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Reagire alla realtà

di Doron Kochavi e Luigi Saravo

Se poniamo due esseri umani uno di fronte all’altro in contatto visivo e aspettiamo, nel tempo vedremo il sistema cambiare. Qualcosa, prima o poi, entrerà in campo perturbando il sistema. Anche nel caso in cui i due riescano a rimanere nella medesima postura iniziale. In un tempo relativamente breve la qualità della loro presenza cambierà. Interverranno fattori che modificheranno la loro presenza e questi fattori avranno a che fare con quello che, volenti o nolenti, stanno ricevendo dalla presenza dell’altro. In una relazione tra due esseri umani la relazione cambia, evolve, costantemente.

Se mettiamo uno davanti all'altro due attori sufficientemente sensibili sapranno riconoscere le modificazioni qualitative che avvengono in loro e se avranno dimestichezza con il lavoro saranno anche capaci di cambiare la loro configurazione comportamentale seguendo quello che la loro sensibilità propone loro a partire dalla relazione con il partner.

Qui l'arte è nella capacità di ascoltare cosa succeda in se stessi, nel proprio corpo, in relazione alla presenza dell’altro e nella capacità di rendere visibile quel contenuto, di manifestarlo.

Ma questo processo autogenerativo, dove la situazione evolve in modo naturale a partire dalla relazione è un processo ideale, che tende a non realizzarsi sempre e pienamente.

In questo processo succede spesso che affiorino grandi differenze tra ciò che realmente sta accadendo nella relazione e ciò che, invece, gli attori pensano di vedere.

Succede che uno dei partner della relazione, per esempio, stia sorridendo all’altro e riceva una risposta aggressiva, o comunque slegata dalla dinamica che si è creata. Quando un osservatore esterno dovesse vedere una reazione del genere, potrebbe chiedersi per quale motivo la dinamica dello scambio sia così sconnessa. Potrebbe chiedersi perché due persone messe una di fronte all’altra non riescano a vedere la semplice realtà che si crea durante l’incontro e come possa essere che ad una persona un sorriso possa sembrare un’azione capace di generare una risposta aggressiva. Potrebbe chiedersi come sia possibile che un’azione innocente possa essere letta in modo così diverso da come appare. Ma se andiamo ad esplorare il perché di una tale debolezza nella relazione tra proposta ed effetto, tra azione ricevuta e reazione espressa, capiamo che al di là della realtà che si manifesta sotto i nostri occhi esiste un altro piano di realtà che è basato sulle nostre idee, sulle nostre paure e sui nostri preconcetti. Questa realtà ci può far apparire un sorriso come una minaccia o un respiro come una provocazione. Questa realtà è una realtà basata su idee preconcette ed è la stessa realtà che non permette a una persona di vedere chi ha davanti come un essere umano che si siede semplicemente su una sedia davanti ad un altro, senza nessuna intenzione o motivo se non quello di incontrarsi. È proprio da quest’ostacolo, da questo contrapporsi tra realtà ideale ed effettiva, che proviene il fondamento del nostro lavoro come teatranti, la nostra domanda fondamentale: come possiamo creare un processo comunicativo chiaro e fluido che consenta di innescare azioni primarie basate su ciò che effettivamente sta accadendo nella relazione, azioni che potremmo definire autentiche? Arrivare a queste azioni autentiche è fondamentale perché queste azioni ci aiuteranno a capire gli effettivi contenuti dello scambio e ci permetteranno di vivere un’esperienza autentica e priva di preconcetti ideologici .

A partire da quest’approccio si può dire che il nostro lavoro non sia diverso dal lavoro di uno storico, un giornalista, uno scrittore, o qualsiasi uomo che si dedichi ad una ricerca sulle relazioni umane: anche noi lavoriamo per riuscire a vedere la realtà nel modo più chiaro possibile, sufficientemente chiaro da permetterci di reagire ad una persona reale e non alle idee e alle storie che abbiamo coltivato nella nostra mente.

L’unica differenza tra il lavoro che facciamo e quello di altri ricercatori è che il nostro approccio è basato sull’esperienza che il nostro corpo compie all’interno di una relazione umana. Rispetto a uno storico che deve portare fatti per mostrare un’interpretazione degli avvenimenti, o a uno scienziato che deve realizzare un esperimento per spiegare le leggi della natura, noi usiamo la nostra esperienza delle relazioni per comprendere cosa ci succeda e come reagiamo a ciò che ci succede e, infine, come possiamo reagire in altri modi all’interno di una visione più chiara.

La nostra ricerca è sul “qui e ora” e i nostri fatti sono i nostri corpi con i loro contenuti affettivi.

Abbiamo sperimentato quest'approccio in contesti differenti. Abbiamo lavorato con gli anziani, con i bambini, con adolescenti, con i portatori di handicap fisici e mentali, abbiamo lavorato con danzatori e manager aziendali, con profughi, ma ogni volta, nelle profonde diversità, nelle eterogenee difficoltà, emergevano gli stessi elementi primari: gli esseri umani quando entrano in un processo relazionale pulito, costruito attraverso un setting capace di porre la loro attenzione su quello che provano, abbandonano i pregiudizi, le idee, per vivere in una dimensione che potremmo chiamare di "umanità primaria". Questa condizione è capace di mostrarci che solo nella relazione con l'altro da me, con il diverso, con ciò che fuori vive, l'essere umano realizza la propria unicità, la propria individualità, riesce a riconoscersi. Questo riconoscimento non ha più a che fare con le identificazioni ideologiche, con il proprio credo religioso, o con le proprie paure, ma si apre alla propria natura più profonda, una natura empatica, inscritta nel proprio apparato neurologico, una natura che indica la mancanza di separazione tra sé e l'altro. Una verità fondante della nostra condizione naturale, primaria. Questa possibilità di guardarsi, di incontrarsi, al di là dei propri schemi interpretativi della realtà, si realizza nel rapporto con la presenza dell'altro, ponendo l'attenzione a cosa succeda nel proprio corpo in relazione a questa presenza. L'attenzione così direzionata ci dà modo di slegarci dalle idee e di radicarci in ciò che effettivamente sta avvenendo in relazione all'altro.

È da questo percorso di ricerca permanente che nasce il progetto Exodos.

Exodos è un collettivo che incentra il proprio lavoro, la propria indagine, sul tema delle minoranze. A partire da un progetto sui rifugiati, sulle loro storie, sulla loro restituzione, integrandoli nel gruppo di lavoro, ci siamo trovati a costruire un percorso sulla Shoah, e poi sul popolo curdo, sperimentando attraverso i protagonisti i legami, le potenti connessioni invisibili, che uniscono ogni difficoltà, tragedia e perdita della comunità umana.

È questa la ragione per cui siamo oggi qui, in questo spazio a raccontare chi siamo, per le risonanze profonde che abbiamo sentito con Fondazione Gariwo e con il pensiero che la abita, per questa comune speranza di poter definire ancora una volta cosa sia un essere umano e cosa significhi essere nel mondo, per ricordare, per ricordarci chi siamo, chi siamo stati e chi potremmo ancora essere.

Per saperne di più su Exodos:

Gruppo EXODOS è un collettivo di ricerca, produzione teatrale e formazione nel campo della comunicazione che incentra il proprio lavoro sul tema delle minoranze etniche, religiose e linguistiche e dei diritti umani. Il progetto nasce per lavorare a uno dei temi scottanti della nostra contemporaneità: i fenomeni migratori.
Comincia così un percorso di esplorazioni e approfondimenti che presto si aprono alla relazione con gruppi di migranti sul territorio romano.
Da qui nasce il progetto Exodos, che mette insieme dapprima lo spettacolo Exodos e poi l'evento Exodos, dove sviluppa momenti di interazione tra pubblico e artisti e mescola partecipanti provenienti da diverse realtà sociali ed etniche. Successivamente il gruppo si dirige verso il tema della Shoah a partire dalle memorie dei sopravvissuti.
Dal lavoro su questo tema nasce dopo alcuni mesi di ricerche lo spettacolo Mnemosine primo tassello del Progetto Mnemosine. Il progetto nasce dall'intento di elaborazione nuovi modelli comunicativi in relazione alla Shoah e all'antisemitismo. Nel progetto confluiscono diversi approcci. Da un lato si elaborano soluzioni comunicative relative al multimediale e a internet, da un altro ci si dirige verso le performance d'arte collegandole al rapporto con la percezione del problema e infine si intesse un lavoro con la scuola volto all'elaborazione visiva di elementi narrativi. Scoppiata la guerra turco-curda nel novembre 2019, il gruppo, dati i legami con la comunità curda, decide di mettere in scena lo spettacolo "Enio, materiali per una terra perduta" e alcuni eventi associati a sostegno dei territori del Rojava. Il gruppo al momento continua il suo lavoro di ricerca e si occupa di formazione basandosi sulla centralità della relazione e della comunicazione considerandoli come nodi generativi di ogni attività umana.

Analisi di

27 ottobre 2021

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