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​Stanare i violenti non ridurrà il razzismo nel calcio

La sfida di tornare al "tifo positivo"

wired.it

Scriveva Pasolini che per diventare un tifoso non ha importanza dove si è nati o quando come e dove si sono avuti i primi approcci con il calcio, perché “il tifo è una malattia giovanile che dura tutta la vita”.

Una malattia che, secondo la European Football Benchmark, ha contagiato 33 milioni di italiani, che tifano per “almeno una compagine di Serie A”. E ci sono anche i ‘malati gravi’, visto che “19 milioni di italiani, ovvero il 37% circa della popolazione adulta, si dichiarano tifosi che leggono articoli sul calcio e si informano più volte a settimane”.

Una malattia difficilmente ‘traducibile’: in inglese, ad esempio, non esistono termini propriamente paragonabili a tifoso (ci si deve accontentare del flebile supporter o dell’improprio hooligan, utilizzato per alcune frange di sostenitori violenti e la cui etimologia è legata al cognome di una famiglia irlandese residente a Londra sul finire del XIX secolo).

"Tifo” è un neologismo nato negli stadi italiani e sigillato dal linguaggio giornalistico sportivo negli anni ’20, partendo dalla deformazione del termine medico tifico. Il tifo era una delle malattie più temute dagli italiani ed era entrato nell’immaginario collettivo come quel male che aveva come sintomo una febbre molto alta che conduceva a momenti di alterazioni mentali. Insomma, l’entusiasmo spasmodico per la squadra di football del proprio rione faceva pensare proprio agli effetti delle febbri tifoidi, tanto che Massimo Bontempelli lo definì un "atto collettivo di abbandono e di generosità".

Numeri ed etimologia a parte, è evidente che il tifo calcistico trascende la dimensione ludica o quella del loisir, per dirla alla Edgar Morin. Anche le sue degenerazioni più recenti, dagli ultrà della Vultur Rionero travolti dall’auto dei tifosi avversari ai ripetuti episodi di razzismo negli stadi, non vanno considerate come “inadempienze” di regole all’interno dell’universo calcio, ma come stendardi del malessere radicalizzato nella società italiana, di cui il calcio è un palcoscenico privilegiato.

Va detto che la violenza negli stadi e la mortificazione degli avversari non sono elementi nuovi, bensì ciclici, ricorrenti. Antonio Papa e Guido Panico in “Storia sociale del calcio in Italia” (Il Mulino, Bologna, 1993) ci spiegano come è nato il tifo calcistico in Italia, per lo meno nell'accezione che conosciamo: “Durante gli anni '20 questo sentimento di partecipazione raggiunse in Italia un'intensità e un'estensione senza precedenti, assunse un proprio e inconfondibile nome; da gergo si fece linguaggio e divenne realtà culturale. […] Il nesso tra tifo e fazione sportiva, tra tifo e violenza non fu immediato, ma la pagina sportiva non tardò ad attribuirgli la radice dei maggiori episodi di intolleranza del tempo: la rissa tra giocatori e pubblico a Lucca durante la partita contro il Parma nella stagione del 1923-1924 e la minacciosa presenza di tifosi bolognesi sul terreno dell'Arena di Milano in occasione del terzo spareggio tra Genoa e Bologna per il titolo del campionato 1924-1925. L'episodio più grave del tempo fu la sparatoria alla stazione di Porta Nuova a Torino, dopo il quarto incontro di spareggio per il titolo nazionale tra il Genoa e il Bologna, giocato nel giugno 1925 nella città piemontese […] Le tensioni del campanile divennero un tratto consueto del paesaggio sportivo italiano”.

Studiare la nascita del tifo violento aiuta a decifrare le parole e le buone intenzioni di chi oggi, a cento anni di distanza, si propone di risolvere il problema “una volta per tutte”.

L’attuale amministratore delegato della Serie A, Luigi Se Siervo, ha annunciato una serie di iniziative innovative, come l’utilizzo di un software di riconoscimento facciale per, ipse dixit, “fare in due anni quello che Margaret Thatcher ha fatto in dieci”.

Anche l’utilizzo dello spauracchio Thatcher, che le narrazioni comuni dipingono come colei che ha sconfitto gli hooligan, non sono nuove. Anzi, negli ultimi anni ripetutamente i signori della politica del calcio hanno annunciato soluzioni definitive al problema della violenza negli stadi che si basano sull’inasprimento delle pene e sull’incrementare dell’efficacia nell’individuazione dei singoli disturbatori. Varrebbe tuttavia la pena ricordare che, sebbene la violenza negli stadi britannici sia stata visibilmente ridotta, i quotidiani londinesi continuano a riportare un numero cospicuo di episodi di razzismo, segno che un maggiore controllo negli stadi non è sufficiente a debellare il virus dell'intolleranza.

Secondo il giornalista Marco Ciriello, esperto di tifo organizzato, queste soluzioni quick fix servono a “circoscrivere il fenomeno all'interno degli stadi. Una sorta di ammortizzatore sociale in cui si sfogano tutte le frustrazioni. Un modo per non vedere dilagare la violenza nella società. […] Un modo evidentemente più economico che pensare e mettere in atto vere soluzioni”.

La Carta dello Sport promossa da Gariwo e firmata da campioni sportivi, grandi firme del giornalismo sportivo e le squadre del Cagliari e del Pescara parte proprio dal presupposto che per invertire la rotta si debba partire dalla cultura della responsabilità.

Ai tifosi si chiede di riconoscere che l’altro non è mai nemico perché “siamo tutti parte di un grande spettacolo, ciascuno con la propria identità, i propri valori, le proprie speranze”.

A partire da questa Carta (che può essere letta e sottoscritta online, a questo link), Gariwo si pone l’obiettivo di lavorare dal basso per promuovere i valori e le storie dei Giusti nello sport, quegli atleti che quando c’era da giocare la partita più importante, quella della difesa della dignità umana, hanno deciso di stare dalla parte dei diritti umani e dei più deboli.

Una sfida ambiziosa che presenta davanti a sé molti ostacoli, ma anche partner importanti il cui esempio dimostra che una via diversa è possibile. Come la fondazione Candido Cannavò, che da molti anni lavora strenuamente per coltivare e promuovere i valori dello sport e, attraverso esso, della convivenza sociale come dimensione di arricchimento.

Durante l’ultimo GariwoNetwork abbiamo ospitato Franco Arturi, direttore della Fondazione, che ha lanciato un appello condiviso da Gariwo: “Nello sport perfino gli odiatori professionisti hanno bisogno degli avversari. Io israeliano devo per forza confrontarmi con il mio avversario palestinese. Io bresciano devo fare lo stesso con l’avversario bergamasco. Aggrappiamoci allo sport in senso valoriale”, perché è “un evento culturale che trasforma la spazzatura che c’è in noi in pepite d’oro”.

Gariwo partirà da questo presupposto nel promuovere l’idea di investire nell’educazione al tifo, cavallo di battaglia della Fondazione Cannavò. “Se facciamo entrare il tifo positivo nelle scuole elementari, copriamo tutta la didattica con attività che piacciono agli scolari. Possono imparare la geografia identificando le squadre avversarie sulla mappa, approfondire le grandi storie di sport e connotarle in periodi storici specifici, per non parlare dell’educazione civica”, ci ha spiegato Arturi. 

Raccogliamo la sfida e la rilanciamo alle istituzioni, con l’ostinatezza di credere che il tifo possa essere una malattia “positiva”.

Joshua Evangelista

Analisi di Joshua Evangelista

22 gennaio 2020

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