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Soccorsi in Cile e verità storica

di Emilio Barbarani

Ottobre 1988, in Cile si festeggia il risultato del plebiscito

Ottobre 1988, in Cile si festeggia il risultato del plebiscito

Alcuni anni addietro, in piena estate, una coppia di giovani cileni entra in un bar a Roma per chiedere una bibita. Il barista, sentendoli parlare nella loro lingua, “Spagnoli?” - domanda. “No, cileni" - rispondono. “Ah, cileni” - ribatte il barista. Poi, rabbuiatosi in viso, aggiunge: “Voi sì che in Cile avete la vita dura con i militari!”. “Ma lei dove vive? - protestano i due stranieri - Lei è del tutto disinformato. Non sa che la democrazia in Cile è ritornata da molti anni, dal 1990?”

Del dramma cileno, del colpo di stato di Pinochet, del regime militare, della repressione, dei suoi delitti, siamo stati a suo tempo quotidianamente informati. Siamo scesi in piazza per protestare – studenti, operai, donne, professionisti - abbiamo rotto le relazioni diplomatiche, abbiamo mantenuto la porta della nostra Ambasciata a Santiago semiaperta per consentire a tutti coloro che si sentivano minacciati di rifugiarsi. Ne abbiamo messi in salvo circa 750, grazie anche all’azione coraggiosa, disinteressata, dei nostri diplomatici come de Vergottini, Toscano, De Masi, Spinola e altri. Poi, tornata la democrazia dopo il plebiscito del 1988 e le elezioni del 1989, del Cile non si è più parlato. Salvo che per ricordare i crimini dei militari di Pinochet. Perché?

Nelle pagine di un mio libro (Chi ha ucciso Lumi Videla?) narro di un non facile colloquio da me avuto nel 1974, mentre stavo in servizio a Santiago, con il colonnello “K”, alto dirigente della DINA, la polizia di Pinochet. Lo avevo incontrato per sollecitare il rispetto dei diritti umani in Cile quale condizione per un inizio di normalizzazione delle relazioni italo-cilene. “K” mi domanda perché mai il governo italiano sia sempre pronto a condannare quanto succede in Cile, ma si ostini a non voler vedere e condannare quanto avviene sotto i regimi comunisti di oltre cortina, via via fino all’estremo oriente. E passa a ricordare quanto accaduto nella storia recente sotto i comunisti. Dall’invasione dell’Ungheria nel 1956 (30.000 morti), alla Cecoslovacchia nel 1968, dal Vietnam tra il 1945 e il 1954 (due milioni di vittime civili), alla Cambogia dei Khmer rossi (altrettante vittime anticomuniste), dalle fosse di Katyn (10.000 ufficiali e dirigenti polacchi eliminati con un colpo alla nuca per ordine di Mosca), alla Cina dopo l’avvento di Mao (60/80 milioni di morti), dalla macabra contabilità delle vittime della Russia di Stalin, a Cuba. “Come si spiega - domanda il colonnello - il silenzio di una generazione di intellettuali e politici occidentali, che dovrebbero parlare, denunciare, gridare - come gridano ora per il Cile - e non lo fanno? Perché i mass-media europei inveiscono contro i regimi militari dell’America latina, ma si guardano dal sollevare il velo di silenzio su quanto è accaduto e accade sotto i regimi comunisti in tutto il mondo? Perché le vostre Ambasciate a Mosca e negli altri paesi comunisti rimangono aperte, mentre quella in Santiago è stata chiusa e le relazioni diplomatiche interrotte? Perché due pesi e due misure? Questo da noi si chiama ipocrisia e manipolazione della pubblica opinione, per finalità e interessi non certo nobili, che ora non sto ad analizzare…”

Ai tempi della repressione militare le strade italiane traboccavano di manifestanti che clamavano per il rispetto dei diritti umani in Cile. Gli esuli cileni apparivano in pubblico per denunciare quanto avevano subito in patria, si raccoglievano fondi per aiutare i movimenti di opposizione cileni, anche armati, gli Inti Illimani riempivano le piazze da nord a sud della penisola, gli studenti manifestavano contro le destre latinoamericane e contro gli USA in Vietnam. I mass-media tuonavano ogni giorno denunciando la barbarie fascista e sollecitando il rispetto dei diritti umani. Giusto.

Tuttavia il dilagante fervore evidenziava almeno una lacuna: perché così pochi si battevano per il rispetto dei diritti umani da parte dei regimi comunisti? Gli intellettuali, i giornalisti, i politici di certo non ignoravano quanto accadeva oltre cortina, fino nei lontani paesi dell’est, ma in gran parte tacevano. L’opinione pubblica italiana e occidentale risultava poco informata, quando non disinformata: sapeva tutto sugli “orrori” dei regimi della destra latinoamericana, e non solo, ma ben poco sapeva degli “orrori”, numericamente ben più consistenti, dei regimi di sinistra nel mondo. Al massimo li considerava “errori” del comunismo. Certo, qualcuno ha parlato e manifestato per denunciare, ma il segno che ha lasciato nell’opinione pubblica è stato assai poco rilevante. Nell’immaginario popolare i “cattivi” rimangono i fascisti, i nazisti, la destra, mentre i regimi di sinistra tendono ad essere per definizione “buoni”, umani. E se qualcosa di criticabile hanno fatto, lo hanno certamente fatto a fin di bene, in favore del popolo oppresso e in nome di nobili ideali. “Le pallottole di Breznev fanno meno male di quelle di Pinochet”, sosteneva un arguto collega, tra il faceto e il serio. Una operazione di propaganda e manipolazione che ancora oggi desta ammirazione.

Quando si affronta il tema delle “malefatte” dei regimi comunisti, il pubblico preferisce sorvolare, non incoraggia un approfondimento, si sente offeso dall’ennesimo tentativo “fascista” di gettare fango su una storia gloriosa. Non parliamo poi di coloro che, figli di un credo marxista, stanno pubblicando, documenti alla mano, libri sulla “vera storia” di quanto di deplorevole è accaduto in Italia e all’estero ad opera della sinistra: il titolo di “revisionista” è ancora la qualifica meno offensiva loro attribuita. Si ha la sensazione di un perdurante tabù, di un generalizzato imbarazzo, di un peso sulla coscienza, di una colpa inespressa. È probabile – come qualcuno sostiene – che ciò abbia negativamente giocato in passato anche in sede elettorale.

Sembrerebbe oggi essere giunto il tempo per affrontare senza timori il tema delle responsabilità della sinistra, alla luce della verità storica. I regimi di destra nel mondo hanno compiuto atti abominevoli, li conosciamo. I regimi di sinistra hanno certamente fatto altrettanto, forse peggio, ma l’opinione pubblica disconosce i fatti, li sospetta soltanto, ne parla sottovoce. Perché non decidersi ad affrontare lo scabroso argomento in pubblico, nelle Università, negli Istituti, nei centri culturali, ad opera di storici di diverse tendenze? A quale scopo? - si chiede qualcuno, non riscontrando nell’esercizio alcuna utilità. In realtà, oltre a soddisfare una esigenza di verità e un legittimo interesse storico-politico, il dibattito renderebbe giustizia, seppur tardiva, a una folla di morti che ancora la attendono. E la giustizia è condizione fondamentale di una pacifica convivenza.

Diversi Paesi del mondo violano oggi i diritti umani, Paesi vicini e lontani, amici e meno amici. La storia purtroppo continua a grondare sangue. Perché l’Italia non torna ad issare con convinzione la bandiera dei diritti umani e a chiederne il rispetto, pur nella non facile ricerca di un equilibrio tra esigenze etiche e di principio e gli interessi nazionali concreti? La condotta del nostro paese nei confronti del regime fascista cileno fu netta e decisa. Perché non far sì che essa continui ad esserlo, anche nei confronti di altri regimi? Le occasioni, in questo momento, non mancano.

Analisi di

28 aprile 2016

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