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Se la Storia si ripete

di Konstanty Gebert

Konstanty Gebert al Teatro Franco Parenti

Konstanty Gebert al Teatro Franco Parenti

Riportiamo qui di seguito l'intervento di Konstanty Gebert, penna brillante del giornalismo polacco ed esponente di Solidarność, al terzo incontro del ciclo "La crisi dell'Europa e i Giusti del nostro tempo", organizzato da Gariwo in collaborazione con il Teatro Franco Parenti

Anche il giorno dopo la Brexit l’inglese rimarrà comunque lingua franca in Europa, sebbene possiamo iniziare a sentirci poco a nostro agio con questa lingua ormai “persa” dal concerto europeo. La nascita di queste nuove ondate di intolleranza, di nazionalismo, razzismo e altri “ismi", testimoniano la nostra sconfitta.

Le sconfitte, però, non sono solo negative, ma ci danno il tempo di riflettere. Abbiamo perso una battaglia, ma non la guerra. L’idea che potremmo uscire dalla crisi con una versione soft del nazionalismo, utile per ammaliare questo elettorato sempre scontento, non è praticabile: nessuna élite ben pensante può generare alcun “buon nazionalismo”. L’Europa, sembra una banalità a pensarci, è nata come risposta alle dilanianti guerre europee.
Ma davvero non ci sono più guerre in Europa? Non del tutto. Le guerre stanno tornando. Basterebbe semplicemente guardare cosa avviene ogni giorno in Ucraina, ai confini della Polonia, dove giovani soldati rispondono l’un l’altro a colpi di armi da fuoco.

L’Unione Europea, quando ricevette il Nobel per la pace, lo ricevette perché dimostrò di essere la manifestazione empirica del porre fine alle guerre in un continente che ne aveva generate tante.
Coloro che rigettano e rifiutano l’Unione Europea, quindi, accettano e accolgono la possibilità di un ritorno alla guerra sul continente. Questa è la prima cosa che bisogna ribadire ai nuovi partigiani del nazionalismo, bisogna chiedere loro se sono disponibili davvero a pagare il prezzo di nuove guerre in Europa. Non stiamo dicendo che costoro vogliono la guerra - nessuno vuole la guerra - ma è una possibilità alla quale devono pensare. Quando negli anni '90 mi occupai della guerra in Bosnia, vissi per un anno a Sarajevo presso alcuni amici nel loro appartamento nel quartiere di Koševo. Un giorno chiesi loro di raccontarmi quale fu il momento nel quale capirono dell’imminente arrivo della guerra. Mi raccontarono di come, nel comfort del salotto, guardavano le notizie dei telegiornali. Inizialmente furono scioccati nel vedere i combattimenti in Slovenia, ma la Slovenia era lontana, quasi all’estremità opposta della zona più a nord della Bosnia. Videro poi la guerra spostarsi in Croazia - ma i croati, si sa, sono sempre stati un po’ guerrafondai, non è così?
Infine giunsero i colpi di artiglieria a Grbavica e la cosa poteva solo significare che la gente lì era impazzita. Grbavica, ad ogni modo, si trovava a pochi chilometri di distanza da Koševo, e pochi giorni dopo un carro armato risalì la collina vicino al loro stabile, abbatté la torretta e scaricò una serie di colpi, che entrarono tutti in casa attraverso il salotto. Non era più necessario guardare la guerra in tv, la guerra era arrivata nel salotto.
Un primo argomento da presentare ai nuovi nazionalisti è dunque questo: il possibile ritorno della guerra.

Il secondo ragionamento, per essere compreso, ci costringe a ripensare al lungo processo di sviluppo dell’Europa. Quando ero piccolo, venivo costretto dai miei genitori a salutare con un bacio sulla guancia una amica di famiglia, e benché io mi divincolassi e non volessi accettarlo, mio padre mi apostrofava chiedendomi di comportarmi da europeo. Questa fu la mia prima lezione sull’Europa: essere europeo significava fare cose che non facevano piacere, ma avevano un senso. Questa visione dell’Europa mi ha accompagnato per tutta la mia crescita dietro il muro; una Europa forse irraggiungibile per i miei coetanei, ma che con duro lavoro avremmo potuto lasciare in eredità ai nostri figli. Una realtà senza guerra e oppressione. Noi giovani sognavamo quel continente meraviglioso, dove ognuno era libero di vivere la propria vita in pace. Non mi sarei mai aspettato di vedere il mio Paese in Europa; chi di voi ricorda il 1989, l’anno della caduta del più potente e penetrante dei sistemi totalitari senza spargimenti di sangue, e ha visto la conseguente ricostruzione di quei Paesi dominati da quella forza, ha assistito a un vero e proprio miracolo e perde il diritto di essere pessimista. Obiettivamente nessuno avrebbe mai pensato che l’Unione Sovietica se ne sarebbe andata spontaneamente per ravvedersi delle sue malefatte, impossibile! Eravamo ben consci che per entrare nella tanto sognata Europa avremmo dovuto fare sacrifici, non sarebbe stato scontato.

Tale consapevolezza, a dire il vero, perdura ancora: a Kiev, in Ucraina, molte persone sono morte sotto la bandiera dell’Unione Europea durante le rivolte di piazza Maidan. Costoro combattevano contro la dittatura di Yanucovich, morendo sotto la bandiera europea. Qualche giorno fa, in Bielorussia, i manifestanti contro la dittatura di Lucashenko sono scesi in piazza e sempre sotto la bandiera europea hanno ricevuto percosse e sono stati arrestati dalla polizia. In Romania, sotto la bandiera europea, grandi folle sono scese in piazza per manifestare contro la corruzione del sistema politico. Devo dire che, nel raccontare tutto ciò, sento un certo disagio; costoro hanno investito in questa bandiera sogni e speranze, credendo che davvero il significato di quella bandiera sia concreto, reale. La nostra risposta invece, flebile e svogliata, sembra dire loro che tutto sommato non è vero, non c’è alcun significato tangibile, il sacrificio è inutile - diremmo il gioco non vale la candela. Con una rapida Brexit o Frexit, si torna al buon vecchio nazionalismo. Bisognerebbe avere il coraggio di andare a Kiev e dirlo alle persone che sotto quest bandiera muoiono, che “non ne vale la pena”. Oppure, bisognerebbe dire che tutti coloro che investono sogni e speranze in questa bandiera non lo fanno a vuoto, e questa considerazione impone su di noi un peso morale: stiamo screditando i valori per i quali queste persone muoiono e sono morte.

La Polonia stessa sta facendo marcia indietro su questi stessi valori per i quali tanto avevamo lottato; lo stesso governo democraticamente eletto ha scelto di tornare a quella vecchia retorica nazionalista. È colpa nostra se il nazionalismo sta tornando, è colpa di noi cittadini d’Europa che non abbiamo difeso fino in fondo questi valori. Noi cittadini non abbiamo avuto il coraggio di dire no. Il ritorno al nazionalismo estremo è frutto di una interpretazione distorta della storia del Novecento. Prendiamo ad esempio la narrativa del gruppo di Visegrad, Paesi che prima dello scoppio del secondo conflitto mondiale erano stati altamente multietnici. Il loro continuo rigetto verso l’accoglienza non è altro che il frutto di questa visione distorta: i quattro Paesi sentono di aver raggiunto dopo molti anni la “purezza etnica” interna, l’accogliere profughi non farebbe altro che riportare la situazione all’epoca della difficile gestione degli stati multi etnici.

Quando ancora non eravamo membri dell’Unione Europea, la Polonia ha accolto più di ottanta mila profughi ceceni. All’epoca la solidarietà era dovuta: i ceceni erano anche loro vittima dell’imperialismo russo. Questo sentimento di solidarietà è svanito non appena la Polonia è entrata nell’Unione.

Quando si parla del rigetto dell’Europa da parte dei cittadini dell’est, li si addita di essersi dimenticati quanto l’Europa li abbia aiutati quando ha deciso di aprirsi a est invece di concentrarsi sull’unione economica. Bisogna però commentare questa idea. In primis in est Europa si credeva che la ricchezza dell’ovest dipendesse dalla mancanza di libertà dell’est. I russi si sono fermati sulla cortina di ferro perché c’eravamo noi a frenare. Il secondo motivo dell’allargamento a est si riscontra nel fatto che la Germania non voleva avere dei confini comuni con dei Paesi instabili, conveniva quindi fare entrare questi Paesi ex-comunisti in un comparto stabile. Per lo stesso motivo la Polonia attualmente sostiene l’ingresso nell’Unione dell’Ucraina. Si trattò quindi di una scelta pragmatica e realista, piuttosto che coraggiosa.

Tutto iniziò con uno sbaglio di Jean Monnet, uno dei padri fondatori. Quando nel 1954 l’Assemblée Nationale francese ha votato contro il progetto utopista di creare un esercito comune franco-tedesco ad appena 10 anni dalla guerra, Monnet ammise che gli europei non erano ancora pronti ad accattare l’idea di una Europa comune, e quindi l’Europa si sarebbe fatta tecnicamente, senza chiedere all’opinione pubblica di assumersi responsabilità. Il tempo e i benefici ricevuti avrebbero sicuramente creato nella stessa opinione pubblica attaccamento e apprezzamento nella nuova realtà europea. Così non è stato; tutti abbiamo accettato i benefici dell’Europa, la libertà di circolazione e le altre conseguenze, ma non ne abbiamo mai preso la responsabilità morale. Ora che il costo sembra superare i benefici, invece di fare un bilancio nel quale si calcolano tutte le variabili, ci si limita a puntare il dito e a dire che sono problemi di Bruxelles. Molti cittadini oggi dicono che sia preferibile una Le Pen o un governo Cinque Stelle, senza ponderare i veri rischi che questa scelta comporterebbe. Per quasi settanta anni (venticinque “al di là del muro”) abbiamo vissuto in un periodo di vacanza. Nessuno pagava nessun prezzo e imparavamo a dare tutto per scontato. Il prezzo di un ritiro dell’Europa lo vediamo già in Gran Bretagna: si sta manifestando in questi giorni una aumento delle violenze verso gli immigrati, polacchi, rumeni ecc. Gli stranieri residenti in Europa hanno paura, ma hanno una Polonia, una Romania dove tornare. La Gran Bretagna non ha nessun posto dove tornare per non auto-condividere le sue stesse manifestazioni violente. Bisogna accettare che i successi hanno un prezzo da pagare. Dobbiamo capire che prezzo vogliamo pagare. Non è facile abbandonare l’eco della storia, il piacere dei miti nazionali, ma credo ne valga la pena se il risultato garantisce pace e libertà. 

Queste scelte sembrano appartenere a dei personaggi dei libri di storia; i miei figli e i loro amici non credono sia possibile tornare a essere perseguitati per le proprie idee; questa prospettiva, appunto, è cosa da “libri di storia”. Non è mai detto però che chi è uscito dalla storia non ci possa ritornare. A Kiev e a Minsk si comprende di più il senso della storia europea che a Roma o Londra, perché lì i manifestanti continueranno a lottare per quella bandiera, anche se noi abdicheremo alla causa. Si deve combattere, altrimenti si muore, si muore spiritualmente. Chi lotta oggi lo fa anche in forza del supporto dato dai popoli occidentali. C’è un prezzo da pagare anche quando si tradiscono i valori.

Ai nostri discorsi c’è chi cerca di risvegliarci da quello che definisce un sogno illusorio con un richiamo al “realismo”. Tuttavia bisogna essere realisti sul realismo. Quando ero giovane e militavo nelle organizzazioni clandestine, il mio problema non era la polizia segreta, ma i cosiddetti realisti, coloro che non accettavano i volantini, perché a loro dire la realtà contingente costringe ogni altra possibile speculazione mentale su una realtà trasformabile. Dodici anni dopo, però, il realismo di costoro si rivelò irreale.

Konstanty Gebert, giornalista

Analisi di Konstanty Gebert, giornalista

30 marzo 2017

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