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Priebke, l'identikit del carnefice

l'uomo che ha mostrato al mondo chi è un nazista

Storia di un nazista che non si è mai pentito. È quella di Erich Priebke, ex ufficiale delle SS condannato per il massacro delle Fosse Ardeatine, deceduto qualche giorno fa a Roma.

Mentre la stampa cavalca la polemica sui suoi funerali e ricorda i crimini da lui compiuti, è possibile trarre da questa vicenda un’altra, grande, lezione. Priebke ha infatti mostrato al mondo chi e cosa è un nazista.
Ci ha trasmesso le immagini di un carnefice invecchiato, ma mai pentito o in fase di redenzione. Non ha mai mostrato rimorso, non ha mai avuto nemmeno un attimo di commozione davanti ai familiari delle sue vittime. Ci ha dimostrato, insomma, che un carnefice nazista resta tale anche in punto di morte.

Per un secolo Priebke è rimasto fedele a se stesso e alle sue convinzioni, e ha voluto sottolinearlo anche nell’intervista - testamento rilasciata in occasione dei suoi 100 anni e resa pubblica solo dopo la sua morte. Dalle sue parole -”il mio modo di vedere il mondo”, come si legge nel documento - emergono ancora tutte le questioni caratteristiche della fede nazista: il complotto ebraico, la negazione dell’Olocausto, la teoria della falsificazione delle prove sulle camere a gas.
Ne scaturisce un identikit del perfetto nazista, ancora valido a più di 70 anni dall’inizio della Seconda guerra mondiale.

Priebke non ha usato nemmeno una delle sue ultime parole per riferirsi ai 335 morti delle Fosse Ardeatine, concentrandosi sulla ferma negazione dello sterminio compiuto all’interno dei lager nazisti. “Nei campi di concentramento non c’erano camere a gas - si legge nel suo testamento - salvo quella costruita a guerra finita dagli americani a Dachau, ma c’erano solo immense cucine”. L’ex ufficiale delle SS dipinge i lager come luoghi tranquilli, con addirittura “un bordello per le esigenze degli internati”, e si dimostra assolutamente fedele al proprio passato e alle proprie convinzioni.

Come Eichmann, Priebke ha ripetuto lo stesso copione di tutti i persecutori. Nessuno di loro ha mai avuto il coraggio o la forza di assumersi la responsabilità degli orrori commessi per seguire la logica nazista, nessuno ha ammesso la propria crudeltà nello sterminio di persone per il solo gusto di farlo, di cancellare una razza dalla faccia della Terra. Tutti hanno scelto la rimozione e la negazione.

Priebke ci ha messo di fronte a quel male che sembrava lontano e rinchiuso nei libri di storia, quasi impossibile e impensabile ai giorni nostri. E ci ha ricordato che quel male è stato ed è assolutamente reale, rendendo ancora più importante ricordare cos’è stato il nazismo - a maggior ragione in occasione del 70esimo anniversario del rastrellamento del ghetto di Roma, il prossimo 16 ottobre.

La sua vicenda permette non solo di interrogarci sul male, ma anche di mostrare alle giovani generazioni il ritratto di un ufficiale nazista: non un personaggio al limite della caricatura, ma un crudele e freddo calcolatore per cui uccidere senza pietà era un’attività ordinaria da praticare senza alcun rimorso.

Secondo Priebke l’Olocausto è stata una manipolazione delle coscienze, data dal fatto che “le nuove generazioni sono state sottoposte, a cominciare dalla scuola, al lavaggio del cervello”. Questo più che mai conferma l’importanza della memoria, la necessità di renderla viva e vicina a chi non ha assistito ai crimini nazisti, ma ha il diritto e il dovere di conoscere quanto è accaduto.

Con la progressiva scomparsa delle vittime, dei testimoni e degli stessi carnefici, diventa essenziale l’impegno per non dimenticare e per raccontare ai giovani la crudeltà di “certi personaggi - come ha ricordato Liliana Segre - che sono arrivati a cento anni d’età bevendo birra la sera e facendo belle gite, del tutto indisturbati, dopo aver ucciso gente innocente. Adesso bisogna aiutare a non far dimenticare chi è stato sterminato, e in che modo, semplicemente per la colpa di essere nato”.

E di fronte al rischio della diffusione di nuove forme di negazionismo e antisemitismo, è oggi importante lottare contro uno dei pericoli maggiori, l’indifferenza. La stessa parola che è scritta all’ingresso del Memoriale della Shoah di Milano, in quel Binario 21 da dove partivano i treni per i campi di sterminio.

Martina Landi, Redazione Gariwo

Analisi di Martina Landi, Redazione Gariwo

14 ottobre 2013

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