Gariwo
https://it.gariwo.net/editoriali/perche-sosteniamo-i-giornalisti-russi-indipendenti-25023.html
Gariwo

Perché sosteniamo i giornalisti russi indipendenti

Creiamo nel giorno della libertà di stampa un ponte morale tra russi e ucraini

Una riflessione del presidente di Gariwo Gabriele Nissim in occasione della cerimonia per la Giornata mondiale per la libertà di stampa, 3 maggio, che si terrà al Giardino dei Giusti di Milano. 

Giustamente tutta l’attenzione emotiva si è concentrata in queste settimane sulla solidarietà al popolo ucraino e, come ha ricordato ancora recentemente il Presidente Mattarella, la prima questione morale per l’Europa e il nostro Paese era quella di distinguere tra l’aggressore e l’aggredito di fronte a chi, spaventato per un possibile allargamento della guerra, riteneva che dovessimo trovare una mediazione impossibile tra le ragioni dei russi e quella degli ucraini.

Probabilmente per la necessità di affermare con chiarezza la responsabilità della Russia non per una guerra, che presupporrebbe torti comuni, ma per una invasione di un altro Paese, tutta la riflessione si è focalizzata sulle modalità possibili per un aiuto morale, politico e militare nei confronti dell’Ucraina aggredita.

La domanda più urgente era come poter aiutare Kyiv nella battaglia per il suo diritto all’indipendenza e alla libertà?

Di fronte a questo imperativo morale essenziale abbiamo perso di vista che non ci troviamo solo di fronte ad un attacco imperialista della Russia nei confronti di un altro Paese, ma che in Russia è in atto una seconda guerra che mira a mettere a tacere, come non era mai accaduto in questi ultimi anni dalla fine del comunismo, tutte le voci interne di perplessità e critica.

Oggi è in atto in Russia una battaglia per la verità contro la menzogna che presenta l’Ucraina come un Paese nazista che non ha diritto all’indipendenza e costituisce una minaccia: come se la Russia fosse la vittima che fa la guerra perché costretta a difendersi.

Protagonisti di questa difesa della verità sono decine di giornalisti che hanno ripreso lo spirito dell’appello che il 14 febbraio 1974, giorno del suo arresto, Aleksandr Solženicyn chiese che venisse fatto circolare nel Paese.

Il documento allora invitava i cittadini russi ad adottare un nuovo codice di comportamento: vivere senza menzogna.

Lo scrittore russo sosteneva allora, con molte analogie con la situazione di oggi, che nonostante non fosse possibile esprimersi liberamente e godere delle libertà democratiche gli individui avevano però la possibilità di fare sentire la propria voce, rifiutandosi di avallare le bugie del regime:

“Questa è la chiave della nostra liberazione, una chiave che abbiamo trascurato e che è pure tanto semplice e accessibile: il rifiuto di partecipare personalmente alla menzogna, anche se ricopre ogni cosa, anche se domina dappertutto. Su un punto siamo inflessibili: che non domini per opera mia.”

Rifiutare di mentire significava impegnarsi a non dire, non scrivere, non firmare e non pubblicare cose che travisano la realtà; abituarsi a non esprimere falsità in ogni forma di creazione artistica - dalla fotografia, alla pittura, alla musica; non fare riferimento a direttive politiche senza esserne convinti, ma soltanto per compiacere qualcuno per motivi di carriera; non partecipare a manifestazioni e a comizi contro la propria volontà, né alzare la mano a favore di mozioni che non si condividono, né partecipare a riunioni dove si è obbligati ad accettare una decisione preconfezionata; non acquistare giornali e riviste che danno informazioni deformate e tacciono sui fatti essenziali.

Chi avesse agito in questo modo, osservava Solženicyn, avrebbe ritrovato la propria anima e il gusto di essere “una persona onesta, degna del rispetto dei figli e dei contemporanei.”

Era una resistenza alla portata di ogni russo e di ogni uomo, perché il coraggio poteva trovare alimento nella solidarietà degli altri.

“Non si tratta dunque di avviarsi per primi su questa strada, ma di unirsi ad altri. Il cammino ci sembrerà più agevole e breve quanto più saremo uniti e numerosi nell’intraprenderlo. Se saremo decine di migliaia, nessuno potrà tenerci testa. Se saremo decine di migliaia, il nostro paese diventerà irriconoscibile.”

Questa è proprio la sfida che in questi giorni stanno portando avanti i giornalisti indipendenti, e una parte della società civile, che cercano di creare un movimento di voci libere che abbia effetti sul regime di Putin.

La differenza è che quando scriveva Solženicyn la posta in gioco era l’informazione sui Gulag e sul sistema concentrazionario sovietico, oggi sono invece le notizie e la conoscenza di una guerra che ha i connotati di un genocidio culturale per distruggere una nazione. Ma simile è la convinzione che la rimozione della verità possa passare soltanto attraverso un soffocamento ulteriore dei mass-media da parte del regime politico autocratico e totalitario. Oggi in Russia è vietato persino chiamare la guerra con il suo vero nome e il regime esige che si parli di “operazione militare speciale” e, dall’inizio di marzo, ha varato una legge speciale che prevede fino a 15 anni di carcere chi diffonde informazioni non consone alla propaganda del regime. Ai russi si racconta che si tratta di una nuova guerra di liberazione dai nazisti che dall’Ucraina stavano minacciando la sicurezza del Paese.

Per questo motivo abbiamo lavorato perché la Giornata della liberà di stampa fosse, a partire da Milano, una mobilitazione a sostegno delle voci libere in Russia.

La posta in gioco ha una valenza per il futuro che viene sottovalutata e che dovrebbe invece diventare oggetto di comprensione politica.

Come è accaduto per il Vietnam, in Algeria e in altri contesti, la possibilità di fermare genocidi, aggressioni o atrocità di massa dipende dalla resistenza, dal coinvolgimento internazionale, ma anche dalle informazioni che circolano all’interno di una nazione retta da un regime che si macchia di crimini contro l’umanità.

Il pluralismo e la democrazia sono sempre, con la mobilitazione delle coscienze, un antidoto che, prima o poi, permette di arrestare la strada verso l’abisso. Ma all’interno di un regime autoritario o totalitario, che controlla le informazioni e sostituisce la realtà con la menzogna dell’ideologia, gli anticorpi che permettano di arrestare crimini di massa sono molto più difficili da trovare.

Per questa ragione, forte deve essere il sostegno a tutte le coraggiose voci indipendenti che cercano di rompere il muro di omertà.

Come è fondamentale proteggere e offrire aiuti militari a un popolo aggredito nello spirito della Convenzione delle Nazioni Unite per la prevenzione dei genocidi, è altrettanto decisivo sviluppare in un mondo interconnesso tutta una creatività politica e morale per sostenere le voci che difendono la verità.

Ricordo che, al tempo del comunismo, molti sostenevano che i dissidenti non contassero ed era inutile perdere tempo a sostenerli, perché la soluzione non sarebbe arrivata dagli uomini, ma dalle forzature economiche e militari della guerra fredda. È una previsione che si è mostrata sbagliata perché sono stati gli oppositori con la loro coscienza che, a Praga come a Varsavia e a Budapest, hanno permesso la caduta del Muro.

C’è il rischio che questo atteggiamento pessimista si manifesti ancora nei confronti della Russia di oggi con un fattore in più. Non c’è guerra che non provochi stereotipi, nazionalismi e inquini gli animi delle persone. La russofobia non è un pericolo come la intende Putin, ma si potrebbe creare un abisso comprensibile tra ucraini e russi. Quando si combatte un nemico non si fanno troppe differenze sul campo avversario e, per questo motivo, ci possono qualche volta sembrare pesanti certe dichiarazioni di Zelensky sulla guerra in corso. Un resistente antinazista quando combatteva i tedeschi non andava troppo per il sottile. Quando si lotta per la vita e per la libertà non sempre si usa il linguaggio migliore. Non è immediato comportarsi come Etty Hillesum che nel campo di concentramento invitava a non odiare il tedesco e ad avere pietà di lui.

Per questo motivo siamo chiamati a creare un ponte morale e politico tra i combattenti dell’Ucraina e i resistenti che si battono contro la menzogna di regime in Russia. Non solo gli uni hanno bisogno degli altri per la fine dell’aggressione, ma la ricostruzione di un futuro in Europa dopo le macerie di questa guerra passerà da una nuova conciliazione tra i due popoli che solo gli uomini migliori possono costruire.

Non dovrà esistere l’Ucraina negata e vassalla della Russia, ma una Ucraina in sintonia con le voci libere e democratiche della Russia.

Gabriele Nissim, presidente di Gariwo

Analisi di

29 aprile 2022

Non perderti le storie dei Giusti e della memoria del Bene

Una volta al mese riceverai una selezione a cura della redazione di Gariwo degli articoli ed iniziative più interessanti. Per iscriverti compila i campi sottostanti e clicca su iscrizione.




Grazie per aver dato la tua adesione!

Scopri tra gli Editoriali

carica altri contenuti