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Responsabilità, guerra e Giusti per l’ambiente

di Martina Landi

Riportiamo di seguito l'intervento di Martina Landi, Responsabile coordinamento Gariwo, alla Biennale dell'Antropocene di Roma

Il clima sta cambiando davanti ai nostri occhi. Il cambiamento climatico è già qui e fa paura. È l’estrema sintesi dell’ultimo rapporto sullo Stato globale del clima pubblicato dall’Organizzazione meteorologica mondiale. Caldi record, siccità, eventi atmosferici catastrofici, inquinamento atmosferico, degrado del suolo e perdita di fertilità, scarsità di acqua, scioglimento dei ghiacciai, inquinamento degli oceani, fino ad arrivare alla perdita di biodiversità, che per molti è uno dei veicoli che facilita lo svilupparsi di epidemie come quella del COVID-19.

Tutti questi fenomeni ci mettono di fronte a un’evidenza: la crisi climatica non può e non deve essere affrontata in modo locale, nazionale o individuale. È un problema che coinvolge l’umanità intera, e per questo occorre quella che Gariwo ha chiamato “responsabilità globale”: così come i Giusti insegnano ad assumersi una responsabilità di fronte al male, dobbiamo oggi assumerci una responsabilità nel tempo presente e renderci conto che le sfide che dobbiamo affrontare, prima fra tutte quella ambientale, sono complesse, interconnesse e interdipendenti, e che per questo devono necessariamente farci ritrovare un orizzonte comune.

Per questo nel 2019 abbiamo scritto un documento, la Carta delle Responsabilità dell’Ambiente, per avviare una riflessione culturale sul tema, partendo da un concetto molto comune nello studio e nel dibattito sulla memoria e i genocidi: quello dell’indifferenza. Il riscaldamento globale è noto da decenni, così come lo sono le cause di questo fenomeno. Basti pensare che Wallace Broecker, il pioniere dei cambiamenti climatici, già nel 1975 non solo intuì che l’aumento di anidride carbonica nell’aria avrebbe portato a una fase di riscaldamento globale, ma ammonì il mondo intero sulle conseguenze che in 40 anni tale fenomeno avrebbe avuto sul pianeta. Ma allora pochi erano pronti ad ascoltare il suo monito.
Ecco quindi che punto di partenza imprescindibile per essere “responsabili” verso il nostro pianeta è quello di superare l’indifferenza verso il problema. E forse oggi un passo in questa direzione è stato fatto, vi è una maggiore consapevolezza.
È interessante a tal proposito un sondaggio pubblicato nel gennaio 2022 dal World Economic Forum, che ha chiesto ai cittadini di 14 Paesi quali fossero le maggiori minacce per la propria nazione. Il cambiamento climatico continua a essere percepito come la più grave minaccia per l’umanità: i cittadini mettevano al primo posto, come rischio nei prossimi 5-10 anni, il fallimento dell’azione per il clima, al secondo posto eventi climatici estremi, al terzo la perdita di biodiversità. Solo al sesto troviamo la paura della diffusione di virus o malattie.

Oggi questo scenario è aggravato da un altro elemento, la guerra. La pandemia, la guerra e la crisi energetica tuttavia sono infatti fattori che rischiano non solo di rallentare le politiche di cooperazione per arginare i cambiamenti climatici, incoraggiando i paesi a dare priorità alle misure a breve termine per ripristinare la crescita economica, a prescindere dal loro impatto sul clima, ma anche di rompere quel fragile equilibrio - fatto di realpolitik, fiducia e compromesso - fra gli Stati.
Lo ha ricordato anche il Segretario generale dell’ONU Guterres, sottolineando entrambi gli aspetti. Qualche mese fa, alla luce dello stop dell’abbandono del carbone in molti Paesi, come risposta all’aggressione russa, ha ricordato che “Le conseguenze della guerra russa in Ucraina non solo rischiano di distruggere i mercati alimentari ed energetici globali, ma potrebbero anche minare l’agenda climatica globale. Se i Paesi risponderanno all'aggressione della Russia aumentando il proprio uso di combustibili fossili, il conflitto rischia di allontanarci dal raggiungimento degli obiettivi globali sul clima”.
In occasione della presentazione dell’ultimo report sullo stato globale del clima - il peggiore di sempre - ha inoltre sottolineato che“Il sistema energetico globale si è rotto e siamo più vicini alla catastrofe climatica. I combustibili fossili sono un vicolo cieco, dal punto di vista ambientale ed economico. La guerra in Ucraina e i suoi effetti sui prezzi dell’energia sono l'ennesimo campanello d'allarme. L'unico futuro sostenibile è quello rinnovabile. Dobbiamo porre fine all'inquinamento da combustibili fossili e accelerare la transizione verso l'energia rinnovabile prima di incenerire la nostra unica casa, il pianeta Terra. Se agiamo insieme, la trasformazione delle energie rinnovabili può essere il progetto di pace del 21° secolo.”


Quindi la guerra in Ucraina è strettamente legata alla questione ambientale, ma non perché il clima abbia cambiato qualcosa, quanto piuttosto perché ci pone di fronte a una soglia fondamentale dell’umanità. Sappiamo che se entro il 2030 non cambiamo il sistema, il riscaldamento del pianeta diventerà irreversibile e tutte le crisi si uniranno in un’unica grande crisi mondiale.
Ma noi possiamo, e dobbiamo intervenire. Quando parliamo di ambiente, oltre a raccontare e presentare gli effetti dei cambiamenti climatici, occorre ricordare e capire che siamo di fronte a un fatto umano, in cui cioè l’uomo ha avuto, ha e avrà un ruolo fondamentale. Non c’è un Pianeta in grado di prendersi cura di se stesso al 100%: questa tutela è nelle nostre mani, e per agire dobbiamo fare uno sforzo per sentirci di nuovo parte del processo naturale, e non più al di fuori o sopra di esso.
Tutti i settori sono chiamati a rispondere: i cittadini come le aziende. Oggi ci sono tutte le condizioni affinché l’umanità possa ritrovare un percorso di condivisione e mettere a frutto i progressi della scienza per migliorare il benessere collettivo. Il terreno è ormai fertile per sviluppare tecnologie rinnovabili, muoversi a emissioni zero, vivere in edifici a basso impatto ambientale, attuare nuovi modelli di produzione industriale. Se infatti è importante l’approccio dei singoli individui, il mondo del business è centrale. La produzione infatti deve necessariamente adattarsi ai nuovi scenari ambientali e mitigare l’impatto sul territorio: servono un’agricoltura che riduca il consumo di suolo mantenendone elevato il rendimento e investimenti in colture che siano adatte al territorio in cui vengono coltivate. Gli scarti devono essere poi riutilizzati in maniera intelligente, reimpiegati, garantendo un processo circolare. In campo energetico, occorre guardare alla riduzione degli sprechi, che oggi arrivano al 60% dell’energia prodotta. Anche qui, di nuovo, uno sguardo all’Ucraina, “granaio del mondo”, che basa questa attività sull’utilizzo di monocolture e su dinamiche tipiche dell’estrattivismo agricolo, che sono il contrario di ciò che fa bene al pianeta.

Parlare di ambiente per Gariwo significa sottolineare lo strettissimo legame che esiste tra “effetto serra” e “effetto guerra”. Sappiamo che, se certamente i cambiamenti climatici sono un problema globale, non possiamo certo dimenticare che essi non colpiscono e non colpiranno tutti nello stesso modo. È facile immaginare come, in aree già vulnerabili del mondo, una diminuzione delle risorse idriche e alimentari costringa la popolazione a dividersi una fetta più piccola delle stesse, causando nuovi conflitti o acuendone di preesistenti. E non è un caso che i 22 conflitti attualmente presenti in Africa siano tutti derivanti da conflitti per le risorse.
Occuparsi di ambiente e diffondere conoscenza su questo tema può inserirsi nel quadro più ampio della prevenzione dei genocidi: difendere i diritti umani non potrà più prescindere dal fenomeno dei cambiamenti climatici. E in questo senso, anche a livello internazionale, ci si sta forse muovendo in modo virtuoso. Lo scorso 23 giugno è stato raggiunto un accordo sul testo finale della definizione di ecocidio come crimine internazionale. La definizione legale di ecocidio è la seguente: “Ai fini del presente Statuto, per ‘ecocidio’ si intendono gli atti illeciti o sconsiderati commessi con la consapevolezza che esiste una sostanziale probabilità di causare danni gravi, diffusi o di lunga durata all’ambiente, causati da tali atti”. Ora si aspetta che la Corte Penali Internazionale decida se inserirlo nello Statuto.
Questo è importante, perché se non esiste una parola per definire un crimine, il crimine stesso perde in qualche modo di concretezza, e non può essere punito né prevenuto. Qualcosa di simile è accaduto dopo la Seconda guerra mondiale, quando il giurista ebreo Raphael Lemkin coniò il termine genocidio - che prima non esisteva: si parlava di barbarie, sterminio, massacro. Ma il genocidio era altro, e avere una parola per descriverlo era fondamentale. Lemkin non solo ha inventato questa parola, ma ha introdotto un concetto importantissimo: un genocidio è una minaccia non a un solo gruppo, ma all’umanità intera, poiché la distruzione di qualsiasi minoranza non solo annientava chi veniva colpito, ma impoveriva la ricchezza dell’umanità.
E una cosa analoga, parlando di ecocidio, si può dire dell’ambiente: “uccidere” l’ambiente è una minaccia non solo a un Paese, ma all’umanità intera.
Torno ancora sull’Ucraina perché nei giorni scorsi il termine ecocidio è stato utilizzato per definire l’impatto della guerra sull’ambiente. Ecoaction, un’organizzazione ambientalista ucraina, sta ora cercando insieme ad altri attivisti di imputare alla Russia queste accuse davanti a una Corte internazionale. Secondo l’Ong, la Russia “dovrebbe pagare non solo per le persone che ha ucciso e ferito, non solo per la distruzione delle città, ma anche per i danni all’ambiente”. Di quali danni si parla? Non si tratta solo dell’allerta per le centrali nucleari in Ucraina - anche se conosciamo il pericolo di un danno a queste strutture. Come abbiamo visto in questi tre mesi di guerra, con i bombardamenti si sono disseminati metalli pesanti, sono stati devastati corsi idrici, campi, ci sono edifici distrutti e macerie che portano e porteranno sostanze nocive alla salute. Inoltre, sono state utilizzate bombe a grappolo e mine antiuomo, e anche se il conflitto si fermasse adesso, per rimuoverle ci vorranno decenni.

Oggi il tema dei cambiamenti climatici si è diffuso nel dibattito pubblico, ma è ancora fondamentale insistere per superare la disconnessione tra scienziati, intellettuali, politici e cittadini: non è qualcosa che riguarda gli scienziati e gli addetti ai lavori, ma tutti noi. Tutto questo è - e deve essere - parte di una rivoluzione culturale. Una rivoluzione che è già iniziata tra i giovani, e che è nostro compito guidare e incentivare. Gariwo ha deciso di inserirsi in questa rivoluzione culturale attraverso l’esempio dei Giusti per l’ambiente e l’educazione alla responsabilità personale. Come i Giusti che salvano vite insegnano il meccanismo della scelta, della lotta all’indifferenza, così i Giusti per l’ambiente dimostrano che chi si batte in difesa del pianeta non è solamente un “difensore” dell’ecosistema, ma un difensore dei diritti di tutta l’umanità.
Tra di loro troviamo indigeni che vogliono proteggere le terre dei loro antenati e le loro tradizioni da multinazionali o catene di hotel di lusso, o ancora avvocati, giornalisti o membri di Ong che denunciano abusi e illegalità e vengono per questo arrestati, picchiati o addirittura uccisi. Ma anche persone come Wallace Broecker o Wangari Maathai, la “signora degli alberi” che ha dedicato la vita alla lotta contro il disboscamento e ha piantato 30 milioni di alberi nei Paesi africani, sostenendo il legame imprescindibile che esiste tra sviluppo sostenibile, democrazia e pace.
Sono uomini e donne che si assumono una responsabilità per il futuro dell’umanità, e per questo i loro nomi devono essere ricordati in tanti Giardini dei Giusti.

Martina Landi, Responsabile coordinamento Gariwo

Analisi di

30 maggio 2022

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