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Riflessioni su Etty Hillesum

a 100 anni dalla nascita e a 70 dalla sua morte ad Auschwitz

di Nadia Neri, psicologa e scrittrice

Sono ben 13 anni che vado in giro per l'Italia a parlare della Hillesum ed ho fatto un'esperienza enorme sia umana che culturale. Mi piace riflettere su alcuni punti. Da pochi mesi è uscita finalmente anche in italiano l'edizione completa del Diario ed ora anche delle Lettere, e quindi dovrebbe essere più facile cogliere ciò che dico sempre all'inizio di ogni presentazione: Etty è una donna normale. Per me questo punto di partenza è essenziale ed è anche ciò che mi ha molto attratto nel lontano 1988, quando ho partecipato al primo convegno internazionale a Roma. Una donna normale che aveva tanti problemi come tutti, dai difficili rapporti con i genitori, problemi con il cibo ad una seria depressione e però, nello stesso tempo, era piena di una grande sensualità - una 'Carmen russa', le dirà un suo amico per sottolineare proprio questi aspetti. 

La Hillesum ama contemporaneamente due persone, Julius Spier, suo terapeuta, maestro ed amante e Han Wegerif, anche lui anziano, che abita con lei e altre persone nella casa di Amsterdam. Nell'esaltazione un po' acritica che si fa di lei - a volte una specie di santificazione che ponendola su un piedistallo fa si che mettiamo una distanza difensiva e non ci sentiamo individualmente messi in questione dalla sua testimonianza, il contrario di ciò che desiderava - o si rimuovono i suoi amori o la sua evoluzione spirituale, dimensione che poi diventerà essenziale. 

Etty Hillesum è consapevole delle contraddizioni della sua vita - infatti, ad esempio, il 27 giugno 1942 dice a Spier "la mia è una famiglia particolare, una volta avrei detto 'degenere'. Ma perché usare parole grosse che non fanno bene?....I miei 28 anni coabitano con i 123 anni dei miei due compagni, avendo ognuno più di mezzo secolo di età". Proprio da questa dolente normalità si dovrebbero cogliere i valori profondi che ci vengono dalla sua testimonianza. Dispiace leggere nelle pagine culturali del Corriere della Sera del 3 gennaio scorso, in un articolo sul Diario con alcuni commenti su di lei, che il rabbino di Milano Laras la liquidi in modo sprezzante: "è sbagliato presentarla come un'eroina consapevole o una pietra miliare del pensiero. Si tratta di una ragazza intelligente e sensibile, che ha lasciato una testimonianza di grande valore, ma bisogna tener conto che aveva grossi problemi psicologici, aggravati dalla relazione con J.Spier, un analista che aveva 27 anni più di lei. Parole e comportamenti di Etty vanno considerati nell'ottica di una personalità disturbata".

Al contrario penso che la sua testimonianza possa darci molto ancora oggi. Riuscire ad affermare, mentre si subisce una persecuzione sempre più feroce, che sia necessario non proiettare sugli altri, sul nemico, ma guardarsi prima in noi stessi perché “il marciume che c'è negli altri c'è anche in noi stessi...”, mi ha sempre molto toccata, soprattutto in un'epoca come la nostra nella quale l'esaltazione della proiezione è diventata costume costante della politica e della vita sociale in generale. Nell'introduzione del mio libro Un'estrema compassione (Mondadori), dico che Etty è portatrice di tre virtù: l'indignazione come alternativa all'odio, la semplicità nel senso dell'essenziale e la compassione. L'altro grande insegnamento che parte proprio da un invito pressante ad un lavoro introspettivo è il richiamo forte al senso di responsabilità individuale che si fonda all'inizio su una base psicologica e poi su una base spirituale. 

Questo è uno dei doni principali che ho ricevuto occupandomi di lei, perché quando Etty fonda anche la sua fede sulla responsabilità individuale ed afferma che siamo noi esseri umani responsabili del male di fronte a Dio - e che quindi siamo noi che dobbiamo 'aiutare Dio', perché dove c'è il male si fa scomparire Dio e Dio poi ci chiederà conto del nostro operato - raggiunge un vertice spirituale forte, ricordando la situazione estrema nella quale vive. Possiamo vedere tanti richiami a pensatori o a mistici, io ho trovato delle incredibili consonanze con E. Levinas de Le quattro lezioni talmudiche. La sua posizione è molto vicina, ad esempio, a quella di Hans Jonas ne Il concetto di Dio dopo Auschwitz, ma Jonas ha scritto dopo la guerra, non durante; Etty Hillesum elabora questi suoi atteggiamenti, ma muore a 27 anni e non può continuare a scrivere, come desiderava, non può continuare a maturare le sue posizioni.

Ho fatto esperienza, in questi anni, di come sia difficile per l'essere umano non etichettare Etty in una appartenenza precisa e accettare come una ricchezza la sua laicità. Etty legge e apprezza il poeta Rilke, molti autori russi, la Bibbia, Agostino, Jung e tanti altri, ma non bisogna dimenticare che muore ad Auschwitz come ebrea. Ho sempre sottolineato - da non ebrea - il suo essere ebrea,  l’ho difeso con forza dal desiderio di molti di volersene appropriare, come è avvenuto in Olanda dopo la guerra ed ancora oggi in molti ambienti cristiani. A questo proposito mi piace ricordare le belle parole di Giacoma Limentani sul gesto di Etty che impara ad inginocchiarsi: un gesto in apparenza cattolico, ma "quando, subito dopo, Etty definisce l'inginocchiarsi non un'umiliazione, bensì una partecipazione del corpo alla preghiera, un gesto 'intimo come i gesti dell'amore, di cui non si può parlare se non si è poeti', ecco farsi avanti il Cantico dei Cantici, e il dondolio rituale che nella preghiera ebraica vede comprimari e corpo e anima. E la fisicità - oserei dire la carnalità - di Etty irrompe, a mio avviso fornendo un ulteriore e più spiritualmente completa dimensione di lettura delle sue parole, delle sue scelte, delle sue decisioni e delle sue azioni". 

Vorrei ricordare la difficoltà di molti ad accettare la sua laicità come un valore, la sua apertura a tutti i testi sacri - anche a quelli dell'Oriente - e la sua forza nell'essere, pur in una situazione estrema, una minoranza: la posizione di Etty di vivere la compassione nel campo di transito di Westerbork, la isola più che trovare sostegno negli altri internati. Spesso, quando parlo agli studenti, li spingo ad avere il coraggio e la forza di essere, se necessario, minoranza di una minoranza.

Infine vorrei mettere in luce come Etty dica spesso nel diario che la vita è bella, 'nonostante tutto', e come quest'ultima precisazione fondamentale offra un senso profondo e tragico alle sue parole.

Solo per Etty Hillesum ho sempre accettato di andare a parlare ovunque mi invitassero, perché ho sempre sentito la sua ansia di documentare per fare memoria e di continuare a parlare perché un altro mondo è possibile, e allora il senso dei miei interventi è sempre quello di 'parlare al posto suo' per tenere in vita le sue parole e la sua testimonianza, spezzata dalla barbarie nazista.

Nadia Neri è stata invitata da Gabriele Nissim a partecipare con un intervento su Etty Hillesum al convegno "Si può sempre dire un sì o un no", tenutosi a Padova dal 30 novembre al 2 dicembre 2000. Le informazioni sul convegno e l'intervento di Nadia Neri sono disponibili nel box approfondimenti.

Analisi di Nadia Neri, psicologa e autrice del libro "Un'estrema compassione" (Mondadori)

14 gennaio 2014

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