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Pregiudizi, persecuzioni e giustizialismo

di Nadia Neri, psicologa analista

Due giorni fa in una banlieu parigina un ragazzo rom di 16 anni è stato ridotto in fin di vita e abbandonato agonizzante in un carrello di un supermercato, dopo essere stato prelevato da un gruppo di uomini armati di spranghe che volevano vendicare dei furti avvenuti nella zona.

Non sono solo loro i mostri. Purtroppo credo che una maggioranza di persone sia spinta a dare ragione agli autori del massacro.I rom infatti sono, tra le minoranze, le maggiori vittime di pregiudizi. Ma come si forma il pregiudizio? Alla base vi è il meccanismo della proiezione: si proiettano cioè sull'altro, in genere un gruppo, tutti gli elementi negativi che neghiamo in noi stessi.
Si generalizza: un rom ruba, tutti i rom sono ladri, sfruttano i bambini per l'elemosina, quindi vanno puniti, eliminati, cacciati. Così è stato nel '900 contro i rom e contro gli ebrei, e negli Stati Uniti contro le persone di colore.
Il pregiudizio contro il diverso ha ondate ricorrenti in tutte le società ed è l'alimento cardine dei totalitarismi.

Vorrei però sottolineare un punto importante. Sono sempre pochi a massacrare, a bruciare e a compiere in prima persona le violenze, ma purtroppo sono anche pochi quelli che si indignano veramente; la maggioranza che approva col silenzio - o peggio con un'apatica indifferenza - è altrettanto responsabile. Questo concetto risulta ostico ai più, invece è proprio l'acquiescenza, il lasciare fare, il dire a se stesso “io non c'entro” a permettere il dilagare del razzismo e dei pregiudizi. È proprio il delegare ad altri, a pochi, la propria responsabilità individuale che ci offre l'illusione di poterci assolvere. Questo concetto cardine è quello che più spaventa i giovani. Lo sperimento quando parlo nelle scuole: vi è infatti una crescente fragilità nelle persone, che parte dai genitori ed arriva ai figli.

Queste osservazioni valgono anche per i due terribili fatti di cronaca di questi giorni. Nell'omicidio di Yara, ad esempio, vi sono le tante omertà dei piccoli paesi dei protagonisti di questa storia agghiacciante; nel massacro di Motta Visconti, invece, colpisce la freddezza e la lucidità dell'assassino, che fa addirittura l'amore con la moglie prima di accoltellarla, per poi uccidere i suoi bambini. Il divorzio non gli bastava, sarebbe rimasto sempre il peso dei figli… Sconvolge l'assenza patologica del senso del limite e anche di ogni minimo senso di responsabilità individuale – “Voglio quest'altra donna e uccido tutti così elimino, o credo di eliminare, il mio passato”.

Ma in queste due vicende non si può tacere sul fatto che a essere uccise siano state due donne, le ennesime vittime di una crescente e dilagante misoginia di massa, presente da millenni, ma in modo latente, nelle società.
Non cito altri esempi, ve ne sono centinaia, ma pongo una domanda. È possibile relegare gli autori di questi assassini di mogli, fidanzate, amanti in categorie patologiche psichiatriche, che in questo modo riguardano solo pochi casi clinici estremi? No! Tutti devono avere il coraggio di guardarsi dentro e cogliere quei germi più o meno nascosti di odio per le donne. Anche noi donne, a volte, siamo le peggiori misogine, perché ci identifichiamo inconsciamente con i valori maschili dominanti ed arriviamo ad odiare il nostro essere nate donne. Il punto di partenza necessario è quindi quello di restare in contatto con la nostra interiorità e cogliere come e quando siamo preda di proiezioni massicce che ci fanno vedere il male solo fuori di noi e mai in noi.

Se è riuscita a viverlo - in una situazione estrema, perseguitata e vittima del nazismo - Etty Hillesum, che nei suoi Diari scriveva: “un altro mondo sarà possibile solo se riusciamo fin da ora a guardarci dentro, perché il marciume che c'è negli altri c'è anche in noi”, possiamo, dobbiamo provarci anche noi. È un esercizio quotidiano, difficile soprattutto all'inizio perché ci sentiremo parte di una minoranza e quindi senza il conforto e il sostegno di tanti, ma io credo molto alla fecondità delle testimonianze individuali silenziose e anonime.

Analisi di Nadia Neri, psicologa analista

19 giugno 2014

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