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Ridere: il sapore della libertà

di Silvia Golfera

Come spiegare a dei tredicenni ciò che è accaduto a Parigi in questi giorni? La strage nella sede di Charlie Hedbo, l’assassinio di una giovane poliziotta, e poi di alcuni casuali clienti di un negozio ebraico, da parte di fanatici islamisti? Impossibile liquidare un evento tanto grave con qualche espressione di rammarico. Da insegnante ho il dovere di aiutarli a dipanare i pensieri, i sentimenti.

Ma devo prima decifrare i miei, altrettanto confusi. Provo a farlo, ad alta voce, partendo dalla domanda che alcuni ragazzi mi hanno rivolto.

Perché i musulmani ci odiano?

Non tutti i musulmani ci odiano. I vostri amici, Khalid, Mohamed, Sami, non vi odiano affatto. Avranno più simpatia per uno rispetto a un altro, ma non odiano nessuno di noi in quanto italiano, europeo, occidentale. Forse potremmo fare in modo che questo non succeda mai. Il che significa anche evitare di giudicarli in quanto marocchini, tunisini, arabi, musulmani. Ma solo come individui, per quello che sono e fanno individualmente. Ridurre un essere umano alla sua appartenenza etnica o religiosa non solo è ingiusto, ma anche insensato.

Tu Federica sei una ragazza che gioca a pallavolo, ami gli animali e sogni di diventare veterinario. Ti piace disegnare e detesti la storia, hai molti amici perché sei generosa e allegra. Vieni a scuola in bicicletta per fare la strada con Matteo. Immagina che qualcuno ti veda invece esclusivamente come italiana e cattolica. Ti sentiresti riconosciuta?

Già è sbagliato pensare a un ‘noi’ e a un ‘loro’. Questa è la logica del conflitto e della guerra, delle ideologie. È la logica dei fratelli Cherif e Said Kouachi, di Amedy Coulibaly e di tutti coloro che hanno trovato nel fanatismo religioso una giustificazione alla propria ansia omicida.

Ma nella storia degli assassini di Parigi, come in quella di altri giovani musulmani nati e cresciuti in Europa, che diventano terroristi, c’è qualcosa di più. Hanno frequentato le stesse scuole dei compagni occidentali, forse hanno giocato a pallone insieme, tifato la medesima squadra, ne hanno copiato il modo di vestire. Eppure non si sono mai veramente sentiti come loro, una diversità dolorosa che li condanna a sentirsi inadeguati, esclusi. Un’esclusione vissuta come un rifiuto umiliante che si fa odio verso l’Occidente, quale specchio intollerabile del proprio fallimento. A quel punto un’ideologia fanatica offre loro tutte le risposte e uno scopo per cui vivere: vendicarsi uccidendo, e poi morire. Se non sarò uno di voi, sembrano dire questi ragazzi, sarò il vostro assassino.

Noi abbiamo studiato il fascismo, il nazismo e abbiamo visto quanti ex combattenti, disoccupati, gente che non riusciva a trovare alcuna collocazione e si sentiva tradita, hanno trovato in movimenti estremisti l’occasione per risorgere. Non sono io la nullità, si sono detti, è il mondo che è storto e lo raddrizzerò, facendo piazza pulita di tutti coloro che possono mettere in dubbio le mie convinzioni.

Si è trattato di una resurrezione apparente, perché sappiamo il disastro che quei regimi hanno prodotto. Ricordatevi che la risposta più facile è spesso illusoria.

Il fanatismo è la scelta delle persone tristi, che tentano di spegnere la vita degli altri perché la loro è già spenta. Morti, che vogliono trasformare il mondo in un immenso cimitero.

Gli islamisti che hanno ucciso a Parigi gli inermi giornalisti di un giornale satirico, e poi gente qualunque, solo perché presumibilmente ebrea, appartengono a una minoranza di fanatici, pericolosissimi e sanguinari, che non sopportano alcuna diversità, che non tollerano persone con gusti e pensieri propri, che si vestono come vogliono, ascoltano la musica che gli pare, praticano altre religioni, si baciano per strada, ridono.

Ma proprio perché sono pericolosi e sanguinari, questi psicopatici vanno combattuti con fermezza, senza cedere al terrore. Quello che vogliono è ingabbiarci nella paura, farci tacere, uccidere l’allegria.

Pretendono di possedere la verità, eppure la loro fede assoluta si sente minacciata da una vignetta. Una fede che può crollare per una risata. Immaginate ragazzi poco più grandi di voi, i vostri fratelli maggiori, che invece di innamorarsi, di godere dei tanti giorni davanti a sé, di costruirsi un sapere, di passeggiare con un amico per una delle città più belle del mondo, decidono di assassinare e farsi uccidere in nome di un dio-dracula, che pretende il sangue degli infedeli e dei tiepidi. Una cosa talmente folle da far ridere.

Avete notato che i fanatici hanno sempre un’espressione cupa? Non solo quelli islamici, tutti i fanatici. La loro faccia è pietrificata in una smorfia, come se il mondo li indispettisse, li avesse offesi. Vedere qualcuno ridere è vissuto come un affronto personale, sono convinti che si rida di loro.

Hitler per esempio, era ossessionato dalla "risata degli ebrei", la sente risuonare in tutta la Germania. Ne parla in diversi discorsi pubblici: "In genere sono stato deriso…gli ebrei accolsero con delle risate la mia profezia che un giorno avrei preso in mano la direzione dello Stato... Immagino... che la risata degli ebrei che allora risuonava in Germania adesso si spenga nelle loro gole". E ancora: “Non so se (gli ebrei) stiano ancora ridendo, o se la loro risata si sia spenta. Ma questo solo posso affermare: la loro risata si spegnerà dovunque".

La risata ha sempre fatto paura, tanto da cercare di screditarla, associandola alla stupidità. ‘Ridi come uno stupido’, ‘il riso abbonda sulla bocca degli stolti’, sono modi di dire comuni. Se poi è una donna che ride, rischia di passare per oca, o per una poco di buono.

Erdogan, che è il presidente della Turchia, ha detto che le donne non dovrebbero mai ridere in pubblico.

Non c’è da stupirsi che i fanatici se la siano presa con gente che per mestiere cerca il lato buffo, ridicolo, delle cose. O che odino tanto gli ebrei: la questione palestinese c’entra ben poco. Quello che veramente non sopportano è l’umorismo ebraico, la capacità che tanti ebrei hanno di sorridere anche delle cose più tristi. Diffidate delle persone che non ridono mai, che si prendono sempre sul serio, che non tollerano ironia.

Non dimenticate però che in questa terribile storia parigina anche un altro musulmano ha perso la vita. Si chiamava Ahmed Merabet, ma non stava dalla parte dei terroristi, faceva il poliziotto. I fratelli assassini lo hanno freddato quando era già a terra.

Non dimenticate neppure che la guerra più sanguinosa gli islamisti fanatici la stanno facendo in Iraq, in Siria, in Libia, in Nigeria, in Pakistan, dove uccidono senza pietà altri musulmani, a loro parere non abbastanza devoti. Ne riducono le donne in schiavitù, portano via i bambini per farne dei guerrieri. Picchiano, stuprano, mutilano, umiliano altri musulmani, e noi non possiamo confondere carnefici e vittime.

Ma con queste ultime, con tutti coloro che rifiutano l’Islam del terrore, dobbiamo combattere gli islamisti, senza cedere nessuna delle nostre libertà, neppure quella di ridere. E magari trovare il modo di ridere insieme.

Analisi di Silvia Golfera, scrittrice

13 gennaio 2015

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