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Raphael Lemkin e la sua missione per l'umanità

di Marcello Flores

Nel dicembre 1948 le Nazioni Unite approvano quasi contemporaneamente due provvedimenti fondamentali, che sono ancora adesso alla base della nostra idea dei diritti e del diritto internazionale. Il 10 dicembre venne approvata la Dichiarazione universale dei diritti umani, che per la prima volta sancisce l’uguaglianza totale di tutti gli individui, di ogni persona, di cui va garantita la difesa e tutela dei diritti fondamentali. Il giorno precedente, il 9 dicembre, è approvata la Convenzione sul genocidio.

L’accoppiata del 9 e 10 dicembre 1948 vuole stabilire in forma solenne e incontrovertibile che – dopo la tragedia della Seconda guerra mondiale, del nazismo e della Shoah – non è più stato possibile ripetere quei crimini, individuando la forma nuova per difendere i diritti di tutti. Il 9 dicembre si parla del passato per pensare al futuro, il 10 dicembre si guarda al futuro condannando indirettamente il passato.

La convenzione sul genocidio, come recita il suo stesso titolo, riguarda prima la prevenzione che la punizione (Convenzione per la prevenzione e repressione del crimine di genocidio), parte dall’idea di non fare accadere «Mai Più» quanto è appena successo, anche con la minaccia di portare in giudizio chi osi provarci. Un giudizio analogo a quello che c’è stato da poco, a Norimberga, dove il crimine di genocidio non è stato inserito tra i capi ufficiali di imputazione (crimini contro la pace, crimini di guerra, crimini contro l’umanità) ma è stato utilizzato in alcuni momenti per sottolineare la novità e gravità dei crimini commessi dai nazisti.

Genocidio è una parola nuova, un termine nuovo ma anche un concetto nuovo, da un punto di vista giuridico, perché si riferisce a un crimine commesso non contro un individuo – la base della moderna legge penale – ma contro un gruppo intero. Parola coniata nel 1944 dal giurista polacco ebreo Rafael Lemkin, fuggito in Usa dopo l’occupazione della Polonia nel 1939, nel libro pubblicato a fine 1944 Axis Rule in Occupied Europe.

La comunità internazionale, in realtà, ha dovuto attendere gli anni ’90 per tornare a parlare di genocidio. Solo con la fine della guerra fredda (e del comunismo nel 1989-91) si è trovata una nuova visione condivisa sui diritti umani e sulle violazioni gravi contro di essi, che precedentemente erano rubricate all’interno del contrasto tra due superpotenze. Ma gli anni ’90, in modo contraddittorio, hanno visto contemporaneamente una forte rinascita della cultura dei diritti e una grave e ripetuta violazione di essi, anche quando la comunità internazionale avrebbe potuto evitarlo. È il caso del genocidio in Ruanda, dove sarebbe bastato accogliere la richiesta del generale Romeo Dallaire, alla testa del contingente ONU della missione Unamir, di avere altri 5000 uomini, per bloccare sul nascere il genocidio. O delle guerre nell’ex Jugoslavia, dove sarebbe bastato che il contingente olandese in Bosnia non si piegasse alla volontà omicida di Mladić e dei suoi uomini per evitare il massacro di Srebrenica.

Proprio dopo il genocidio in Ruanda le Nazioni Unite hanno compiuto una riflessione importante, individuando cinque punti per una prevenzione efficace: prevenire i conflitti armati (il contesto più facile e necessario per ogni genocidio) e, in caso scoppino, proteggere le minoranze; proteggere i civili dentro i conflitti armati e concedere più poteri alle missioni di peacekeeping per salvare i civili; migliorare il sistema giudiziario internazionale per porre fine all’impunità dei responsabili; imporre una rapida e decisiva azione da parte del Consiglio di sicurezza quando c’è di mezzo un genocidio; allestire un sistema di “allerta” precoce (early warnings system).

Da allora alcuni passi in avanti, anche notevoli, sono stati fatti: primo fra tutti la creazione della Corte penale internazionale che, sulla base dello Statuto di Roma del 1998, è entrata in funzione nel 2002. Ma anche, nel 2004, la creazione della figura del Consulente speciale sulla prevenzione del genocidio, nel 2005 la risoluzione in proposito della World Summit Conference, nel 2006 la creazione del Consiglio dei diritti umani per monitorare le violazioni. Nel XXI secolo si è andata precisando un nuovo modello, fondato su quella che è stata chiamata la Responsabilità di proteggere, un approccio diverso rispetto al diritto di essere protetti perché presuppone un approccio più attivo. La Responsabilità di proteggere è un obbligo morale, sulla base dei bisogni e della volontà di chi è colpito; è l’obbligo di reagire, di prevenire e di ricostruire.

Tutto questo cammino, che ci vede coinvolti nel tentativo difficile ma imprescindibile di prevenire genocidi e crimini di massa, non sarebbe stato possibile senza la presenza, l’attività, l’impegno di Raphael Lemkin, o almeno non sarebbe stato un cammino così coerente e rapido, almeno nei primi anni del dopoguerra. Ricordare ancora oggi Lemkin non significa solo ricordare un uomo Giusto, nel senso più ampio del termine che Gariwo ricorda e sottolinea da tempo, ma una figura che ha aiutato a comprendere – sul piano giuridico e su quello della prevenzione – la necessità di un coinvolgimento attivo, di una educazione permanente, di un esempio continuo come strumenti per rendere operativo e possibile quel «Mai Più» promesso solennemente all’indomani della Shoah.

Marcello Flores, storico

Analisi di

28 gennaio 2022

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