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Sono i Giusti la chiave per la prevenzione dei genocidi

di Simone Zoppellaro

Il testo riprende l’intervento di Simone Zoppellaro tenuto il 22 aprile all’evento “Prevention of Genocide. Combating Religious Persecution. Protecting Religious Rights”, organizzato dalle Ambasciate della Repubblica di Armenia presso la Santa Sede e in Italia e dalla piattaforma Stand Together. 

Per parlare di un argomento importante come la prevenzione dei genocidi, vorrei partire dal mio lavoro di giornalista, ma anche dall’esperienza ventennale di Gariwo, con cui collaboro. Ho passato gli ultimi anni lavorando soprattutto sulla questione armena e sul genocidio yazida, trascorrendo oltre sei anni fra Medio Oriente e Caucaso, prima di trasferirmi in Germania.

In Karabakh si è da poco conclusa (con un nuovo cessate il fuoco, ricordiamolo, e non con un accordo di pace) una guerra terribile, costata la vita a migliaia di persone, spesso giovanissime. Decine di migliaia di armeni hanno perso tutto nel giro di pochi giorni, a volte di ore: le loro case, il lavoro, ma spesso anche le tombe dei loro padri e delle loro madri, finite dall’altra parte della nuova frontiera. Come denunciato da diverse organizzazioni internazionali, da Genocide Watch all’International Association of Genocide Scholars, c’è stato un rischio concreto di genocidio in Karabakh, per fortuna in parte scongiurato, almeno per il momento.

Nel 2014, contro gli yazidi – come riconosciuto ufficialmente da diversi paesi, e anche da un dettagliato report delle Nazioni Unite – si è avuto il primo genocidio del nuovo millennio, che ha rischiato di cancellare per sempre l’esistenza stessa e la cultura di questa minoranza. Una questione, anche questa, ben lungi dall’essere risolta, dato che le discriminazioni e le violenze contro gli yazidi continuano. Questo nel contesto di un Iraq e di un Medio Oriente, come ho avuto modo di vedere di persona, dove le minoranze ebraiche e cristiane, antichissime, rischiano di scomparire.

In tutto questo, una delle cose più commoventi, durante la guerra in Karabakh, è stata la solidarietà nei confronti degli armeni da parte delle comunità ebraiche e yazida. Figure come Nadia Murad e Mirza Dinnayi, che ringrazio di persona per il suo impegno, sono state da subito attive a denunciare quanto avveniva. Dall’Italia alla Russia fino agli Stati Uniti, molte comunità ebraiche hanno espresso una solidarietà non scontata, scrivendo appelli e sostenendo gli armeni in crisi. Anche in Israele, nonostante le forniture di armamenti all’Azerbaigian, molti intellettuali (e non solo) si sono mobilitati. Questo significa una sola cosa: l’intuizione di Raphael Lemkin era giusta. Ebrei e yazidi hanno visto, nelle immagini terribili della guerra e nella fuga disperata di migliaia di civili, qualcosa che parlava al loro cuore: il rischio di un nuovo genocidio, una pulizia etnica che si compiva sotto i nostri occhi, a oltre cent’anni dal Metz Yeghern.

A questi eventi terribili, siamo arrivati impreparati. L’indifferenza, qui in Europa, è stato un fattore determinante. Niente di nuovo sotto il sole, certo: ne parlava Hannah Arendt per la Shoah, ma da ricordare sono anche le parole che, nel 1916 – ovvero in pieno genocidio in corso – Antonio Gramsci dedicava alle sofferenze degli armeni: riportare “entro il cerchio della nostra umanità”, scriveva, fatti solo in apparenza lontani da noi, è una sfida importante. Nel caso degli yazidi come in quello degli armeni del Karabakh, c’era una mancanza di conoscenza e informazione, da parte dei media e della politica, che ha impedito di comprendere e intervenire in tempo per quanto avveniva. Eppure, i crimini di guerra in Karabakh non sono stati solo un attacco contro gli armeni, un genocidio non è stato compiuto unicamente contro gli yazidi, ma contro l’umanità intera.

Il genocidio, come spiega lo storico Norman Naimark, è una costante della storia umana, che ci ha accompagnato dall’epoca antica fino al nostro presente. Rischi concreti di genocidio sono stati denunciati, negli ultimissimi anni, per gli uiguri in Cina, contro i Rohingya, così come per diverse minoranze in Medio Oriente e in Africa. Come possiamo agire in modo da identificare e scongiurare questo pericolo, che è assai probabile continui a ripresentarsi nel presente e nel prossimo futuro?

Una prima risposta risiede proprio nell’intuizione e nel lavoro di Lemkin, una figura di Giusto che dovrebbe essere raccontata in ogni scuola del mondo. Genocidio, questa parola che, prima di lui, non esisteva in nessuna lingua al mondo, non è solo una chiave giuridica e politica rivolta al passato. Nelle intenzioni di Lemkin, essa sarebbe servita a prevenire che, quanto avvenuto agli ebrei con la Shoah e ancora prima agli armeni, si ripresentasse in futuro. La reazione scomposta di Erdogan all’annunciato riconoscimento, da parte del presidente Biden, del genocidio armeno, ci fa comprendere quanto, ancora oggi, le sue idee siano in grado di incidere e cambiare la storia.

Un’altra chiave importante, culturale e educativa, per la prevenzione dei genocidi è la promozione delle figure dei Giusti contro tutti i genocidi portata avanti da Gariwo. Abbiamo avuto non solo Giusti per la Shoah, ma anche per il genocidio armeno. Figure come Hamu Shiru, leader degli yazidi del Sinjar onorato nel Giardino dei Giusti di Milano, che salvò la vita di moltissimi armeni durante il genocidio. Vi è poi lo scrittore Armin Wegner, cui Gabriele Nissim ha dedicato un libro importante, capace di opporsi prima al genocidio armeno, e quindi alla Shoah. Non dimentichiamo inoltre come Nadia Murad, premio Nobel per la pace, sia stata salvata da un giovane sunnita, Omar Abdel Jabar, e dalla sua famiglia: hanno messo a repentaglio la loro vita pur di salvare una sconosciuta appartenente ad un’altra fede, che una sera, in fuga dai suoi carnefici, aveva bussato alla loro porta.

Figure come queste, se promosse nei loro paesi d’origine tramite la scuola e l’educazione, o dedicando loro monumenti, piazze e strade, avrebbero un potenziale dirompente nel creare una cultura della pace e della riconciliazione che, in Medio Oriente e in Turchia (come in tanti altri luoghi del mondo), tuttora è assenta, contribuendo a limitare il rischio di nuovi genocidi. Oltre a queste chiavi, è fondamentale mettere in atto altri meccanismi concreti e fattivi che possano scongiurare il pericolo di nuove atrocità e orrori.

È importante che i media e la cultura contribuiscano alla diffusione di tematiche sensibili come le persecuzioni nei confronti delle minoranze. Ma è anche fondamentale che la politica abbia strumenti conoscitivi e meccanismi politici adeguati, per essere informata e agire, quando si ripresenti un’emergenza. L’ultima guerra in Karabakh è durata 44 giorni; il massacro del Sinjar, costato la vita a migliaia di yazidi, 12 giorni: troppo pochi, anche mettendosi di impegno, per comprendere quanto avveniva, partendo da zero.

Meccanismi politici concreti, dicevo. A tal proposito, ritengo fondamentali le tre proposte avanzate da Gabriele Nissim alla Camera dei Deputati in occasione della Giornata della Memoria. La prima: nominare nel nostro Parlamento un advisor dei genocidi che lavori in collaborazione con il Consulente speciale sulla prevenzione dei genocidi delle Nazioni Unite e le istituzioni europee; impegnare inoltre la Commissione Esteri del Parlamento a redigere ogni anno un rapporto dove si presentano all’opinione pubblica i pericoli di nuovi genocidi nel mondo e le misure da prendere per prevenirli; infine, creare anche in Italia una agenzia autonoma e indipendente sui diritti umani, come proposto dall’Unione europea, che in collaborazione con la Corte Penale Internazionale indaghi in modo permanente sullo stato dei diritti nel mondo e sui crimini contro l’umanità.

Quella della prevenzione dei genocidi è, a mio avviso, una delle sfide più importanti per la nostra generazione. La via indicata dai Giusti e da Raphael Lemkin rappresenta un punto di partenza fondamentale per uscire da questa preistoria di barbarie in cui alcuni uomini, dall’alba dei tempi ad oggi, si prefiggono non solo di uccidere, ma anche di cancellare interi popoli e culture. Si tratta di una sfida universale, che deve coinvolgerci tutti a prescindere dall’appartenenza nazionale o politica, perché un genocidio – questo deve diventare un imperativo morale – non riguarda solo il popolo che lo subisce, ma l’umanità intera.

Simone Zoppellaro, giornalista

Analisi di

23 aprile 2021

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