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Ritualità della memoria e oblio della storia

editoriale di Silvia Golfera

L'ex campo di Drancy oggi (Foto di Silvia Golfera)

L'ex campo di Drancy oggi (Foto di Silvia Golfera)

Quando nel 1955 Bruno Bettelheim, psicoanalista americano di origine austriaca, torna a visitare Dachau dove aveva trascorso alcuni mesi nel 1938, rimane deluso nel vederlo trasformato in un campo profughi per tedeschi della Germania Est. Davanti a quella che era stata la sua baracca giocano dei bambini e gli alloggiamenti, con le tendine alle finestre, poco conservano dell’atmosfera di un tempo.
Ma poi la riflessione lo spinge a conclusioni diverse: “…Mi resi conto che l’attuale stato di Dachau era più conforme alla realtà…di quanto sarebbe stato se l’avessero conservato com’era…Conservare intatto un luogo è come strapparlo al flusso della storia, farne un monumento che non appartiene più al qui e all’oggi”.


Una dichiarazione che 57 anni dopo, abituati come siamo a un atteggiamento celebrativo della Memoria, con la conseguente monumentalizzazione dei luoghi che furono teatro degli eventi in questione, suona quasi blasfema.
La cosa mi è tornata in mente visitando, alle porte di Parigi, il campo di Drancy, luogo di internamento degli ebrei francesi in attesa della deportazione, trasformato in quello che costituiva d’altronde la sua destinazione iniziale: un blocco di edilizia popolare per gli strati meno abbienti della popolazione.
L’ex campo di Drancy è oggi un caseggiato di quattro piani in cui alloggiano circa 300 famiglie, per lo più magrebini o dell’Europa dell’Est. A piano terra, al riparo di un lunghissimo e disadorno porticato, un ufficetto che si occupa delle assegnazioni, avvisa dell’imminenza dei lavori per dotare di acqua calda tutti gli appartamenti.
Anche se trasformato in complesso residenziale, Drancy conserva comunque un aspetto estremamente cupo, non so se per il carico di dolore che qui ha gravato, per lo squallore che vi regna, per il cielo grigio del nord, o per tutto questo insieme. Un lungo caseggiato dai colori indefinibili che perimetra un piazzale di forma rettangolare, con qualche alberello stento e le auto parcheggiate degli inquilini di oggi.


Il blocco di Drancy, denominato “Cité de la Muette” fu costruito negli anni 30, con l’ambizione di farne un modello di edilizia a basso costo, ma poi la guerra imminente lasciò uno scheletro gigantesco, incompiuto e scarnificato. Trasformato in centro di raccolta, costruiti alcuni servizi nel cortile, cintato dal filo spinato, vi transitarono circa 70.000 ebrei, che dalla stazione di Bobigny, a pochi chilometri, vennero per la maggior parte deportati ad Auschwitz.
Oggi, nelle lugubri camerate che hanno visto morire di fame, di freddo e d’angoscia tanti esseri umani, ci sono pavimenti, porte e finestre, ma lo statuto incerto e ambiguo di monumento storico rende difficoltosa anche la sostituzione di un vetro rotto, di un infisso rovinato, di un pavimento sconnesso.


Gli abitanti, in parte assuefatti, in parte seccati dai molti visitatori, transitano sbrigativamente, alcuni con l’aria piccata di chi si ritiene vittima di un abuso.
Avrei voglia di chiedere a un gruppetto di adolescenti magrebini che si spintonano correndo via, cosa sanno del luogo in cui abitano, cosa pensano delle visite di cui sono testimoni. Ma esito, e loro sono già lontani.
Eppure la sensazione che qui presente e passato vivano una sorta di stridente e muta competizione, non mi abbandona. Le tragedie di ieri faticano ad assumere significato per una fetta di popolazione che a torto o a ragione sente trascurate le proprie istanze, che ritiene di non avere parola, investita forse dalla retorica della memoria, ma sguarnita rispetto alla conoscenza della storia. 


Nella ‘Cité de la Muette’, il silenzio di ieri e di oggi sembrano addensarsi e potenziarsi a vicenda. Un disagio che in un paradossale cortocircuito, può finire con l’alimentare l’insofferenza nei confronti di una ritualità che rischia di banalizzare la Shoah riducendolo a uno dei tanti crimini che gli uomini, nella loro storia e in differenti luoghi del pianeta, hanno commesso. O ancor peggio, il simbolo di un male totale quanto generico, avulso da ogni contestualizzazione, fino a privarla persino della sua peculiarità ebraica.
Eppure la Shoah è non soltanto una ferita profondissima della società europea, e un trauma difficilmente superabile dell’intero popolo ebraico, ma il paradigma stesso dell’azzeramento di ogni criterio morale. Una condizione che riguarda e coinvolge l’umanità tutta, un pericolo sempre in agguato, pur in contesti e situazioni diverse. 
Proprio per non banalizzare la Shoah occorre avviare una riflessione sul significato della celebrazione, per ampliare lo spazio della riflessione e della conoscenza, a cominciare dalle scuole, dove lo studio della storia è sempre meno valorizzato.


Georges Bensoussan, autorevole studioso della Shoah e del Sionismo, da tempo richiama l’attenzione sui rischi della ritualizzazione. In una recente intervista a Pagine ebraiche, sintetizza con grande chiarezza ciò che va ripetendo negli scritti e in molti interventi pubblici:
“Stiamo assistendo a una preoccupante avanzata del culto della Memoria e di un culto dei luoghi della Memoria. Il rischio è la costituzione di una religione civile in cui l’Europa… si rinchiuda. … Se circoscritto in una specifica occasione segnata sul calendario, il Giorno della Memoria rischia di divenire la migliore maniera di dimenticare”. 
La ridondanza del Giorno della Memoria crea un effetto di saturazione tale che i più ritengono di conoscere ciò che invece ignorano. 
Drancy, con tutta la dissonanza emotiva che suscita in chi la visita, ci interroga sul passato e sul presente, ci sfida riguardo alla nostra capacità di metterli in relazione l’uno con l’altro, di tradurre lo studio della Shoah in vita, per nutrire una coscienza morale che ci aiuti a riconoscere nell’altro, oltre le differenze, la medesima comune umanità.


Per contattare l'autrice, scrivere a golferasi@yahoo.it

Analisi di Silvia Golfera, insegnante

19 marzo 2012

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