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​Ricordiamoci del Nagorno-Karabakh, prima che sia troppo tardi

di Simone Zoppellaro

Un quarto di secolo di guerra, 30.000 morti, oltre un milione di profughi e sfollati. Questo è il conflitto del Nagorno-Karabakh, combattuto da due membri del Consiglio d’Europa alla frontiera estrema del nostro continente. Un conflitto “congelato”, si diceva un tempo, quando nessuno voleva occuparsi di questa guerra. Ora ci si rende conto invece – come nel peggiore degli incubi – che solo era il tempo ad essersi fermato. Destinato a ripetersi, sempre uguale a se stesso, in una spirale di sangue nata con la dissoluzione dell’Unione Sovietica e che giunge fino ad oggi.

Per chi – come me – quella guerra l’ha vista con i propri occhi, si tratta di uno spettacolo impressionante, di quelli che non dimentichi per tutta la vita. Trincee che avrebbero potuto essere, 100 anni fa esatti, quelle dei nostri nostri nonni al tempo della grande guerra: attesa, solitudine, paura. E morte, che ti piomba addosso all’improvviso – con un razzo o un colpo di mortaio – dopo giorni o mesi interminabili, passati a sognare il ritorno in città, dai propri amici e dalla propria famiglia. Una frontiera senza fine con a un paio di centinaia di metri da te altri giovani, con una diversa bandiera, ma con lo stesso tragico destino: il gelo insostenibile dell’inverno – nel Caucaso si arriva anche a meno venti, di notte –, la noia e il fango delle trincee, il cibo pessimo e scarso e i soprusi dei superiori.

Esplosa in concomitanza con la fine dell’Urss, la guerra del Nagorno-Karabakh ha visto opporsi Armenia e Azerbaigian per il controllo di questa piccola regione. Un territorio montuoso che Stalin in persona aveva deciso di affidare alla Repubblica socialista sovietica azera per rafforzarla e farne un avamposto funzionale all’esportazione della rivoluzione nel mondo musulmano. E questo nonostante storicamente la regione – che era stata teatro di scontri anche prima dell’Unione sovietica – abbia sempre mantenuto una larga maggioranza di popolazione armena. Nel 1988, dopo decenni di coesistenza pacifica, gli abitanti della regione avanzano la richiesta di unirsi alla Repubblica armena. Ne nasce un conflitto che prosegue fino al 1994, quando un cessate il fuoco sancisce la vittoria armena e la proclamazione di una repubblica del Nagorno-Karabakh, non riconosciuta da alcun Paese al mondo. Se non che – passati oltre venti anni da quella data – manca ancora un accordo di pace.

Di questo conflitto infinito – inutile nascondersi dietro un dito – all’Europa non è mai importato niente. Né alle nazioni, ai governanti o alle organizzazioni internazionali. Nessuna copertura da parte dei media. L’unico interesse, semmai, è stato quello di assecondare i despoti locali – e in particolare la famiglia Aliyev, al potere dal lontano 1969 – a causa del petrolio e del gas di cui è ricco il loro Paese, l’Azerbaigian. Con pochissime eccezioni, è stata l’indifferenza più totale nei confronti degli scontri e delle violenze: escalation dopo escalation, vittima dopo vittima – il nulla. Perché a ciò si riducono gli sforzi delle nostre istituzioni, in questi anni, per prevenire quanto avviene in questi giorni. Il nulla, o poco più.

Sì, perché in Nagorno-Karabakh si continuava a morire ogni mese, spesso ogni settimana, anche quando la notizia non arrivava sui giornali o alla TV. Ragazzini, nella larga parte dei casi, che hanno pagato col sangue un tributo alla ferocia di un nazionalismo – per i nostri canoni – fuori tempo massimo. Che prima o poi scoppiasse uno nuovo conflitto aperto in Nagorno-Karabakh, come è avvenuto negli ultimi giorni, non serviva certo un master in geopolitica per capirlo. Sarebbe bastato prestare ascolto, a suo tempo, alla sofferenza e alle grida che ci arrivavano da anni da questa regione non così lontana, il Caucaso del Sud, che sui libri di geografia dei nostri ragazzi viene indicata come Europa.

Ma ora, cosa sta succedendo? Lenti e inesorabili, sfilano davanti a noi gli spettri della guerra. Possono mutare d’abiti, ma sono sempre gli stessi fantasmi di un tempo e di ogni luogo. Anche in questo, ogni guerra è la stessa. Ciò che stupisce semmai, personalmente, è come sia bastato così poco – un solo weekend di scontri, per quanto pesanti – a cambiare e stravolgere persone che credevo di conoscere da tempo. A quanto pare, la guerra è un germe che si nutre di antiche paure e del richiamo del sangue, capace di divorarci il cuore.

Ottimi giornalisti che si trasformano in quattro e quattr’otto in propagandisti della peggior specie, capaci di negare la realtà più ovvia con una pertinacia sconvolgente. Persone gentili tramutate in seminatori d’odio. Vecchie questioni antiche di secoli – la razza e la religione – che riemergono anche nelle menti più moderne e aperte. È quello che ho visto in queste ore terribili succedere a tanti amici armeni, che credevo di conoscere, prima che suonasse il richiamo del sangue. E sono in pochi, pochissimi, in Armenia, a osare ammettere pubblicamente di avere questi stessi pensieri, le stesse paure.

Perché un conflitto – e me ne sto rendendo conto in questi giorni con una violenza che non avrei mai immaginato – non lo so combatte solo sul campo. Ma anche e soprattutto nelle menti e nel cuore della gente. La guerra trasforma gli uomini buoni in iene, gli intelligenti in idioti, ed è capace di stravolgere i visi più dolci e puri. Ed è così che i bei colori delle bandiere tornano ad essere quello che sono da sempre: stracci e sudari per coprire la vergogna e l’orrore di giovani corpi morti per nessuna ragione. Il rischio di una nuova guerra è grande, in queste ore.

Ricordiamoci del Nagorno-Karabakh, prima che sia troppo tardi.

Analisi di Simone Zoppellaro, giornalista

5 aprile 2016

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