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Siria, una carneficina senza fine

e l'indifferenza internazionale

Il conto dei morti della carneficina siriana è ormai una scontata casella numerica della nostra quotidianità. Cinquantamila cadaveri? Sessantamila? Più di sessantamila? Quante centinaia di migliaia i feriti? Mezzo milione di profughi? Settecentomila? il numero delle vittime della guerra insensata ormai non fa più impressione. È diventato ineluttabile, come le previsioni del tempo. La guerra di Siria, sporca come tutte le guerre, anzi assai più sporca di molte altre guerre, sembra la metafora della nostra cattiva coscienza globalizzata. Ma non è una metafora. È amara realtà.
Finirà? Sicuramente finirà, come finiscono tutte le cose. Ma nessuno è in grado di dire quando, e soprattutto come. Non ci stanchiamo di ripetere che il giovane presidente della repubblica siriana Bashar el Assad, oftalmologo e capo dello stato non per elezione ma per costrizione paterna, è come un fantoccio nelle mani del clan alauita. Gli alauiti, va ricordato, sono una setta sciita in odor di eresia.

Bashar, che dopo la morte del padre Hafez è diventato il capo della minoranza che detiene il potere in Siria da oltre quarant'anni, è comunque obbligato a resistere. Sapendo perfettamente che, se resiste, potrebbe morire sul campo, nella sua patria, come il leader combattente che non è mai stato; se non resiste e si arrende, invece, è quasi sicuro che saranno i suoi a eliminarlo. Il perchè è presto detto: se il regime cadesse, e la stragrande maggioranza musumano-sunnita prevalesse, sarebbero gli estremisti sunniti - con tutta probabilità - a dettare le condizioni e ad avviare una vasta e spietata campagna di vendette. C'è chi ha previsto che gli alauiti potrebbero essere le vittime del primo genocidio del Terzo millennio.  

È uno scenario, più che una profezia, altamente possibile, però non può essere il freno (come è stato finora) ad un'energica azione internazionale per evitare che la carneficina continui ad alimentarsi esponenzialmente. Le storie d'orrore ci inseguono, come si diceva, giorno dopo giorno, anzi ora dopo ora. Spietato bombardamento sulla coda di persone in fila per procurarsi un po' di pane. Fuoco su un campo di calcio dove era in corso una partita tra ragazzini. Bombe sul corteo di un funerale. Cecchini sparano in un cortile a decine di bambini vocianti. Cannonate su una moschea. Depredato un sito archeologico. Torture. Stupri. Sangue. Saccheggi. Vendette. Rapine. ..... Vien da urlare "BASTA!", con tutta l'energia del disgusto, ma sembra che non serva a nulla.

L'estate scorsa pareva che il regime di Assad fosse alle corde. In un attentato compiuto proprio nel cuore della cerchia più vicina al presidente, era stato decapitato il vertice strategico del potere. Ma non è successo niente. Poi, membri dell'opposizione avevano assicurato che Assad poteva contare ormai su quel che gli restava delle riserve in valuta straniera, soprattutto dollari. Una somma sempre più modesta. "Un altro paio di mesi ed è finito", sostenevano gli ottimisti nel settore più moderato dei ribelli. Di mesi ne sono passatoi otto, forse nove, ma Assad è ancora al suo posto. Significa che c'è chi provvede a foraggiare il regime, esattamente come c'è chi provvede a nutrire di armi e denaro chi è contro Bashar el Assad.  

Il problema numero uno, che troppe cancellerie internazionali hanno forse sottovalutato, è che il fronte dell'opposizione si presenta come un'armata Brancaleone divisa da strategie e ambizioni. Senza una chiara linea, senza un vero e credibile capo, e con il rischio di infiltrazioni straniere: in particolare di elementi regionali in qualche modo collegati all'organizzazione terroristica di Al Qaeda.

Su questi dubbi punta ovviamente anche il regime di Assad, incurante del fatto che quando un leader comincia a uccidere il suo stesso popolo perde qualsiasi credibilità. Tuttavia, l'impotenza internazionale ha molte spiegazioni. È bene ricordare, e sottolineare, che la Siria non è la Libia. La Libia contava molto per il suo petrolio, ben poco sul piano politico. Se non ci fossero state le ambizioni belliche francesi e le impuntature di Moammar Gheddafi, che aveva generosamente finanziato la campagna elettorale di Nicolas Sarkozy e che minacciava di rivelarne retroscena imbarazzanti, il colonnello potrebbe essere ancora vivo e al suo posto. Ben diverso il caso della Siria, che di petrolio ne ha poco ma di peso politico e strategico moltissimo. È l'unico Paese laico del Medio Oriente; è l'unico Paese arabo alleato dell'Iran; ha enorme influenza in Libano anche ora, soprattutto grazie al suo alleato più fedele, il partito-milizia sciita dell'Hezbollah; ha numerosi sostenitori tra i quadri di Hamas; il regime siriano, che rappresenta una minoranza, ha ovviamente un buon rapporto con tutte le altre minoranze, a cominciare da quella cristiana. E poi la Siria geograficamente sta sul capo di Israele, giustamente preoccupato dall'eventualità della rovinosa caduta del regime.

Ma è sul piano internazionale che si possono individuare e spiegare le divisioni più profonde nel considerare la Siria e ciò che sarebbe doveroso fare per far interrompere la carneficina. La Russia sostiene da sempre il regime alauita. Per l'Unione Sovietica, quindi nel recente passato, Damasco era la capitale del suo unico satellite mediorientale. Oggi, per Vladimir Putin la Siria è un alleato fondamentale per continuare a contare nella regione, per sentirsi ancora "superpotenza". Ecco perchè la Russia, al Consiglio di sicurezza dell'Onu, ha sempre opposto il veto a risoluzioni "forti" nei confronti di Damasco. Come è noto, sono cinque i Pesi-membri-permanenti che possono opporre il veto: Usa, Russia, Cina, Francia e Gran Bretagna. A fianco di Assad ci sono sempre Mosca e Pechino. Del Cremlino abbiamo detto. La Cina segue soprattutto i propri interessi energetici. Non a caso il principale fornitore di petrolio di Pechino è l'Iran degli ayatollah, alleato di Damasco. 

Ecco perchè l'unica possibile soluzione è un compromesso. Non vi sono altre strade, come sanno bene tutti gli inviati dell'Onu che hanno inutilmente cercato di far quadrare il cerchio. Compreso Lakhdar Brahimi, l'ultimo incaricato - in ordine di tempo - dal segretario generale Ban Ki Moon.  

Si è parlato molto di un esilio per Bashar el Assad e i suoi fedelissimi. Ipotesi impraticabile, almeno per ora. Primo perchè sarebbero troppi i "fedelissimi", cioè gli appartenenti al clan alauita, da sistemare; e poi perchè gli altri (gli alauiti esclusi) si troverebbero esposti a ricatti e vendette: in sostanza, a morte sicura. Vi era un'altra ipotesi di lavoro: creare in Siria una federazione tra lo Stato e un territorio autonomo per gli alauiti, che si svilupperebbe attorno a Lattakia, con tutte le necessarie garanzie (e protezioni) internazionali. Per ora tante parole e tante idee che sembrano galleggiare sull'acqua, mentre sul terreno i siriani continuano a soffrire e a morire. Nell'indifferenza di troppi.

Antonio Ferrari, editorialista del Corriere della Sera

Analisi di Antonio Ferrari, editorialista del Corriere della Sera

14 gennaio 2013

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