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Piccola radiografia del pacifismo italico

di Giovanni Cominelli

… I cattolici

In questi mesi hanno oscillato parecchio, in sintonia con Papa Francesco. Il quale, per tutta la prima fase della guerra, ha fatto appello a Putin e a Zelensky come se fossero due belligeranti di pari grado e pari intenzioni bellicose, per di più il primo provocato dall’”abbaiare della Nato ai confini russi”. L’appoggio totale del Patriarca Kirill all’invasione russa, giustificata come missione sacra, l’accanimento barbaro contro la popolazione civile, l’appello di Putin a unirsi in crociata contro “l’Occidente satanico” hanno visibilmente spostato la posizione di Papa Francesco, come documentato dal drammatico discorso dell’Angelus del 2 ottobre: “la martoriata Ucraina” sta ora al centro di ogni sua presa di posizione.

D’altronde la Dottrina della Chiesa, sintetizzata nel Catechismo della Chiesa Cattolica, dedica alla “legittima difesa” i paragrafi dal 2263 al 2267.

Il n. 2265 afferma: “La legittima difesa, oltre che un diritto, può essere anche un grave dovere, per chi è responsabile della vita di altri. La difesa del bene comune esige che si ponga l'ingiusto aggressore in stato di non nuocere. A questo titolo, i legittimi detentori dell'autorità hanno il diritto di usare anche le armi per respingere gli aggressori della comunità civile affidata alla loro responsabilità”. Dunque, diritto/dovere di resistenza, così da porre “l'ingiusto aggressore in stato di non nuocere".

Al punto 2309 sono indicate le condizioni, alle quali è legittima una difesa militare: “Si devono considerare con rigore le strette condizioni che giustificano una legittima difesa con la forza militare. Tale decisione, per la sua gravità, è sottomessa a rigorose condizioni di legittimità morale. Occorre contemporaneamente:

  • che il danno causato dall'aggressore alla nazione o alla comunità delle nazioni sia durevole, grave e certo;
  • che tutti gli altri mezzi per porvi fine si siano rivelati impraticabili o inefficaci; 
  • che ci siano fondate condizioni di successo; 
  • che il ricorso alle armi non provochi mali e disordini più gravi del male da eliminare. Nella valutazione di questa condizione ha un grandissimo peso la potenza dei moderni mezzi di distruzione.

Questi sono gli elementi tradizionali elencati nella dottrina detta della ‘guerra giusta’.

La valutazione di tali condizioni di legittimità morale spetta al giudizio prudente di coloro che hanno la responsabilità del bene comune”.

Fin qui il Catechismo.

Allora, perché molti firmatari cattolici di molti Appelli si pongono invece nel mezzo tra Putin e Zelensky, negando però l’invio di armi agli Ucraini, di fatto esponendoli alla violenza bruta di un invasore?

La prima ragione è di tipo teo-ideologico: hanno semplicemente dimenticato “il peccato originale”, cioè lo sguardo realistico sull’uomo e sulla storia degli uomini, che è tipico della grande teologia patristica. Sant’Agostino scrive di “natura sauciata”, “ferita” dal peccato originale. Nell’antropologia cristiana è prevista la compresenza attiva del Bene e del Male nel cuore dell’uomo, anche se ottimisticamente il Male non vincerà, alla fine della Storia. Nelle religioni sumero-babilonesi e in Zoroastro, invece, si dà una contrapposizione metafisica eterna tra il Bene e il Male. A quanto pare, per il cristianesimo rousseauiano dei pacifisti l’Uomo è buono, la società è cattiva, soprattutto se fondata sul mercato capitalistico, di cui il commercio delle armi è solo una conseguenza. Se elimini il commercio delle armi, fiorirà la pace. Se poi elimini il capitalismo, allora sì, “Pacem in terris”! Peccato che il commercio delle armi nasca dalla guerra, non viceversa: la guerra che attraversa il cuore dell’uomo. Aboliamo la guerra? Certo. Straordinaria utopia, la cui realizzazione implica semplicemente un salto quantico morale nell’evoluzione della specie. Possibile? Sì, a condizione che l’utopia non diventi un alibi per chiudere gli occhi sull’aggressore di oggi.

Secondo alcuni, la colpa è, più radicalmente, del capitalismo, che ha sviluppato gli animal instintcs dell’uomo. Detto in inglese, non per caso!

Tocchiamo la seconda ragione, più politico-ideologica: l’antimericanismo. Ha radici profonde nel mondo cattolico. Fin dal Sillabo del 1864 il liberalismo di origine anglo-sassone è una delle eresie condannabili insieme al socialismo e al comunismo. Il mondo anglosassone viene fatto coincidere con il protestantesimo, nemico della Chiesa cattolica. Così, ancora tra gli anni ’20 e ‘30, il Vaticano appoggia e si mischia con i regimi clerico-fascisti europei e latino-americani e diffida delle democrazie liberali. L’antiamericanismo si condensa politicamente nel 1949, in occasione della discussione in Parlamento sull’adesione dell’Italia alla Nato. Dall’11 al 20 marzo, in una seduta lunga ben 51 ore, caratterizzata da risse mai viste, l’adesione fu approvata, ma Dossetti, Gronchi, Gui erano fermamente contrari, così come lo stesso Mons. Montini, tutti su una posizione neutralista. Fu Pio XII a tagliare la testa al toro, in nome della difesa militare contro il comunismo ateo. Difficile indicare esattamente attraverso quali linee di discendenza personale questa posizione sia arrivata fino ai giorni nostri. Si allude genericamente al filone catto-comunista. In ogni caso, è questo filone l’erede oggettivo del neutralismo del secondo dopo-guerra.

I pacifisti di sinistra…

Se molti pacifisti cattolici conservano uno storico pre-giudizio negativo contro gli Americani, molti pacifisti di sinistra ne hanno uno positivo verso l’Unione sovietica/Russia. Che non significa esprimere una valutazione positiva dell’esperienza del “socialismo reale”. Continuano, però, a ritenere che la rivoluzione bolscevica abbia spezzato, una volta per sempre, l’ordine imperialistico e colonialistico mondiale, rappresentato nel ’17 dagli Inglesi, dai Tedeschi, dai Francesi e nel secondo dopoguerra dagli Americani. Un semplice esercizio mentale di contro-storia potrebbe far immaginare uno scenario in cui in Russia avesse vinto il socialdemocratico Kerenskij, l’Assemblea costituente già votata non fosse stata sciolta da Lenin… Come reazione ad una Russia democratica sarebbero insorti il fascismo e il nazismo? In ogni caso, alla Russia di Putin si continua ad attribuire la funzione weltgeschichtlich di Lenin. Alle spalle sta un giudizio inappellabile sugli Americani come “imperialisti”. Se non si può certificare che il pregiudizio filo-sovietico, coltivato anche da chi all’interno del PCI era antileninista e riformista, si sia trasformato, per inerzia storica, in pregiudizio filo-Putin, si deve certo constatare la continuità dell’antimericanismo storico della sinistra socialista e comunista del ’48. Dunque: magari non più filo-sovietici e, tampoco, filo-russi, ma certamente e indefettibilmente anti-americani. E poiché questi sono anche gli alfieri del modello di sviluppo capitalistico mondiale, che sta mettendo il pianeta a mal partito e che è stato adottato anche dal resto del mondo, Cina compresa, al pacifismo antiamericano si è aggiunto quello di origine ecologista. Se poi sopra vi si sparge lo zucchero a velo della rivolta ideologica woke contro l’Occidente imperialistico, colonialista, razzista, la torta é perfetta: il nemico siamo noi!

Il pacifismo bianco-rosso-bruno

In questi giorni, tanto le posizioni dei cattolici quanto quelle di sinistra quanto quelle “brune” alla Veneziani si sono fuse in un Manifesto, intitolato “Un negoziato credibile per fermare la guerra”, firmato da Antonio Baldassarre, Pietrangelo Buttafuoco, Massimo Cacciari, Franco Cardini, Agostino Carrino, Francesca Izzo, Mauro Magatti, Eugenio Mazzarella, Giuseppe Vacca, Marcello Veneziani, Stefano Zamagni.

I punti: 1) neutralità di un’Ucraina che entri nell’Ue, ma non nella Nato, secondo l’impegno riconosciuto, anche se solo verbale, degli Usa alla Russia di Gorbaciov dopo la caduta del Muro e lo scioglimento unilaterale del Patto di Varsavia; 2) concordato riconoscimento dello status de facto della Crimea, tradizionalmente russa e illegalmente “donata” da Krusciov alla Repubblica Sovietica Ucraina; 3) autonomia delle regioni russofone di Lugansk e Donetsk entro l’Ucraina secondo i Trattati di Minsk, con reali garanzie europee o in alternativa referendum popolari sotto la supervisione Onu; 4) definizione dello status amministrativo degli altri territori contesi del Donbass per gestire il melting pot russo-ucraino che nella storia di quelle regioni si è dato ed eventualmente con la creazione di un ente paritario russo-ucraino che gestisca le ricchezze minerarie di quelle zone nel loro reciproco interesse; 5) simmetrica de-escalation delle sanzioni europee e internazionali e dell’impegno militare russo nella regione; 6) piano internazionale di ricostruzione dell’Ucraina.

Si tratta di un manifesto senza verità storica e perciò anche senza giustizia.

Che la Russia abbia aggredito l’Ucraina, viene riconosciuto, ma non spiegato alla luce del disegno geopolitico che parte da lontano e che Putin non ha mai nascosto. Quanto alla Crimea, la Storia ci avverte che il 1º dicembre 1991 si svolse il referendum sull’indipendenza dell’Ucraina, richiesto dal Parlamento ucraino per confermare “l'Atto di Indipendenza”, adottato dal Parlamento stesso il 24 agosto 1991.

Al referendum votarono 31.891.742 (l'84.18% dei residenti); 28.804.071 (il 90.32%) votarono "Sì". Nella maggioranza degli Oblast le percentuali andarono oltre il 90%, anche in quelle a melting pot a prevalenza russofono; in due o tre “soltanto” sopra il 75/80%. In Crimea – “regalata” da Krusciov alla Repubblica socialista sovietica ucraina il 17 giugno 1954 - la percentuale si fermò al 54,19%. Ma a Sebastopoli salì al 57% e a Odessa salì all’85%. Perché questa differenza della Crimea? Il 18 maggio del 1944 Stalin fece deportare l’intera popolazione tatara, che è la risultante dell’intreccio di molte etnie – circa 200 mila persone – verso l’Uzbekistan, il Kazakistan e altre località. Anche la comunità italiana fu deportata. L’accusa e la punizione: per collaborazionismo con i Tedeschi. Politica che Stalin ha praticato con ferocia anche nelle Repubbliche baltiche. I deportati morirono dal 30% al 46%, a seconda delle fonti statistiche. I sopravvissuti poterono tornare solo dopo il 1989, grazie a Gorbaciov. Intanto, Stalin ripopolò la Crimea di etnia russa. Ecco spiegato il mistero.

Il testo del Manifesto sostiene che la Crimea fu regalata illegalmente all’Ucraina. In base a quale criterio si definisce illegale la donazione, dentro un sistema dove non c’era nessuna legalità nei rapporti tra le Repubbliche? Se le linee di confine tra gli Stati sono definite da quelle etniche, la Crimea non è mai stata russa. Se sono definite dai Trattati e dai riconoscimenti internazionali – cioè dal Diritto internazionale – allora la Crimea è stata russa solo dal 1921 fino al 1991, quando se n’è andata insieme all’Ucraina. Le uniche linee di confine che contano tra gli Stati sono quelle stabilite dai Trattati. Così il 5 dicembre del 1994 venne firmato – non solo detto a voce, come sostiene per ignoranza o malafede il Manifesto succitato - il Memorandum di Budapest, in cui la Russia, gli Stati Uniti e la Gran Bretagna – successivamente vi si aggiunsero anche Cina e Francia – garantivano sicurezza, indipendenza e integrità territoriale dell’Ucraina, in cambio della sua rinuncia alle armi nucleari: ne aveva 1800! Nel 1997, a Parigi, la Russia e la Nato firmano l’Atto fondativo, in cui Mosca accetta l’espansione della Nato a Est, in cambio di una rinuncia della Nato a dispiegare “forze da combattimento significative” e a schierare armi nucleari nell’Europa orientale.

Il testo del Manifesto dimentica poi di dire che Putin ha annesso illegalmente, lui sì!, la Crimea nel 2015 ed ha scatenato la guerriglia civile nel Donbass.

Quanto al pericolo nucleare, la cui minaccia è agitata da Putin per piegare gli Ucraini e chiunque li aiuti, il Manifesto dimentica che dal 1949 in avanti la pace atomica nel mondo è stata garantita dalla MAD (Mutual Assured Destruction), che continua a funzionare come garanzia reciproca. Piacerebbe tanto poter fondare la convivenza dei popoli su fondamenta mento terribili, ma queste esistono e non consentono a nessuno di ricattare ogni altro. Eccetto, si intende, i nostri ricattabilissimi intellettuali.

… i pacifisti di destra

A destra si collocano gli eredi ideologici – consapevoli? - di Terza posizione, fondata nel 1978, che si dichiarava equidistante sia dal comunismo sia dal capitalismo imperialista.

I loro attuali eredi sostengono posizioni suprematiste, xenofobe, ultranazionaliste, teocratiche. La vicinanza con l’ideologia di Putin e del Patriarca Kirill è evidente.

Chi sono gli eredi? Intanto i gruppuscoli della galassia estrema, che ha come riferimento Fratelli d’Italia, anche se, nel caso specifico, non si riconoscono nell’atlantismo di Giorgia Meloni.

E poi Salvini. Che è filo-putiniano per comune ostilità putiniana alla democrazia liberale e per interessi “commerciali” più immediati. Si deve solo ricordare che, in occasione dell’annessione della Crimea, il Consiglio regionale della Lombardia e quello del Veneto hanno votato mozioni a favore dell’annessione. Esiste una base socio-culturale profonda del pacifismo neutralista leghista: il sovranismo. Che consiste nello starsene alla larga dalla storia del mondo, qualsiasi cosa accada dentro il quadro geopolitico-mondiale. Rispecchia una mentalità italiana, cresciuta negli anni, fatta di disinteresse, di egoismo provinciale, che non ritiene che ciò che succede nelle capitali estere possa/debba toccarci.

Quanto a Berlusconi è filo-putiniano per interessi commerciali e per nostalgia senile. Come dimenticare il suo ruolo giocato il 28 maggio 2002, quando nella base dell’aeronautica militare italiana di Pratica di Mare, vicino a Roma, furono firmati degli accordi fra la Russia e la NATO, quando Berlusconi “costrinse” Bush jr. e Putin a darsi la mano? Certo lui non dimentica. Si vanta di “aver posto fine a 50 anni di guerra fredda”. Che, ad onor del vero, aveva incominciato a finire sulle rive del lago di Ginevra nel gennaio 1985, con la passeggiata di Reagan e Gorbaciov, che fu ratificata il 29 maggio 1988 con la firma del Trattato INF e che finì, oggettivamente, con lo scioglimento dell’URSS l’8 dicembre 1991.

Tutti questi strati di pacifismo hanno in comune una piattaforma:

  • fermare la guerra, negando i mezzi agli Ucraini per opporsi militarmente all’esercito invasore;
  • concedere a Putin la parte già occupata: Crimea e Donbass.

Si tratta delle stesse condizioni che Putin stesso pone per smettere.

Come ci si possa interporre tra due belligeranti, assumendo integralmente le pretese di una parte, si dovrebbe chiedere ai catto-pacifisti, a Conte, alla sinistra radicale e a quella parte di PD che lo seguirà in piazza, ai catto-rosso-bruni, tutti in piazza il 5 novembre prossimo per la pace.

Come si possa essere ciechi di fronte alla guerra di liberazione nazionale degli Ucraini si dovrebbe chiedere:

  • a tutti coloro che hanno giustamente sfilato per decenni contro la violazione della sovranità nazionale degli Stati, operata a turno dalle Potenze grandi e piccole;
  • a tutti coloro che agitano il vessillo sovranista.

Le condizioni possibili per la pace sono molto semplici:

  • i Russi se ne devono tornare oltre confine;
  • la sicurezza della Russia deve essere costruita nell’ambito di Trattati di sicurezza collettiva, quale quello siglato a Pratica di Mare nel Maggio 2002, regnante Berlusconi, violato da Putin con l’invasione della Georgia nel 2008, con l’intervento in Siria, con l’annessione della Crimea il 20 febbraio 2014 e del Donbass a fine settembre 2022. Nel luglio del 1878 la Conferenza di Berlino, convocata da Bismarck, sistemò con una seri di Trattati di assicurazione e di contro-assicurazione le relazioni tra tutte le Potenze europee. La pace durò fino al 1914. Occorre riprendere Pratica di Mare.
  • Le questioni interne dell’Ucraina vanno lasciate agli Ucraini, con eventuali garanzie internazionali per le minoranze. L’accordo De Gasperi-Gruber del 1946 continua ad essere un modello valido ancora oggi per gestire, all’interno di uno Stato, la presenza di una minoranza etnica. Far saltare i confini di diritto internazionale per seguire i meandri delle linee etniche dentro ogni singolo Stato sovrano porta alle pulizie etniche, ai massacri balcanici dei non lontani anni ’90 del secolo scorso.
Giovanni Cominelli, giornalista

Analisi di

17 ottobre 2022

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