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Quell'Artico sotto casa

di Vittorio Pavoncello

Leggiamo spesso, e sempre più in maniera diffusa, che i ghiacciai dell’Artico si stanno sciogliendo, con il progressivo innalzamento dei mari e con una prossima sparizione di molte delle coste della terraferma. Sparizione che non riguarda un solo luogo ma tutto il mondo. E leggiamo e siamo sempre più informati sul fatto che l’antropocene, ovvero l’impatto che le nostre attività umane hanno sull’ambiente, contribuisca al riscaldamento globale. Ed anche sugli allarmi lanciati da Greta Thunberg, questa ragazzina che sin da quando aveva quindici anni sciopera e vuole piani politici e concreti per frenare le emissioni di CO2, con milioni di giovani al suo seguito in ogni parte del mondo che hanno manifestato e manifestano sul pericolo di ardere che stiamo correndo; anche di questo siamo costantemente avvertiti.

Molti sono anche i convegni e i meeting che gli Stati e i capi di Stato fanno per dare limiti all’inquinamento e fissare date da rincorrere per ridurre le emissioni inquinanti… ma… tutto ciò non basta e non serve a nulla. Non dico sul piano generale - che è sicuramente difficile da raddrizzare per ridurre le emissioni di CO2 e riconvertire la produzione industriale ad una economia più attenta all’ambiente o green come si è soliti dire -, non serve a nulla se anche sul piano locale, nella vita di tutti i giorni, non si cambia lo stile di vita, che non può più essere di intrattenimento e consumo come se lo scopo ultimo dell'esistenza fosse quello di far passare il più piacevolmente possibile il tempo che separa ognuno dalla propria morte. Sono dis-valori, questi, in quanto non hanno portato l’umanità al grado di sviluppo che ora ci appartiene. I valori dell’umanità sono stati altri, di un più alto livello di interrogazione su che cosa deve essere una società e su che cosa dovrebbe basarsi. Ecco, ora, sempre di più sembra che tutto stia arrivando al capolinea. Una stazione, però, dove è impossibile scendere, perché il binario di questo treno è ad libitum e finirà solo con la distruzione dell’homo sapiens.

La tragedia che ha colpito la Marmolada non è alle Isole Svalbard - dove le temperature hanno raggiunto, da –5° d’estate e –40° d’inverno, il livello di +21° l’estate scorsa - e non è nemmeno in Siberia dove lo scorso anno si sono registrati 48° (che dovrebbero anche far riflettere sul fatto che la guerra russo-ucraina possa essere considerata la guerra climatica della nostra era) ma in Italia - per di più in un luogo in cui una buona parte degli italiani sono andati almeno una volta nella vita. Qui, alle ore 14 del 18 giugno 2022, è stata registrata una temperatura di +10,4° a 4.750 metri di quota presso la stazione meteorologica del Colle Major sul Monte Bianco. Non era questo un campanello d’allarme che squillava ripetutamente e con insistenza per dire che, forse, quel turismo di sport di massa andava dirottato verso altre forme di scoperta e conoscenza della montagna? E che per quest’anno la zona doveva essere dichiarata, a causa del cambiamento climatico in corso, poco sicura e, quindi, con immenso dispiacere bisognava annunciare che per motivi di sicurezza l’accesso sarebbe stato vietato?

Questo avrebbe permesso di salvare delle vite, certo, e ci saremmo sentiti meno addolorati insieme a tutti quei famigliari che avrebbero potuto riabbracciare i loro cari, ma non avrebbe impedito al disastro dello scioglimento dei ghiacciai di essere davanti agli occhi e proprio sotto casa!

La tragedia in vittime della Marmolada è uno dei tanti fenomeni, sempre più a catena, che il cambiamento climatico, vuoi per cause del ciclo solare vuoi per antropizzazione dell’ambiente, ci sta mostrando e servendo. Ora sta a noi comprendere se abbiamo capito la lezione o vogliamo continuare a credere che i soli liquidi che ci interessano e preoccupano siano quelli che congelano l’economia per timore che, anche questa, si sciolga come neve al Sole.

Vittorio Pavoncello, regista

Analisi di

5 luglio 2022

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