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Riflessioni sulla Giornata dei Giusti alla luce dei fatti ucraini

di Francesco M. Cataluccio

Coloro che, rischiando, salvano altre persone (i Giusti) dimostrano che è possibile fermare il Male o almeno additarne il suo pericoloso manifestarsi. Quando, il 10 maggio 2012, i deputati di Strasburgo accolsero l’appello di Gariwo (sottoscritto da numerosi cittadini ed esponenti del mondo della cultura), istituendo la Giornata europea dei Giusti il 6 marzo (data della scomparsa dell’artefice del Viale dei Giusti a Yad Vashem: Moshe Bejski), posero le basi per rafforsare significativamente i valori su cui si deve basare l’Europa: la solidarietà e fratellanza; la libertà e l’eguaglianza tra gli esseri umani. Giusti son tutti coloro che hanno salvato vite umane durante i genocidi e difeso la dignità umana durante i totalitarismi. A partire dalla definizione di Yad Vashem a Gerusalemme (“giusto è un non ebreo che ha salvato un ebreo”) è stato esteso il concetto di Giusto ad ogni azione altruistica, in ogni parte del mondo, stabilendo che la salvezza degli altri è un valore universale, non limitabile ad una sola vicenda per tragica che essa sia. L’esempio dei Giusti rende meno astratti i valori perché si tratta di situazioni concrete, a volte sorprendenti e inimmagibabili, nelle quali chi salva, e rompe il muro terribile dell’indifferenza, dà ascolto alla sua coscienza prima che all’odio dilagante, al comodo conformismo, alle piroette autoassolutorie del “quieto vivere”.

Bisogna raccontare le storie dei Giusti per formare le future generazioni con la speranza che ripudino l’odio, il razzismo, la mancanza di compassione e la deresponsabilizzazione verso gli altri. Insegnare che essere giusti non è una questione che riguarda situazioni straordinarie (come guerre, regimi dittatoriali, fanatiche campagne di odio religioso o politico). Si può essere giusti anche anche difendendo un compagno di classe bullizzato, continuamente irriso ed emarginato, opponendosi al “branco”, con il rischio di venire emarginati, o ancor peggio, picchiati. Giusto è chi sente responsabile degli altri.

Il filosofo lituano-francese Emmanuel Lévinas (1906-1995) sosteneva che abbiamo una responsabilità verso il prossimo: l’essere unico, irriducibile, che mi si accampa davanti. È rispondere gratuitamente all’appello che è inscritto sul suo volto: “Proprio perché è altro da me sono chiamato a occuparmi di lui, del suo benessere, della sua morte, che sarà solitaria e dunque più che mai unica, insostituibile. E me ne devo occupare senza esigere reciprocità: la relazione con l’altro non è simmetrica”.

Il Giusto rompe la distanza con gli altri, abbatte la logica del muro contro muro: sente la vicinanza e vive il pericolo che l’altro sta correndo come un suo pericolo.

In queste drammatiche giornate nelle quali un popolo libero e fiero viene schiacciato dal vicino arrogante e potente, si sono visti anche episodi che hanno reso la marcia dei carri armati più lenta e indecisa. La caratteristica di questa guerra, oltre all’evidente sproporzione delle forze, è la somiglianza delle parti: linguaggio comprensibile (spesso è semplicemente lo stesso); non significative differenze religiose (per non parlare di quelle razziali), e infine esperienze e gusti comuni. Tutto ciò limita la determinazione dell’esercito aggressore. Si vedono scene di ucraini disperati che fermano i carri armati o accese discussioni tra civili e invasori. Il fatto che i soldati russi credono che gli ucraini siano solo temporaneamente “fratelli russi perduti”, rende impossibile azioni come bombardamenti sistematici di superficie e tiro regolare ai civili. Molti carri armati sono stati abbandonati dai soldati disorientati.

La televisione ci ha mostrato un uomo ucraino inginocchiato davanti a un carro armato russo. Il tank si è fermato, dei soldati ne sono scesi, imbracciano i fucili, non sanno che cosa fare. Nessuno ha detto loro che cosa fare se un uomo ucraino, uno che per giunta parla la loro lingua, si mette in ginocchio, le mani basse, sulla loro strada.

Putin infatti è stato costretto a chiamare truppe cecene. Le guerre hanno bisogno di distanziare al massimo, con tutti i mezzi, gli uomini, per evitare il “rischio” che si scoprano fratelli.

Spesso, anche in passato, in esse ha contato molto il senso di vicinanza: culturale, spaziale, sentimentale. Questo non sminuisce il valore delle loro azioni. I Giusti non sono delle figure astratte, vivono e agiscono nella realtà concreta, con tutte le sue contraddizioni. Ma quando compiono delle azioni, anche piccole, di altruismo rafforzano la fiducia nel genere umano e trasmettono la certezza che ciascuno può contrastare il Male: basta che non sia sordo alla propria coscienza e umanità.

Francesco M. Cataluccio, saggista e scrittore

Analisi di

2 marzo 2022

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