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​Quale battaglia? Sull’utilità e il danno dello “spazio” per la vita

di Vincenzo Pinto

E la verità intera dovrebbe comprendere non solo il fatto di vedere la sua luce, ma anche ciò che da lei viene illuminato. (F. Rosenzweig, La stella della redenzione)

La pubblicazione della prima edizione critica italiana autorizzata del Mein Kampf è stata prevalentemente interpretata sui media come un’opera antipopulistica e “veritiera”. In parte, l’inferenza è corretta. Ma non è del tutto precisa, come dimostrerò nel corso del mio contributo.

Il mio lavoro sul Mein Kampf, e la decisione presa insieme alla mia defunta moglie Alessandra di ritradurlo criticamente, hanno radici molto lontane negli anni. Durante gli anni universitari torinesi frequentai un seminario di storia contemporanea tenuto dal prof. Nicola Tranfaglia, dove lessi alcuni testi di autori antisemiti. Mi ricordo nitidamente l’inquietudine che provai leggendo quelle pagine. Sapevo bene chi fossero gli autori e che cosa quelle pagine avrebbero prodotto nel corso del Novecento, eppure non potevo fare a meno di chiedermi: se sono tutte bugie, perché la gente le seguì? Perché la gente è stupida o ingenua, cioè manipolabile (come sostengono gli antifascisti)? Perché è incosciente di ciò che accade (come affermano gli illuministi)? Perché è inumana, egoista, meschina (come sostengono i realisti)?

A tutte queste domande risposi occupandomi di sionismo politico nella mia tesi di laurea, in particolare dell’idea di ebreo nuovo sorta tra la fine Ottocento e l’inizio Novecento. Il nesso fra antisemitismo e sionismo è cosa nota; ciò che più mi stava a cuore era capire che cosa avesse smosso intimamente le persone (soprattutto gli ebrei assimilati occidentali) a ritornare a “Sion”. E la risposta che mi diedi fu quella che avevano accettato il mondo per quello che era, con tutti i suoi pregi e i suoi difetti. Il sionismo era l’accettazione di un dato e la sua risposta politica.

Nel corso degli anni ho lavorato anche sulla stampa socialista e cattolica (occupandomi di nietzscheanesimo libertario e dell’aristotelismo antiebraico di “Civiltà Cattolica”) e spostandomi poi sulle origini culturali dell’antisemitismo tedesco. Finalmente nel mio secondo lavoro dottorale su Julius Langbehn ho iniziato  a “capire”: il quadro della politica contemporanea mi si è dischiuso dinnanzi agli occhi. Ho utilizzato il paradigma indiziario di Ginzburg, estendendolo all’ambito politico e dimostrando (credo in maniera convincente) che non si tratta di un mero paradigma, ma di un modo innovativo e “rivoluzionario” di leggere la realtà. Ho poi curato Rembrandt come educatore nel 2013 (il testo più noto di Langbehn), dove ho portato a compimento la mia tesi sulla bipolarità fra “pensiero mascolino” e “pensiero femminile” e sul primato del secondo quale chiave di lettura della contemporaneità politica. Langbehn, ritenuto un precursore antisemita da studiosi come Stern e Mosse, non è stato mai capito in profondità dai suoi interpreti, incapaci di comprendere il “pensiero femminile”. Nel mio lavoro dimostravo come la struttura a spirale del testo sia chiaramente l’espressione di una polarità maschile alla ricerca di una femminile (curiosamente, alcuni psichiatri dell’epoca nazista interpretarono il testo come il prodotto di uno schizofrenico). Questo “respiro” spiega però il clamoroso successo editoriale del testo e il suo oblio dopo la Seconda guerra mondiale.

Sono così giunto a Hitler e al Mein Kampf, analizzando la storia culturale europea a cavallo fra Ottocento e Novecento. L’ho fatto da una prospettiva di storia sociale delle idee, dando così grande attenzione alla circolazione delle idee sulla stampa e sulla letteratura popolare. Mentre traducevo il Mein Kampf, mi sono reso conto della genialità dell’autore e della sua grande capacità di utilizzare (strumentalmente) il “pensiero femminile”. Qualcuno (o qualcuna) potrebbe sobbalzare dalla sedia di fronte a tale affermazione. Ma bisogna intendersi: il “pensiero femminile” non è legato alla donna in quanto tale, non è “femminismo”, ma è un modo di avvicinarsi all’oggetto. È un modo di considerare la realtà. 
Come scrive lo psichiatra Emilio Costa: il “pensiero femminile” si orienta nella direzione dell'interesse e del movimento verso l’oggetto, è più legato all'intensità della percezione e del sentimento e si fonda maggiormente sull'esperienza - e quindi valorizza maggiormente l'esterno. Di contro, afferma che il cosiddetto pensiero “maschile” oggettivizza, prende distanza e tende a comportarsi in modo astratto ed è prevalentemente legato al giudizio secondo un'idea soggettiva e quindi tende a valorizzare se stesso, sentendosi superiore. Il pensiero femminile si esprime come funzione analogica, ossia i contenuti rappresentativi o le idee vengono associati secondo una modalità curvilinea, ondulatoria, deduttiva, spaziale; mentre il pensiero maschile si esprime prevalentemente come funzione logica che associa secondo una modalità lineare, sequenziale, induttiva, temporale.

Quando si studia la modernità politica e la cosiddetta “post-verità” di oggi, si dimentica spesso di considerare il proprio “pensiero” di partenza. La tentazione di scacciare il “pensiero femminile” è onnipresente da sempre nella storia occidentale: Platone ce lo insegna assai bene con la sua teoria ascensionale delle idee. Il pensiero “femminile” è un anelito sempiterno dell’agire umano “maschile”, è analogico, fa paura perché è oscuro, indefinito, informe, “immobile”; è ritenuto un “non pensiero”, “inconscio”, “follia”. Eppure è lì, fa parte di noi, deve farne parte, altrimenti saremmo ridotti ad automi logici privi di un’anima (come ha sostenuto a suo tempo Carl Gustav Jung).

Con questo non voglio dire che Hitler è stato il più grande alfiere dell’umanità. Anzi, il suo obiettivo recondito (come le pagine del Mein Kampf dimostrano assai bene) è proprio quello di tagliare il corno del “pensiero maschile” per “femminizzare” la politica. In che modo? Sono stati scritti fiumi di libri sulla psicologia di Hitler, sul suo carisma, sulla sua visione “femminile” (deleteria) delle masse, ma nessuno ha mai tentato di seguire sino in fondo il pensiero hitleriano. Gli interpreti, assumendo una prospettiva più o meno “lineare” (“maschile”), hanno puntato ad analizzare le sue affermazioni, la loro razionalità, la loro veridicità, la loro “umanità”. Così facendo, hanno compiuto la stessa operazione rovesciata effettuata da Hitler: non hanno avuto la forza, il coraggio e – aggiungo – la dote di pensare l’altro in modo analogico.

Quando Carlo Ginzburg spiegò alcuni anni fa il suo “paradigma indiziario” citando alcuni “scopritori” (Morelli e Freud, su tutti), ha fatto un passo in avanti nel recupero del “pensiero femminile” (parlando di intuito, di attenzione ai dettagli, allo spazio più che al tempo, ecc.), ma poi si è fermato di fronte alla “non ragione”. Ha avuto paura di vedere che cosa si nascondeva oltre la “siepe”. Ha razionalizzato la sua costruzione, ritenendolo l’unico modo per dare lustro a una visione della storia indubbiamente “antirazionalistica”, ma ha perso di vista il tutto.

Come pensava Hitler? Era “deduttivo”? Cioè partiva da una premessa generale e giungeva a una conclusione particolare? No, perchè la deduzione “razionale” esiste solo in una visione “lineare” della realtà. C’è un inizio in A e c’è una fine in B. Ma chi ci dice che la realtà sia lineare, cioè “maschile”, che ci sia un inizio in A e una fine in b? Lo spazio euclideo? Chi ci dice invece non sia ondulatoria, curvilinea, “femminile”? Ecco che la “deduzione” hitleriana è espressa nella forma dell’abduzione: si guarda, si generalizza e poi si cerca una “conferma” empirica. Si deduce partendo dal particolare. Aristotele non avrebbe certamente gradito: per lui la “catena” del ragionamento abduttivo (l’apagõghé) è flebile, perché la premessa minore è dubbia e la conclusione è tutt’al più probabile. Meglio il sillogismo deduttivo, coi suoi tre principi di identità, di non-contraddizione e del terzo escluso.

Facciamo un esempio pratico. Hitler dice spesso, nel corso del suo libro, che la Germania ha perso la guerra perché già malata e che i “sintomi” di tale malattia erano visibili solo a poche persone. Presenta quindi una serie di “fatti” ed elabora una sua teoria che poi viene corroborata dalla realtà. Questo ragionamento presenta “razionalmente” numerose debolezze: innanzitutto bisogna intendersi sui fatti (cioè sui “risultati” individuati da Hitler), poi bisogna accettare la teoria-regola (cioè il male ebraico che uccide il corpo sano tedesco). Infine bisogna accettare le conseguenze (i “casi”), ovvero il marxismo e il capitalismo (le due tenaglie della “serpe” ebraica). A una priva vista, ci troviamo di fronte a “fanfaronate”, a “sproloqui” di un pazzo, a costruzioni astratte. Nel migliore dei casi, gli interpreti vi hanno visto un consapevole e luciferino tentativo di “razionalizzare” l’antisemitismo per farne un programma politico, eppure basterebbe l’abduzione hitleriana (che naturalmente Ginzburg troverebbe scientificamente inaccettabile) per capire dove avviene il “salto”: dal pensiero logico a quello analogico.

Il problema del pensiero hitleriano è lo stesso di ogni forma di populismo: esso tenta di “femminilizzare” la logica “maschile”, cioè il “pensiero femminile”. È, mutatis mutandis, lo stesso problema di coloro che intendono “razionalizzare” l’analogia: finiscono per utilizzare un approccio logico invece di valorizzare uno analogico, nel timore che il secondo finisca per essere soverchiato dal primo. Ma la domanda che ci poniamo oggi è: tutto questo riguarda il passato? È solo mera teoria? Speculazione più o meno “interessante”? Oppure la globalizzazione e i mezzi di comunicazione di massa hanno scoperchiato definitivamente il “vaso di Pandora”?

Veniamo quindi ai tempi moderni. L’uso dei moderni mezzi di comunicazione di massa è stato condannato da alcuni in quanto avrebbe dato voce a personaggi improbabili. Lo stesso avviene per il fenomeno del populismo: è l’espressione di un malessere, è una spia indiziaria, è un barometro (nel migliore dei casi), mentre è l’ascesa degli imbecilli, dei folli, degli ignoranti, degli irresponsabili (nel peggiore dei casi). Coloro che vengono accusati di essere populisti (e se ne vantano) non usano espressioni meno tenere verso gli “elitisti”: sono persone inette, incompetenti (nel migliore dei casi), oppure sono degli imbroglioni, dei delinquenti, degli sfruttatori (nel peggiore dei casi).

Da una parte abbiamo il problema della “follia” (cioè il pensiero “maschile” individua il nemico da ricacciare nella caverna), mentre dall’altro abbiamo quello della “ragione” (il pensiero “femminile” individua il nemico nella luce solare). Eccoci al mito platonico della caverna esposto nella Repubblica: l’ascesa verso la luce (il “cielo”) è la condizione per accedere al “bene”. Il percorso conoscitivo è “lineare” (“maschile”): prima senti e poi ragioni. A questa forma di pensiero lineare e “temporale” si contrappone quello analogico, più attento allo “spazio” e alla “curvatura”: prima ragioni e poi senti. Se nell’uno prevale la sequenza temporale, nell’altro prevale l’associazione spaziale. Possiamo ben dire che per l’uno l’essere è legato indiscutibilmente al tempo (come Heidegger ha fatto nel suo noto libro, vera e propria “razionalizzazione” del nazismo), per l’altro allo spazio.

Ora, dopo tutte queste elucubrazioni apparentemente sconnesse giungiamo alla conclusione del nostro intervento. Ritenere che un uomo come Hitler sia stato un mostro (come peraltro molti leader politici della storia) può rassicurarci: noi tutti diventiamo spettatori e, nel migliore dei casi, vittime di qualcosa di così enorme e così incomprensibile. Ritenere che sia un “grande” può esaltare gli uni e spaventare gli altri (la maggioranza). Leggere la sua “battaglia” alla ricerca di una linearità (logica) e con gli occhi rivolti al dopo è razionale, ma sterile: non apporta nulla di nuovo sotto il sole. Quello che oggi conta, infatti, è il nostro spazio di esperienza e l’orizzonte d’aspettativa. Per capire in profondità il male e il bene bisogna prima di tutto discendere dentro di noi e riemergere con una certezza in meno e con una speranza in più: quella di non essere noi stessi i primi responsabili di questa “scissione”.

La Stella della redenzione di Franz Rosenzweig, testo filosofico di quasi un secolo fa per lo più poco capito, è stato “profetico”. Ha chiarito in uno schema tutto ciò che d’importante è stato fatto e non fatto nell’epoca moderna e, soprattutto, quanto ancora ci sia da fare per rendere il mondo (e il cielo sopra di noi) dimore più ospitali. Ecco perché accettare il “male” e capire autenticamente le sue radici significa essere cittadini benemeriti dell’umanità.

Analisi di Vincenzo Pinto, direttore Free Ebrei

30 maggio 2017

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