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Ritorna l’anima nera della Germania?

di Simone Zoppellaro

DA STOCCARDA – Due notizie, una buona e una cattiva. Riassumerei così il risultato delle elezioni di domenica in Meclemburgo-Pomerania, piccolo Land di un milione e mezzo di abitanti nell’est della Germania. Un’elezione a cui nessuno avrebbe fatto attenzione, date anche le dimensioni ridotte dello stato in questione, se non si trattasse di un momento decisivo per il Paese.

Bando ai titoli gridati di questi giorni, la situazione è più complessa (e imprevedibile) di come ce la presentano. La Germania, questa grande sconosciuta. Un Paese che non riesce più a fare breccia nei media italiani se non in rari momenti e sempre in negativo. Una nazione che non riesce a imporsi nell’immaginario comune italiano (e europeo, in parte) se non perpetuando stereotipi fuori tempo massimo, luoghi comuni ritriti spesso ripescati dal nazismo. Un fallimento, fra i tanti, di una coscienza europea che continua ad essere assente, latitante per l’uomo comune.

Uno spettro si aggira oggi per Bruxelles e Strasburgo, e non è certo il comunismo voluto da Marx: è l’Europa, intesa in senso culturale e politico, l’Europa di popoli che si chiudono sempre più in se stessi invocando muri e barriere e, in ultima analisi, solo la pace illusoria dei paraocchi. Tutto per non comprendere, per non voler vedere le sfide enormi e rischiose che ci stanno davanti.

Ma torniamo a noi: due notizie, dicevamo. Iniziamo dalla buona, ché un po’ di ottimismo di questi tempi non guasta. L’affermazione della destra xenofoba del partito Alternativa per la Germania (AfD) non è una sorpresa per nessuno qui in Germania. I sondaggi dei mesi scorsi la davano per certa, e si è trattato di una conferma di quanto ampiamente predetto. L’exploit dell’AfD era avvenuto semmai il marzo scorso con le elezioni in Renania-Palatinato, Baden-Württemberg e Sassonia-Anhalt. In quest’ultimo Land, anch’esso un tempo parte della DDR, il partito populista aveva raggiunto addirittura il 24,3% – distanziando di alcuni punti il 20,8% raggiunto domenica inMeclemburgo-Pomerania.

Con buona pace di tutti, inoltre, il partito della Merkel ne esce ancora una volta un po’ ammaccato, ma senza troppi scossoni. Un - 4% rispetto alle elezioni del 2011, con la concreta prospettiva di mantenersi in governo in Meclemburgo-Pomerania insieme alla SPD, che si conferma primo partito. Dopo una estate segnata da terrorismo e violenze, non è un risultato da buttare, e non è certo la rivoluzione paventata in certi titoli di giornale. Non è poi solo la CDU ad aver perso dei voti, ma tutti i maggiori partiti del panorama politico tedesco, dai Verdi alla SPD alla Linke (rispettivamente - 3,9%, - 5% e - 5,2%).

Ma passiamo alla cattiva notizia, che assomiglia stranamente alla buona. L’affermazione della destra populista in Germania non è una sorpresa per nessuno, dicevamo. Peggio: si tratta ormai di una certezza, di un consolidamento che fa temere in molti (me incluso) che non si tratti più di un semplice voto di protesta, ma di un fenomeno radicato e in continua crescita. Certo, non si tratta dell’estrema destra di un tempo, ma di un fenomeno nuovo, ibridato di qualunquismo e populismo mediatico. Ma intanto – come se niente fosse – si sdoganano antisemitismo, razzismo e violenza, si rompono tabù consolidati e certezze. Si sa dove si parte, non dove si arrivi. Il rischio è quantomai concreto.

Terreno fertile per proseguire in questa crescita dell’estrema destra, purtroppo, ce n’è in abbondanza. Perché – e qui tocchiamo un altro luogo comune molto diffuso – la Germania non è il Paese della Cuccagna che vorrebbero farci credere. Nessun altra società europea oggi è divisa in modo così netto da un punto di vista sociale. Patria delle disuguaglianze, qui un bambino su cinque vive sotto la soglia di povertà. In nessun altro Paese del continente sono in così pochi a potersi permettere una casa, anche dopo una vita di lavoro. La mobilità sociale è ridotta al minimo. La crescita economica non equivale più a un benessere diffuso, e il precariato e la competizione sfrenata stanno producendo anche qui migliaia di “perdenti” e disadattati. Gente a cui manca un ruolo sociale, e del tutto priva di riferimenti culturali o politici che possano colmare questo vuoto. Ripetere come in un mantra – come hanno fatto i media italiani in questi giorni – che questa crescita della destra sia soltanto la conseguenza del milione di persone, profughi e migranti, accolte in Germania lo scorso anno, è una semplificazione che lascia il tempo che trova. Anche perché, dati alla mano, l’estrema destra vince proprio nei territori dove la presenza migratoria è di gran lunga più bassa.

Certo, impossibile negarlo, pesano anche la paura del diverso e dell’estremismo islamista. I crimini e gli attentati di quest’estate si fanno sentire, come d’altronde un’immagine sempre più negativa della Turchia dopo il giro di vite dato da Erdogan, prima e dopo il fallito colpo di stato. Ma non è tutto, e non basta affatto a comprendere la Germania di oggi, che ha finito di essere un’eccezione all’insorgere del populismo in Europa. Il vuoto è più profondo, più radicato il rancore. In una Germania dove per la prima volta molti trentenni tornano a casa dai genitori, incapaci di mantenersi e trovare la propria strada, non basterà una soluzione alla questione dei rifugiati per porre fine al problema.

Il punto non è se, ma quando l’estrema destra tornerà al potere in Europa. Le basi ci sono tutte, il momento è propizio, la crescita diffusa e costante. Come i ciechi di un celebre quadro di Bruegel, l’Europa rischia di avviarsi al baratro nella più totale incoscienza. Non vorrei drammatizzare. So che si tratta di una minoranza, in Germania più che altrove. Ma il pericolo c’è, è concreto e urgente, e non possiamo sottovalutarlo. All’origine di tutto c’è un vuoto economico e culturale che deve essere colmato, deve trovare risposte, pena il ritorno a un’epoca buia che credevamo dimenticata.

Simone Zoppellaro, giornalista

Analisi di Simone Zoppellaro, giornalista

7 settembre 2016

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