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Pio XII e la Shoah

di Anna Foa

La questione del comportamento tenuto da Pio XII verso gli ebrei durante la Shoah è una controversia sempre aperta e continua a suscitare attenzione e dibattito. La domanda emerge in qualsiasi occasione si parli di ebrei, anche se si parla dei ghetti del Cinquecento: ma perché Pio XII non ha denunciato lo sterminio degli ebrei? Perché il papa non ha fatto nulla per salvare gli ebrei?

Ricordo il libro di Rosetta Loy, La parola ebreo, che diceva testualmente: “Pio XII non è comparso bianco e ieratico alla stazione per mettersi davanti al convoglio fermo sul binario e impedirne la partenza, così come era apparso tra la folla il giorno del bombardamento di San Lorenzo”. Una frase forte, ad effetto, tale all’epoca da avere una grande forza di convincimento, da suscitare immediatamente l’idea che Pio XII non fosse sceso fra gli ebrei alla Stazione Tiburtina, a differenza di quanto aveva fatto dopo il bombardamento di San Lorenzo, perché la vita degli ebrei non lo interessava abbastanza. Parole lette allora anche da me con grande emozione. Poi, possiamo anche riflettere sul fatto che Pio XII, per non riconoscere l’occupazione nazista, non è mai uscito dal Vaticano fra l’8 settembre 1943 e il 4 giugno 1944. Ma non importa, la domanda non perde la sua fortissima carica emotiva.

La forza dell’immagine di un papa indifferente, dedito a fredde trattative diplomatiche mentre intorno a lui, “sotto le sue stesse finestre” venivano assassinati gli ebrei di Roma, sopravvive alle considerazioni della storia. Questa ci dice, documentandolo con rigore, che molte migliaia di ebrei a Roma e molti altri nel resto dell’Italia occupata trovarono salvezza nei conventi, nelle Chiese, nelle istituzioni vaticane. Come fanno a coesistere queste due immagini, quella della Chiesa che apre i conventi e quella del papa che resta indifferente allo sterminio?

Di qui, la teoria, che risulta strana a chiunque conosca un poco il funzionamento della Curia, che in realtà gli aiuti agli ebrei fossero il risultato di un vasto movimento dal basso, di preti, suore, parroci che, all’insaputa delle gerarchie ecclesiastiche e magari anche contro le loro direttive, aprirono le porte agli ebrei. Peccato che per annullare temporaneamente la clausura, come è stato fatto in molti casi, servisse un permesso dei superiori. Peccato che siano documentati contatti costanti tra gli istituti religiosi dove erano ospitati ebrei, politici, soldati renitenti alla leva e il Vaticano, in particolare attraverso il sostituto Montini, il futuro Paolo VI, e che ci siano innumerevolitestimonianze sulla conoscenza che il Vaticano aveva dell’asilo dato dai conventi, sul suo sostegno. Certo che se cerchiamo un ordine scritto, non lo troviamo, come è naturale data la situazione di pericolo e la necessità di non lasciare tracce troppo evidenti.

Ma la questione degli aiuti non copre tutto il vasto ambito del rapporto tra il Vaticano e gli ebrei durante la Shoah. Ci sono anche il silenzio di Pio XII dopo la razzia del 16 ottobre, le trattative diplomatiche con l’ambasciata tedesca, la mancanza di una condanna chiara del nazismo e della sua politica genocidaria. E qui come la mettiamo, ci dicono i solerti sostenitori della “leggenda nera” di papa Pacelli? Non è questa la prova della connivenza del papa con i nazisti? Tutte queste accuse possono, attraverso un’attenta analisi storica, essere ricondotte a una sola diversa considerazione: Pio XII scelse, nella situazione in cui si trovava a Roma sotto l’occupazione nazista, di portare avanti una strada diplomatica e non di levare alta la sua protesta, in modo profetico. Lo fece per considerazioni diverse: la precarietà della situazione dello Stato neutrale del Vaticano, che i nazisti avrebbero potuto invadere senza batter ciglio. Non dimentichiamoci l’invasione degli Stati neutrali del Belgio, Olanda e Lussemburgo e i timori stessi di una possibile invasione tedesca nutriti da un altro Stato neutrale, la Svizzera. Non dobbiamo nemmeno dimenticare che il Vaticano non riconobbe il governo di Salò e continuò anche durante l’occupazione nazista a riconoscere il governo Badoglio.

La seconda considerazione è che, quando la Chiesa olandese alzò alta la sua voce per protestare contro le deportazioni degli ebrei in Olanda, i nazisti risposero aumentando le deportazioni e deportando anche i misti e i convertiti. Numerosi altri uomini e donne, “ebrei” per le aberranti leggi naziste, furono inviati ad Auschwitz - fra loro anche Edith Stein. Non sappiamo se una strategia, da parte della Chiesa, di protesta e denuncia avrebbe ottenuto più di una strategia di compromessi diplomatici. Non lo sapeva nemmeno la Chiesa che scelse, allora, la seconda strada, più congeniale e più conosciuta, quella delle trattative diplomatiche. È possibile che una protesta aperta del papa avrebbe portato all’invasione di tutti i conventi e all’arresto di quanti vi erano rifugiati. È anche possibile che i nazisti stessero aspettando solo questo per procedere nel piano che avevano preparato di invasione dello Stato vaticano. Ma non possiamo averne nessuna certezza. Sappiamo che la parte della diplomazia che trattava con il Vaticano, in particolare l’ambasciatore Weiszäcker, era molto attenta a evitare che questo intervenisse a favore degli ebrei, come rivela la lettura del resoconto del colloquio del 16 ottobre fra lo stesso Weiszäcker e il Segretario di Stato Maglione. Ma erano diplomatici, inclini all’idea di una pace separata con l’Inghilterra in cui il Vaticano potesse far da mediatore, non nazisti decisi a uccidere l’ultimo ebreo prima di darsi la morte nella sconfitta senza condizioni. Inoltre il Vaticano prendeva molto sul serio il suo statuto di Paese neutrale, anche se lo violò di frequente dando rifugio a partigiani e badogliani.

Detto questo, non vorrei proprio che in me sembrasse parlare l’avvocato difensore di Pio XII. Sono convinta che la Chiesa di Pio XII fosse ancora profondamente permeata di antigiudaismo, ma non credo che si possa fare di tutt’erba un fascio e identificare l’antigiudaismo con l’antisemitismo nazista. Il razzismo contagiò (per usare l’idea di “contagio” già usata nello stesso contesto da Mosse), fin dal 1938 solo una piccola minoranza di ecclesiastici. Fra loro, Padre Agostino Gemelli, che non era proprio l’ultimo arrivato. Ma padre Gemelli, quando nel 1939 si sbilanciò troppo a favore del razzismo biologico, fu rimesso in riga dal Sant’Uffizio e costretto al silenzio.

Ancora, sulle priorità. Penso che effettivamente gli ebrei non fossero la priorità di Pio XII. La sua priorità assoluta era salvare la città di Roma dal divenire territorio dello scontro fra tedeschi e angloamericani. Nella stessa ottica, il Papa era molto ostile alla Resistenza, che vedeva come un fattore di rischio e di complicazione di questa sua linea di salvaguardia della Città. Inoltre, Pio XII era fortemente anticomunista, anche se i resoconti dell’ambasciatore Weiszäcker a Berlino sembrano accentuare ad arte questo elemento. Ma molti partigiani, anche leader del CLN, erano nascosti in Laterano.

Bastano le sue priorità e la sua scelta “diplomatica” e non “profetica” a fare di Pio XII un alleato dei nazisti? O non ci si trova di fronte ad una vera e propria leggenda? Ma qui lo storico non può fare a meno di interrogarsi sull’origine di questa leggenda, che è contemporanea, non dobbiamo dimenticarlo, alla rimozione diffusa e generalizzata nella cultura e nella società italiana delle responsabilità di Salò e del regime di Salò nella deportazione degli ebrei italiani? Gli storici hanno ripercorso le tappe di questa costruzione ideologica, che non segue immediatamente gli eventi della Shoah ma è di qualche anno successiva e che si concretizza intorno alla pièce teatrale di Rolf Hochhuth Il vicario, che ottenne un immediato successo e che presentava il Pio XII come complice dei nazisti. Quel che si viene a determinare è una frattura tra il mondo ebraico italiano, in particolare romano, e la Chiesa. Ma quali sono le ragioni di questa rottura, che segue un periodo in cui gli ebrei si preoccupano di riconoscere gli aiuti ricevuti, e che sembra concretarsi simbolicamente nella costruzione dell’immagine del papa come antisemita? Lasciando da una parte le motivazioni propagandistiche che possono aver spinto Hochhuth, della Germania Est e forse agente della Stasi, ad attaccare con tanta violenza il papa, ci sono motivazioni più generali: il cambiamento di clima, con l’avvento di pontefici determinati a cambiare la Chiesa e a rivedere la posizione della Chiesa sugli ebrei; il battesimo del rabbino capo di Roma Zolli, nel 1945, che aveva creato un grave trauma negli ebrei italiani e che ha senz’altro contribuito a rendere più difficili i rapporti fra ebrei e Vaticano. E infine il fatto che nel dopoguerra la Chiesa di Pio XII ha, dopo il coraggio dimostrato nell’aprire agli ebrei perseguitati i suoi conventi, mostrato di non voler mutare la sua linea tradizionalmente antigiudaica. Una linea che, senza che la Chiesa forse lo percepisse, la convivenza di ebrei e religiosi nei conventi aveva già cominciato a scalfire, mostrando ai religiosi che gli ebrei erano esseri umani in carne ed ossa, vecchi, bambini, non meri simboli del rifiuto del Cristo, e mostrando agli ebrei che il clero era capace di stare dalla loro parte, di aiutarli, di salvarli. Negli anni del dopoguerra, il processo di reciproco riconoscimento, che poi avrebbe ripreso forza col Concilio, sembrò arrestarsi, e per gli ebrei e il mondo laico questo arresto trovò rappresentazione nella ieratica figura del Papa che era sceso tra la gente a San Lorenzo e non vi era sceso alla Stazione Tiburtina. Pio XII personificò tutto questo, in maniera tanto convincente e tanto forte da dare spazio a un mito che la storia sembra incapace di scalfire.

Anna Foa, storica e docente all'Università La Sapienza di Roma

Analisi di Anna Foa, storica e docente all'Università La Sapienza di Roma

16 ottobre 2014

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