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Show me a hero

l’integrazione è anche e soprattutto un problema spaziale

Catherine Keener interpreta Mary Dorman in "Show me a hero"

Catherine Keener interpreta Mary Dorman in "Show me a hero"

La miniserie tv del network americano HBO, andata in onda su Sky Atlantic HD fra novembre e dicembre scorsi, non ha riscosso grande attenzione di pubblico e di critica in Italia. La serie tv narra la storia vera di Nick Wasicko (interpretato da Oscar Isaac, fresco vincitore del Golden Globe), che nel 1987 fu eletto sindaco di Yonkers (cittadina a nord del Bronx di New York) in una fase storica caratterizzata da lotte e tensioni razziali. La serie tv, diretta da Oscar Haggis e tratta dall’omonimo romanzo di Lisa Belkin del 1999, non è particolarmente “glamour”, perché in sostanza è una cronistoria molto fedele di 7 anni di lotte politiche all’interno di una cittadina per la costruzione di nuovi alloggi popolari. Come si possa creare una tragedia da un protagonista che ben poco assomiglia agli eroi greci (è un micro-eroe hegeliano, potremmo dire), lo si deve alla maestria degli ideatori e alla bella colonna sonora di Bruce Springsteen.

Qui, però, non vogliamo tessere le lodi di un prodotto televisivo intelligente e profondo (come solo l’attenta osservazione dei piccoli gesti quotidiani può esserlo), lontano mille miglia dagli intrighi di potere di “House of Cards” (che tanto successo hanno mietuto in Italia, proprio perché capace di incarnare al meglio il lato oscuro e seducente del potere che tutti noi dobbiamo quotidianamente affrontare). “Show me a hero” è dedicato a un tema molto attuale, ben più, forse, del problema del terrorismo, delle vignette o della crisi economica: l’integrazione etnica e religiosa. Di che cosa parla, infatti, la serie tv? Non certo della parabola politica di Nick Wasicko, un piccolo e ambizioso arrampicatore politico incapace di costruirsi un consenso forte e duraturo delle burocrazie partitiche. Non certo della politica locale, per quanto quest’aspetto apparentemente snervante sia la vera cornice di tutta la storia. Il vero problema è quello dell’integrazione delle persone, della convivenza tra diversi.

Le lotte politiche di Yonkers non sono, come potrebbe sembrare, fra coloro che vogliono l’integrazione e coloro che non la vogliono, ma tra lo Stato federale e il consiglio comunale, per la precisione tra alcuni membri del consiglio comunale e un giudice federale che commissaria il comune con un c.d. “ordine di desegregazione, ”infliggendo pesanti multe pecuniarie affinché il comune costruisca 200 alloggi di edilizia popolare in un quartiere “bianco” del ceto medio. I beneficiari, però, non fanno niente (o quasi niente, se non al termine della vicenda), per esigere il rispetto della legge: preferiscono continuare a vivere nel loro “ghetto” urbano, in mezzo ai loro simili. I bianchi temono l’invasione dei “neri” che porterebbe a una svalutazione dei loro immobili e a un cambiamento (questo paventa) delle loro normali e serene vite borghesi. Ma la legge fa il suo corso e dopo alcuni anni l’esperimento prende il via.

Dietro all’edilizia popolare di Yonkers vi è in realtà un problema che non è solo urbanistico, ma è soprattutto “spaziale”. Nel 1972 l’architetto Oscar Newman espose la teoria dello “spazio difendibile”, che tentava di prevenire la criminalità attraverso un ridisegnamento dello spazio urbano. La CPTED (Crime prevention through environment design, cioè prevenzione del crimine attraverso la progettazione ambientale) non intendeva dissuadere l’offensore con la pena ma dissuaderlo a delinquere attraverso tre strumenti: la sorveglianza spontanea (quindi aumentando il controllo sociale con una diversa disposizione fisica di oggetti, persone e attività), il controllo degli accessi naturali (agendo sulla collocazione dell’illuminazione, sugli ingressi e sulle uscite, creando spazi controllati) e il rinforzo territoriale naturale (aumentando la definizione degli spazi e la percezione di proprietà privata negli individui).

Questa teoria, apparentemente liberticida, crea indubbiamente i presupposti per un maggiore controllo sociale e poliziesco, ma ha come auspicata contropartita una riduzione della criminalità e una convivenza sociale più pacifica. “Show me a hero” si concentra proprio sull’applicazione del progetto di Newman e sulle sue conseguenze non solo politiche ma sociali. L’integrazione è “forzata” da ambo le parti: il ceto medio benestante deve accettare di vivere insieme al proletariato nero; il quale, a sua volta, deve abbandonare il vittimismo storico e accettare di condurre una vita migliore nel rispetto della legalità. Chi “sgarra”, paga: se il membro di una famiglia nera vincitrice dell’alloggio popolare è reo di un crimine, tutta la famiglia perde il “benefit”. Non è un caso che siano gli uomini di colore, accanto agli uomini “bianchi”, i veri nemici dell’integrazione. Mentre i secondi non intendono saperne di condividere i loro spazi pubblici con persone ritenute poco più che delle “bestie”, i primi sono del tutto deresponsabilizzati da una società in cui le donne tirano la carretta e gli uomini si dedicano a dar sfoggio di virilità e possenza unicamente sparando o mostrandosi più violenti degli altri.

Come tutto questo possa avere ricadute su ciò che si discute oggi, è presto detto. L’Unione Europea si trova di fronte a un flusso migratorio difficilmente controllabile. Alcuni vogliono impedire l’immigrazione semplicemente erigendo barriere (un reticolato di filo spinato può bastare?), altri “curando” a monte il problema (ma quale? In Africa? In Medio Oriente?) oppure distruggendo le navi o compiendo altri gesti più efferati. Altri ritengono che la politica d’asilo vada gestita politicamente e, quindi, che gli ingressi vadano controllati oppure irreggimentati. Ci sono poi i sostenitori degli ingressi “utili”, quelli che possono portare “valore aggiunto” a un Paese. Si ragiona sempre in termini numerici e quantitativi, ma si perde di vista il problema centrale della globalizzazione: non esiste più uno steccato unico entro cui potersi confinare.

Il tema dell’integrazione è anche e soprattutto spaziale, prima che politico. Le persone possono e devono essere integrate in uno spazio urbano unico e condiviso. Le città europee non sono certo Yonkers e non è facile sventrare quartieri interi per far spazio a nuove costruzioni. Ci vogliono investimenti e ci vuole progettualità per il futuro. Ma il cammino è quello del reciproco avvicinamento, un avvicinamento “concreto” e quotidiano. Si perderà un po’ di libertà d’azione, ma se il prezzo è una migliore convivenza tra i diversi, una crescita comune, forse il gioco vale la candela. “Show me a hero” ha mostrato in maniera emblematica come il problema principale dell’integrazione sia soprattutto un problema maschile, di potere, di responsabilità, di assunzione di progettualità, ma che le figure femminili possono e debbono giocare un ruolo costruttivo nell’avvicinamento. Evitando di essere “più realiste del re” (nel caso dei bianchi) o di disprezzare i maschi (nel caso delle nere). La parabola di Mary Dorman (interpretata da Catherine Keener) è emblematica: inizialmente contraria al progetto, ne diventa poi una paladina fiera non solo a parole, ma anche nei piccoli momenti di condivisione della vita quotidiana.

Analisi di Vincenzo Pinto, direttore responsabile Free Ebrei

20 gennaio 2016

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