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Perché le buone notizie fanno paura?

di Nadia Neri

Se guardiamo la televisione - tutta, non solo i Tg -, se leggiamo i giornali, se apriamo Facebook, siamo inondati da cattive notizie, guerre, attentati, corruzione nella vita politica, fatti di cronaca nera sempre più efferati, violenze sulle donne. Ormai non ci accorgiamo più del bombardamento negativo al quale siamo sottoposti e purtroppo assuefatti, perché moltissimi scambiano questa unilateralità di notizie come coincidente con la realtà oggettiva. Si hanno così due reazioni: o indifferenza passiva o pessimismo cosmico, privo di qualsiasi speranza di luce. Esiste ormai purtroppo quasi un piacere malato nel ricercare una cattiva notizia e nell'approfondirla in tutti i suoi particolari più macabri. La conseguenza più grave, soprattutto nei giovani, è un rinchiudersi nell’indifferenza o in se stessi, in un individualismo malato.

Da tempo è tornata in auge l'affermazione di Hobbes, 'homo homini lupus', che il filosofo riteneva fosse alla base della natura umana - lo ius naturae - e si potesse correggere con uno Stato autoritario che domasse l'istinto aggressivo insito nell'uomo fin dalla nascita, prima di entrare nella società. Quante persone oggi, pur non conoscendo Hobbes, sono d'accordo col suo pessimismo di fondo! Così crescono nella psiche strutture paranoidi: fuori c'è sempre e solo un nemico, quindi è meglio non fidarsi mai di nessuno e irridere chi crede o afferma che si possono cambiare le cose. In questa cornice parlare di buone notizie sembra quasi un insulto, o peggio qualcosa di cui vergognarsi. La parola che viene usata come accusa è buonismo, per sottolineare la mancanza di senso di realtà di chi ne parla.

Chiediamoci allora perché le buone notizie fanno così paura. Se io so, per esempio, che alcuni soldati israeliani hanno avuto il coraggio di fare obiezione di coscienza e si sono rifiutati di andare in guerra, che familiari israeliani e palestinesi che hanno subito la morte di un congiunto lavorano insieme nei parent's circle per affrontare ed elaborare il lutto, se so dei numerosissimi esempi di volontariato nelle situazioni di guerra o di estrema povertà, di Pier Cesare Bori, professore universitario e scrittore prolifico che andava nel carcere di Bologna a lavorare e a studiare con i detenuti magrebini, o del vietnamita Thic Nat Han che ha lavorato per la pace con i soldati americani reduci dalla guerra in Vietnam e con compassione ha cercato di curare le loro ferite, sentirò con forza dentro di me che un altro mondo è possibile. L’ esempio del monaco vietnamita ci aiuta a portare in luce che cosa fa paura: l'amore, la capacità di amare il nemico, di amare la natura, di amare noi stessi.

Nel mio lavoro psicoanalitico con i pazienti è proprio questo lo scoglio spesso insormontabile, sia per paure legate alla storia personale, sia per un equivoco pericoloso, come se amare se stessi fosse un rinchiudersi in una forma di egoismo. Niente di più sbagliato, anche il versetto biblico che tutti conosciamo, dice ama il prossimo tuo come te stesso e nel mondo cattolico - penso ai catechismi insegnati male ai bambini - spesso si è mutilato il 'come te stesso'. Anche dal punto di vista psicologico, se vogliamo dare amore dobbiamo avere il coraggio di farlo anche con noi stessi, altrimenti le nostre azioni e il nostro comportamento non sono credibili e chi viene in contatto con noi avverte questo limite profondo. Ho usato con semplicità la parola amore che è alla base delle buone notizie perché forse in questo momento storico è quasi rivoluzionario usare questa parola  senza farsi catturare da dibattiti filosofici e letterari. È chiaro che l'amore implica un'apertura alla spiritualità, ovviamente non confessionale, ma un contatto con una forza universale che ognuno nella sua libertà interiore declinerà a proprio modo.  

Spero che ai lettori vengano in mente tanti esempi di buone notizie che conoscono personalmente e che esistono in ogni parte del mondo, anche se noi non lo sappiamo. Solo se è radicato in noi questo atteggiamento positivo avremo la forza interiore di indignarci - motivi per farlo ce ne sono quotidianamente - e continueremo a fare il nostro percorso di luce.

Analisi di Nadia Neri, psicologa analista

31 marzo 2014

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