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Scava dove stai

di Giovanni Cominelli

Vincent Van Gogh, Contadini che piantano patate, 1884.

Vincent Van Gogh, Contadini che piantano patate, 1884.

Proponiamo di seguito l'editoriale per Gariwo del giornalista Giovanni Cominelli sul potenziale ruolo dei Giardini dei Giusti quali Centri di cultura ed educazione, all'interno di un possibile quadro del futuro. 

Delle correnti di odio che sotterraneamente e in superficie - dai social a una partita di calcio ad un viaggio su un tram affollato - percorrono le società occidentali, qualsiasi cosa significhi “Occidente” qui e ora – sono state fatte lunghe analisi, in particolare da quel filone di ricerca che è rappresentato dalla socio-psicoanalisi. Qui basterà prendere atto di un dato: se l’odio è il percorso, le paure ne sono la sorgente. Sorgente a sifone, si potrebbe aggiungere: occorre che le paure arrivino ad un certo livello per poter esondare nel mondo. Dunque, è di lì che bisogna partire nelle indagini. Forse le paure sono ineliminabili, ma la comprensione può essere il primo passo per tenerle sotto controllo. Vedo almeno “tre promontori della paura”.

Il primo è il disordine globale. È almeno dagli anni ’90, da quando S. Huntington parlò di “clash of civilizations”, che il tema è uscito dai circoli degli studiosi di geopolitica per riversarsi davanti allo sguardo e nell’esperienza di miliardi di uomini. Disordine geopolitico, geoeconomico, geofinanziario, geoambientale, geodemografico. Non esiste più una struttura politica sovranazionale in grado di padroneggiare gli eventi. Alcune poche grandi potenze mondiali – Usa, Cina, India, Russia – stanno tentando di ridisegnare a proprio vantaggio i rapporti di forza. Nei teatri geopolitici regionali – Europa, Medioriente, Africa, America latina - numerose medie potenze si affrontano nella competizione per l’energia, l’acqua, il territorio. Alcuni Stati – Afghanistan, Iraq, Siria, Libia, Somalia, Sudan – si stanno sciogliendo come neve al sole, abbandonando i loro popoli e tribù a bande armate, che crescono in potenza solo alimentando guerre civili feroci e guerre asimmetriche. Le economie, le società, i commerci, i conflitti corrono e l’autogoverno mondiale arranca sullo sfondo, come un’irrealizzabile utopia. Se, poi, alziamo lo sguardo sugli scenari di mezzo millennio, vediamo avanzare verso di noi una marea di milioni di essere umani, un movimento di popoli dall’Africa, che non hanno nessuna intenzione di conquistare l’Europa – come accadeva per i Mongoli nel XIII secolo – ma che vi si riversano spontaneamente come un vaso demograficamente troppo colmo verso uno comunicante sempre più vuoto. Dal grande disordine si può uscire solo in due modi: o con un nuovo ordine vestfaliano, per dirla con Kissinger, che ricorda la Pace di Westfalia del 1648, o con la guerra. Il ‘900 ha scelto due volte la seconda. Le armi a disposizione sono oggi in grado di distruggere il pianeta in un lampo apocalittico. I trattati di non proliferazione nucleare stanno diventando carta da macero.

Il secondo “cap of fear” éiperglobalizzazione dell’individuo”. “Iperglobalizzazione” significa che i miei pensieri, le mie emozioni, le mie rabbie, tutti i miei vissuti possono stagliarsi di fronte e contro tutti gli altri esseri umani, accumularsi e scagliarsi contro ogni altro e contro tutti. Un individuo fragile e assoluto, cioè s-legato da ogni altro. Strappato dal proprio territorio, egli galleggia nello spazio-mondo, senza radici, senza patria. Non si tratta di un incubo notturno. Accade già, di giorno e di notte, a mezzo della Rete. Quasi quattro miliardi di persone vi accedono. Un’enorme semiosfera si è avvolta attorno al pianeta, da ogni lato. Perciò io vedo il mondo intero e il mondo intero vede me, dentro un oceano di amebe reciprocamente trasparenti. Essa sta modificando la società, spezzando i legami sociali pre-esistenti. Qualcosa di molto simile a ciò che costringono a constatare Marx e Engels nel Manifesto del 1848. Solo che là è una classe sociale – la borghesia – che produce lo sconvolgimento, qui è la potenza anonima e interclassista della Rete. Sta nascendo “un’alienazione della Rete”: uno si sente solo e perduto, non più padrone di sé, nonostante la solitaria e narcistica sensazione di onnipotenza, quando si trova al riparo del proprio schermo elettronico. Si tratta di un vissuto nuovo per tutti, soprattutto per quella parte di umanità che ha avuto prima di ogni altra l’accesso a Internet.

La terza paura? Ha quale oggetto il futuro della specie. Se do una sbirciata, dall’esterno, dentro i laboratori della ricerca bio-nanotecnologica intravedo, nel luccicare delle provette, il progetto della costruzione dell’essere umano a partire, per ora, da materiale umano, ma, in seguito, forse, a partire dalla chimica. Ideologie tecno-scientifiche transumaniste e postumaniste stanno già proiettando il film di una “Nuova Genesi”. Lo scenario inquietante di una privatizzazione o statalizzazione della potenza di creare gli uomini del futuro sta uscendo dai libri di fantascienza per comparire sul nostro orizzonte. Nel Millennio appena iniziato si addensano sfide, speranze, paure, attese catartiche e messianiche, superstizioni, fondamentalismi, esattamente come nell’Anno Mille, che diede inizio al secondo Millennio.
L’eco di questi eventi si ripercuote immediatamente nelle coscienze individuali come un riflesso di difesa e di fuga. Se il futuro non è più una promessa, ma una minaccia, allora, se sono giovane, non lo affronto più a viso aperto: mi chino ostinatamente sul mio presente individuale. Quand’ero giovane, sfidavo il futuro, guardandolo negli occhi, cercando di attirarlo dalla mia parte. Ora, se giovane, abbasso lo sguardo. Se anziano, sbarro porte e finestre. Sta così accadendo un ritiro strategico dalla socialità pubblica, una regressione dalla Gesellschaft verso un’improbabile Gemeinschaft. Improbabile, perché se la società si disfa, le comunità che la compongono passano quasi subito ai ferri corti, si trasformano in minoranze l’un contro l’altra armata e si distruggono a vicenda. E i singoli allo stesso modo.

Per le generazioni del dopoguerra, si tratta di scenari nuovi, mai prima intravisti. Certo, il disordine è sempre stato grande, anche dopo il 1945, ma Mao Tse Tung ne deduceva che “la situazione é eccellente”. E quelle generazioni con lui. La constatazione del disordine della storia è sempre stata accompagnata dall’idea messianica della redimibilità del mondo. La storia aveva in sé un motore nascosto di liberazione, sia che essa si realizzasse oltre la storia, nel messianismo consolatorio cristiano, sia che accadesse già qui, in questa valle non più di lacrime, quale nuovo paradiso terrestre, nel messianismo ebraico e in quello prometeico e decristianizzato di Hegel, di Marx, del positivismo fino al recente transumanismo. Alla fine, il Male poteva ottenere solo vittorie passeggere. Il Bene era lo stigma finale della storia umana: cieli nuovi e terra nuova. Questa visione provvidenziale in pochi decenni è implosa. Certo, qualche filosofo-profeta lo aveva già previsto: Nietzsche per primo, Walter Benjamin nella sua Tesi IX di Filosofia della storia. Oggi è divenuta un’esperienza spirituale collettiva. Il fatto è che la storia umana appare oggi come un caos imprevedibile, difficilmente governabile. La Storia non ha un senso e pertanto non ce l’hanno mai avuto neppure i 100 miliardi di esseri umani che fino ad ora sono passati sul pianeta e non ce l’hanno i 7 miliardi che lo abitano oggi. Scrive, appunto W. Benjamin, nel 1940, parlando dell’Angelus novus del quadro di Klee: “Dove ci appare una catena di eventi, egli vede una sola catastrofe, che accumula senza tregua rovine su rovine e le rovescia ai suoi piedi”. Ciò che noi chiamiamo “progresso” è soltanto “una tempesta che lo spinge irresistibilmente verso il futuro, a cui volge le spalle, mentre il cumulo delle rovine sale davanti a lui al cielo.“

Le paure, in ogni caso, appaiono ampiamente spiegabili e giustificate.

A che cosa afferrarci, dunque? Esiste un nucleo ontologico, fondamento certo della nostra breve esistenza sociale e pubblica? Il profeta Geremia lo definisce il “cuore dell’uomo”, “un cuore unificato”. Nella narrazione biblica è un dono di Dio. Nella nostra narrazione terrestre ce lo dobbiamo costruire noi: è un individuo dotato di libertà responsabile, che si prende cura dell’Altro. I care, dicevamo una volta. È ciò che nella Summa theologiae san Tommaso descrive come “persona”, cioè “rationalis naturae individua substantia”. È l’individuo attraversato dal suono dell’altro: persona da “per-sonare”. A nessuno, cita Ratzinger nella Spe Salvi da Jean Giono, “è concesso di attraversare il campo di battaglia con una rosa in mano”, non in modo solitario, comunque.

Metafisica consolatoria, illuminismo moralistico? È possibile. Ma non c’è altra riserva nella storia umana. E questo è realismo.

Limitarsi, come suggeriva Voltaire nel Candido, a “coltivare il proprio giardino” o, come scrive Pessoa, coltivare un giardino “doppio”, uno per il pubblico e uno privatissimo? “Probabilmente” Voltaire e Pessoa ignoravano l’esistenza dei “Gardini dei Giusti”. Vi si esercitano memorie attive, testimonianze viventi, minoranze creative. Sono luoghi dove si testimonia che la libertà non è una modalità narcisistica di presenza nel mondo, ma un tenace tentativo di costruire una storia migliore. Dove le generazioni si incontrano, conversano e si educano a vicenda. Posti dove si impara ad amare l’umanità, in primo luogo perché si ama quella prossima; dove l’amore di sé (self love) non significa egoismo (selfishness).

Nel migliore ’68 americano correva uno slogan: Dig where You stand! Scava, dove stai! Troppo poco? Il fatto è che non siamo né santi né eroi: solo uomini con altri uomini

Giovanni Cominelli, giornalista

Analisi di Giovanni Cominelli, giornalista

27 settembre 2018

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