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Salvare la libertà di stampa per proteggere l'umanità

di Helena Savoldelli

La libertà di stampa, e più in generale l’informazione libera, è tra gli elementi alla base di una società democratica, in quanto garantisce ai suoi membri la possibilità di esercitare il proprio diritto di scelta sulla base di informazioni non manipolate o al servizio di un interesse.

Questo stesso elemento si sta pericolosamente sgretolando in molti Paesi del mondo, tanto da avere, per esempio, portato la Commissione europea ad adottare a settembre 2022 una Legge europea sulla libertà dei media, ossia una proposta di regolamento per proteggere il pluralismo e l'indipendenza dei media nell’Unione. Leggendola, lo sguardo si ferma sul punto che dice “nessun uso di spyware contro i media”; fa riflettere che spiare e controllare i giornalisti e le loro famiglie sia una pratica tanto diffusa da giustificare una parte della legge ad essa dedicata.

In un momento storico, nel quale si fortificano nel mondo i governi autoritari, Reporters Sans Frontières ha registrato un generale deterioramento della libertà di stampa nei Paesi oggetto delle sue analisi. È il caso della Turchia, che è passata dal trovarsi, nel 2005, alla 98esima posizione dell’Indice mondiale della libertà di stampa di RSF, all’attuale 149esima. Tra i mesi di maggio e luglio di quest’anno, sessantasette giornalisti risultavano in carcere nel Paese di Erdogan e nove sono stati condannati a diciassette anni di carcere. La legge turca “contro la disinformazione” considera reato: “Diffondere notizie con l’obiettivo di creare panico, paura e preoccupazione, causare pericolo per la sicurezza nazionale e diffondere informazioni dannose per salute e ordine pubblico”. Una definizione così vaga da poter inglobare, se lo si desidera, praticamente qualsiasi cosa.
I metodi utilizzati per controllare la stampa in Turchia, oltre a intimidazioni e detenzioni, sono anche legati alla pressione economica esercitata verso i media, spinti alla chiusura per poi essere venduti all’asta ad aziende legate al governo, che si occupano di tutt’altro. Due di queste, ad oggi posseggono il 50% del mercato dei media.
Un altro caso esemplare è quello della Cina, dove l’espressione stessa “libertà di stampa” è passata dall’essere considerata un disdicevole pretesto occidentale all’essere un vero e proprio tabù, rubricata tra le “sette correnti sovversive” insieme al valore universale dei diritti umani. Lo dimostrano i 127 giornalisti in carcere al 2021. In Cina, per fare informazione, bisogna intraprendere obbligatoriamente un training politico che comprende lo studio del pensiero di Xi Jinping.

Questo discorso non può che portarci a riflettere sul ruolo che l’informazione sta avendo nel conflitto tra Russia e Ucraina. Il governo russo ci fornisce l’esempio di come un potere autoritario possa ostacolare il giornalismo libero per facilitare il deterioramento di tutte le libertà degli individui, garantendosi il controllo su tutti quei cittadini che non sono in grado di reperire o interpretare informazioni al di fuori dalla propaganda imposta.
Il divieto di dire e scrivere la parola “guerra”, la legge sugli agenti stranieri per imbavagliare i media, i giornali costretti a chiudere in massa (Novaya Gazeta si è vista revocare la licenza dalla Corte suprema russa), gli arresti, sono solo alcuni dei mezzi che il governo russo sta utilizzando per far sì che il suo popolo riceva solo le informazioni funzionali al suo intento: legittimare l’invasione dell’Ucraina. La storia ci insegna che ogni forma di crimine contro l’umanità è permessa o originata sempre dalla diffusione di odio e di “verità” distorte, le parole diventano quindi un’arma al pari di altre. Qualche volta, persino più efficace.

In occasione della Giornata per la libertà di stampa, 3 maggio 2022, al Giardino dei Giusti di Milano abbiamo parlato di questo con due giornaliste russe che hanno rischiato molto durante la loro carriera, e che credono fermamente nella necessità di continuare a informare i russi e il mondo su quello che sta accadendo in Ucraina. Sono Zoja Svetova, corrispondente di Novaja Gazeta, che per tutta la vita si è occupa di diritti violati e processi ingiusti, e Galina Timchenko, direttrice di Meduza, rivista attualmente tra le fonti indipendenti più precise sulla guerra, che informa milioni di russi dentro e fuori dal Paese (nonostante sia stata inserita tra gli agenti stranieri).

Svetova - insieme ad Anna Politkovskaja una delle voci che hanno raccontato il conflitto in Cecenia - ci ha detto che “il giornalismo in Russia è da anni una professione pericolosa e ci sono i nomi dei giornalisti uccisi a dimostrarlo”. Dal 2014 però, aggiunge, “il governo ha dichiarato guerra ai giornalisti”. Moltissimi di loro sono usciti dalla Russia negli ultimi mesi, ma continuano a fare informazione come possono, su YouTube, Telegram ecc.

Timchenko ci ha confidato che essere stata al Giardino dei Giusti a celebrare quei giornalisti che a rischio della vita si sono battuti per la libertà di informare - come Anna Politkovskaja, Samir Kassir, Hrant Dink - è stato per lei, giornalista russa, un po’ come partecipare al proprio funerale. In Russia, dice, “la libertà di stampa non esiste più”.

Abbiamo avuto bisogno di qualche secondo per elaborare cosa intendesse. Si trattava di una provocazione, perché, in realtà, nessuno più di lei sa che ora è il momento per tutti i professionisti dell’informazione di continuare a fare il proprio lavoro, dove possibile, con ancora più forza.

Zoja Svetova dice che ci sono dei momenti in cui è impossibile scrivere in maniera distaccata e che è in quei momenti che nascono quelli che lei definisce i “giornalisti per i diritti umani”. Sono persone che fanno della tutela della verità e dell’umanità la propria ragione di vita, oltre che di lavoro. Alcuni di loro, noi di Gariwo li definiremmo Giusti.

Helena Savoldelli, Redazione Gariwo

Analisi di

27 settembre 2022

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