiale, restava la stagione sublime della loro vita. Non per amore delle auto e delle dacie essi costruivano un nuovo Stato. Per amore della rivoluzione e di un nuovo mondo, senza proprietari terrieri e capitalisti, immolarono vittime, compirono crudeltà e violenze”.

L’uomo che mise in atto i progetti di Lenin e Stalin fu Lazar’ Moiseevič Kaganovič (1893-1991), figlio di una povera famiglia ebrea ucraina. Da giovane lavorò come calzolaio e, a soli 18 anni, nel 1911, aderì al Partito comunista, dove ricoprì numerosi incarichi tra i quali quello di Vice Presidente dell’Unione Sovietica e di membro del Comitato Centrale del Partito. Fu poi ministro dell’agricoltura. Cognato di Stalin, fu uno dei maggiori protettori dell’ucraino Nikita Sergeevič Chruščëv, fino a quando quest’ultimo, salito al potere per avviare il processo di destalinizzazione, non lo sacrificò, togliendogli ogni carica. Però, addossando tutte le colpe a Stalin, evitò di trascinarlo in un processo dagli esiti pericolosi: Kaganovič, infatti, aveva condiviso tutte le scelte di Stalin ed era stato tra i principali responsabili della carestia in Ucraina negli anni 1932-1933. Dopo l’allontanamento, Kaganovič rimase nell’ombra e nel silenzio, fino a un’intervista a “La Repubblica” (5/X/1990), l’anno prima di morire, dove ribadì il suo granitico punto di vista. Enrico Franceschini gli chiese: “Non ha mai avuto ripensamenti sugli arresti di quell’era, sulle violenze e le vittime della campagna di collettivizzazione delle campagne?”. Kaganovič rispose: “Il primo punto da ricordare è che la collettivizzazione fu il proseguimento di una linea leninista. Ci furono degli eccessi? Sì. Ma dove e quando non ci sono? Ci sono sempre. Quando combatti una guerra, è difficile stabilire in anticipo quante cartucce sparerai. Il nemico occupa una nostra città, dobbiamo riprenderla. Ma dentro la città c’è la nostra gente, degli innocenti che potrebbero essere uccisi nell’attacco. L’esercito griderà ugualmente: all’assalto, perché così deve essere, in tutti i tipi di guerra. Sì, il risultato è che soffrono anche gli innocenti. Ci furono vittime innocenti nella collettivizzazione delle terre. Ma c’erano anche i contadini ricchi, influenti, legati alla chiesa, che perturbavano, ostacolavano. Cosa si doveva fare? E nell’industria c’erano i sabotaggi. Oggi molti storici lo negano, ma era vero. Il sabotaggio c’era, e, dirò di più, c’è anche adesso”.

L’“Holodomor” iniziò (ammesso che certi fenomeni possano avere un inizio preciso e facilmente spiegabile) perché interi villaggi contadini si opposero al progetto di collettivizzazione delle campagne, previsto dal Primo piano quinquennale del 1929. Perciò tutti i contadini (piccoli, grandi e medi) che non accettarono di sottomettersi alla collettivizzazione, vennero bollati, con una campagna di denigrazione molto violenta, come “kulaki” (proprietari), e, soprattutto in Ucraina, vennero trattati come dei veri e propri nemici: caricati a forza sui treni e deportati lontano, con il risultato di impoverire ancor di più le campagne. Ma questi metodi rischiavano di riproporre i problemi sorti già nel 1923, quando si era fatto un primo tentativo di “sistemare i contadini”. Il potere sovietico era stato poi costretto a fare una parziale marcia indietro e frenare lo zelo repressivo dei propri miliziani. Stavolta, anche i comandanti dell’Armata rossa (non ancora “normalizzati”) esprimevano dei forti dubbi sull’utilizzo dei soldati nel reprimere il malcontento contadino. Quindi la collettivizzazione venne rallentata. Così, dal 55% dei terreni collettivizzati del 1929 si scese al 22% nel 1930. Per tornare però al 50% nel 1931 e al 60% nel 1933. Nel 1934, il soviet rurale annunciò che i “kulaki” (che, nel 1928, venivano stimati in 5,6 milioni) erano diventati 149.000.

Grossman, sempre in Tutto scorre…, chiarisce bene come si inceppò la fragile macchina del potere bolscevico e iniziò a produrre fame e sangue. Di fronte al pericolo di nuove carestie, fu chiesto uno sforzo che era impossibile realizzare, proprio perché, per ragioni ideologiche, era stata compromessa la capacità produttiva della campagna, soprattutto di quella ucraina, fondamentale per la riuscita del Piano economico: “Dopo la liquidazione dei kulaki (tra il ’29 e il ’30) la superficie coltivata si era assai ridotta e il rendimento s’era abbassato; dai bilanci risultava invece che senza i kulaki la nostra vita era fiorita di colpo. Il Soviet di villaggio mentiva col distretto, il distretto con la regione, la regione con Mosca. Tutto come si deve (...). E a noi, al nostro villaggio, fissarono una quota che neanche in dieci anni avremmo potuto raggiungere! Al Soviet del villaggio anche quelli che non erano usi a bere andavano a ubriacarsi, per vincere la paura. Si vede che Mosca sperava soprattutto nell’Ucraina. E fu più di tutto con l’Ucraina che se la presero, più tardi”.

Nel 1930, compiendo un viaggio nell’Ucraina della collettivizzazione forzata, lo scrittore Isaac Babel’ scrisse ai parenti (il 16 febbraio) di averne riportato un’impressione entusiastica, soprattutto per la grandiosità dell’esperimento che “sorpassa tutto quanto abbiamo visto ai nostri tempi”. Evidentemente era ben cosciente, come si può dedurre da tutto il suo epistolario, che la Censura leg- geva tutte le lettere. Infatti, nelle conversazioni private, raccontava un’altra storia. Secondo quanto riferito dallo scrittore di origine ungherese Erwin Sinko, che nel 1936 coabitò con lui a Mosca, Babel’ gli raccontò di aver provato in quei luoghi il senso di un’allucinazione terrificante la cui origine continuava a restargli incomprensibile, finché una notte non si svegliò di soprassalto e comprese di esser stato svegliato dal silenzio percepito nei villaggi visitati: “villaggi dove non solo non c’era più neanche una vacca, ma nemmeno maiali e galline, e neppure cani, nessun animale vivente”. (E. Sinko, A Novel about a Novel. Moscow Diary, in: Isaac Babel’s Selected Writings, Norton & co, New York 2009).

La descrizione della fame contadina ucraina che fa Grossman, nel 1956 (mentre allora, nel 1933, non aveva visto né detto niente), è terribile: “C’erano coloro che facevano a pezzi i morti e li cuocevano, uccidevano i propri figli e li mangiavano. (…) Dicono che questi li han fucilati tutti quanti. Ma non erano loro i colpevoli, colpevoli erano quelli che riducevano una madre al punto di mangiare i propri figli. È per il bene dell’umanità che loro hanno ridotto le madri a quel punto”. Igort, l’attuale direttore del mensile “Linus”, con la graphic novel Quaderni ucraini. Memorie dai tempi dell’Urss (Mondadori, 2010) ci ha dato un documentato reportage storico, disegnato, di quella tragedia. Raccogliendo testimonianze, in vari soggiorni in Ucraina tra 2008 e il 2009, Igort è riuscito a ridare vita a storie, uniche e allo stesso tempo esemplari. L’ottantenne Serafina Andreyevna inizia a raccontare: “Avevo tra i 4 e i 5 anni quando la carestia arrivò...”. È come se parlasse di una grandinata, qualcosa contro la quale i contadini sanno bene che non ci si può ribellare: arriva e basta, si può solo cercare di limitarne i danni. In poco tempo la fame divenne l’ossessiva protagonista di tutto. Il cannibalismo fu una pratica diffusa: “rapivano i bambini, persino gli adulti e li uccidevano per mangiarli”. E anche i morti per fame venivano utilizzati: “C’erano dei bambini con cui giocavo... Morirono uno dopo l’altro. Quando questo avveniva tutti sapevano già... Non c’erano funerali, niente del genere. La casa veniva chiusa e poco dopo vedevi i camini fumare. Era un mondo triste quello in cui la morte di qualcuno portava speranza a qualcun altro”. Poi c’è la storia di Nikolaj Vasilievich, che vende al mercato gli oggetti di casa. La sua è una “memoria dal sottosuolo” reale, di un ucraino medio, sfiancato dalla vita, e dalla malasorte in amore, in salute e nel lavoro, dalla cattiveria degli altri: “All’epoca di Stalin la gente doveva dare ogni anno al kolkoz 300 litri di latte, 50 chili di carne, 300 uova. Ogni casa doveva produrre quel tanto, indipendentemente da quanti ci abitavano. (...) Mia madre era sola, non sarebbe mai arrivata a produrre abbastanza. Neppure se lavorava durissimo. Era un incubo”. Infine: Maria Ivanovna, ridotta a pesare, per pochi spiccioli, la gente al mercato. Da bambina vide, nel 1933, “i carri passare in città, con i cadaveri ammassati, nudi; c’era qualcuno ancora vivo, che cercava di liberarsi, ma era troppo debole per riuscirci; li scaricavano in fosse comuni, venivano lasciati cadere, tutti insieme, per essere ricoperti da poche manciate di terra...”.

Francesco M. Cataluccio, saggista e scrittore

Analisi di

11 marzo 2022

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