Gariwo: la foresta dei Giusti

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Perché Raif Badawi fa paura

di Riccardo Noury

Le parole di Riccardo Noury in occasione dell'incontro del 14 marzo a Palazzo Marino "I Giusti raccontano"

Vorrei iniziare con questa citazione: "Gli stati basati sulla religione rinchiudono i loro popoli nel cerchio della fede e della paura". Questa frase potrebbe essere stata pronunciata in diversi paesi del mondo. Il suo autore è Raif Badawi e la paura di cui parla è la paura del pensiero libero, di un’opinione indipendente, di una voce critica.

Ecco perché Raif Badawi ha fatto paura alle autorità del suo paese, l’Arabia Saudita. Perché ha sfidato la paura.

Come è noto, Raif Badawi è stato accusato di aver offeso l'Islam tramite il suo forum online, "Liberi liberali sauditi". Chi ha letto i suoi scritti, pubblicati nel 2015 anche in Italia, ha capito che non è così.

Dopo aver rischiato una condanna a morte per il reato aggiuntivo di "apostasia" (tra i capi d'accusa c'era anche quello di aver fatto "like" su una pagina facebook di arabi cristiani), il 7 maggio 2014 Raif Badawi è stato condannato a 10 anni di carcere, a 1000 frustate e a una multa di un milione di rial. La condanna è stata definitivamente confermata dalla Corte suprema il 6 giugno 2015.

Il 9 gennaio 2015, dunque prima ancora che la Corte suprema rendesse inappellabile la condanna, è stata eseguita la prima serie di 50 frustate. Uno spettacolo turpe, all’esterno della moschea principale di Gedda e di fronte a una folla giubilante che invocava la grandezza di Allah.

Un piccolo, amaro inciso: due giorni dopo l'Arabia Saudita ha partecipato col suo ambasciatore in Francia alla marcia di solidarietà con la redazione di Charlie Hebdo, trucidata in un attacco armato alcuni giorni prima. Il messaggio è stato questo: la libertà d'espressione si può anche apprezzare e difendere all’estero ma dev’essere repressa in casa, col carcere e con la frusta.

Ogni venerdì successivo al 9 gennaio è, da allora, iniziato con angoscia e terminato con un sollievo di tutti. Le frustate non hanno più avuto luogo. Merito, forse, della mobilitazione generosa e straordinaria di centinaia di migliaia di persone che, nel mondo, ogni giovedì di settimana in settimana e con qualsiasi condizione climatica, hanno manifestato di fronte alle ambasciate dell’Arabia Saudita chiedendo clemenza.

Il 12 febbraio, siamo sempre nel 2015, nel corso di uno degli 11 consecutivi sit-in settimanali di fronte alla rappresentanza diplomatica dell'Arabia Saudita, grazie alla mediazione di un commissario di Polizia sono riuscito a convincere un funzionario dell'ambasciata ad aprire il portone blindato e a ricevere 15.000 firme che Amnesty International aveva raccolto nell'ultimo mese. Migliaia di altre erano state inviate direttamente al governo alla fine del 2014. Io sono convinto che siano servite.

Voglio invitarvi a immaginare, nell'esilio canadese, i tre figli (Najwa di 14 anni, Terad di 13 e Miryiam di 10), che ancora oggi si svegliano - qualora riescano a dormire - la mattina del venerdì e si chiedono se il papà di lì a qualche ora verrà frustato. Immaginateli quando vanno a scuola. Immaginate Ensaf Haidar, la moglie di Raif, che non può neanche permettersi di cedere al dolore e all’angoscia perché deve proteggere i figli.

Il caso di Raif Badawi illustra più di ogni altro le caratteristiche del sistema giudiziario dell'Arabia Saudita: arbitrarietà, assenza di trasparenza, crudeltà.

Ma è anche emblematico dell’incostanza della comunità internazionale, dei doppi standard dei suoi stati e leader più potenti quando si tratta di diritti umani, sui quali prevale l'esigenza di "tenersi stretto" un alleato importante in un'area geopolitica complicata, un simbolo di quello che viene caparbiamente definito "islam moderato", un partner utile contro le minacce del terrorismo, un florido mercato per la vendita di armi. Pazienza che quella "moderazione" e quella utilità" siano smentite dai fatti.

Ma i fatti basta ignorarli. Se li ignori, non esistono. Come non esiste, se non per pochi, Raif Badawi. Per questo, è importante ricordarlo in questi giorni e in un modo così bello.

Analisi di Riccardo Noury, portavoce di Amnesty International Italia

14 marzo 2017

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