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Sul Sakharov ad Alexey Navalny, Strasburgo fa quello che non ha fatto Oslo

di Anna Zafesova

Strasburgo fa quello che non ha fatto Oslo, e il premio Sakharov viene assegnato dal Parlamento europeo ad Alexey Navalny, per il suo “immenso coraggio” nel difendere la democrazia in Russia, dichiarano Davide Sassoli e Josep Borrell. Un premio a un detenuto politico, il leader di un movimento perseguitato, il volto di una protesta che ha costretto il Cremlino ad abbandonare ogni remora nel reprimerla, trasformando in pochi mesi il suo sistema autoritario in una dittatura. Una decisione attesa da molti, in qualche modo scontata e inevitabile, ma che riporta i riconoscimenti internazionali delle istituzioni del mondo democratico alla loro destinazione originaria: non solo quella di una dichiarazione di valori, e dell’instaurazione di una “gerarchia” nelle campagne per i diritti umani, ma di protezione, di un tentativo di estendere la tutela dell’Europa a chi vive e combatte in situazioni molto lontane.

Insieme al premio Nobel per la pace a Dmitry Muratov e alla sua Novaya Gazeta, e agli innumerevoli premi attribuiti a Navalny da diverse organizzazioni e forum in tutto il mondo, il riconoscimento del Parlamento europeo accende i riflettori sul caso Russia, tornata quasi mezzo secolo dopo la sfida di Andrey Sakharov a essere uno dei regimi dove diritti e libertà sono più a rischio. Un Paese dove vengono chiusi o messi all’indice come “agenti stranieri” decine di testate e giornalisti; dove si viene arrestati per essere scesi in piazza; dove i movimenti d’opposizione vengono proclamati “estremisti” e i loro sostenitori interdetti dal partecipare a elezioni che non rispondono più a standard democratici, mentre osservatori e ONG vengono buttati fuori dai seggi dalla polizia. Un Paese dove si viene arrestati e condannati per un tweet, un emoticon, una battuta in una stand up comedy, espulsi o licenziati per le proprie idee politiche, dove un attivista che denuncia le torture nelle prigioni deve subito fuggire a chiedere asilo all’estero: l’Europa non poteva continuare a ignorare l’involuzione del regime russo, e continuare a trattare singoli casi di violazioni dei diritti come fenomeni isolati, come aveva fatto per anni con la situazione in Cecenia. L’assegnazione del premio conferma che l’Europa è altro rispetto al regime russo, e il programma politico che lo stesso Navalny riassume come “trasformare la Russia in un Paese europeo” può suonare troppo vago in una cultura democratica radicata, ma in un autoritarismo repressivo è più che esauriente nell’indicare l’alternativa.

Il riconoscimento europeo incorona definitivamente Navalny come il dissidente e detenuto politico numero uno in Russia (come era stato a suo tempo lo stesso accademico Sakharov), il leader della protesta, l’anti-Putin per eccellenza. Resta da capire il prezzo che dovrà pagare per lo schiaffo al Cremlino: il portavoce di Vladimir Putin ha già dichiarato che la Russia “rispetta il Parlamento europeo, ma non può rispettare una decisione del genere”. Putin definisce Navalny “un criminale comune”, il suo governo si rifiuta di indagare l’avvelenamento dell’oppositore mentre accusa i servizi segreti occidentali di aver inscenato l’attentato alla sua vita nell’agosto 2020, e la sua magistratura lo sta incriminando per una serie di accuse di “estremismo” che gli costerebbero nuove condanne a decine di anni di reclusione. Di recente l’oppositore è stato anche iscritto nel registro dei detenuti “inclini al terrorismo”, e quindi inserito tra i sorvegliati speciali nel carcere, dopo che è stata revocata la tortura di svegliarlo più volte durante la notte per “verificare” che non fosse evaso.

È l’eterno dilemma del mondo libero nei confronti dei prigionieri politici dei regimi totalitari: attirare l’attenzione verso le loro condizioni è l’unica speranza di salvarli, ma è anche un rischio di nuove ritorsioni. Già poche ore dopo l’annuncio del premio Sakharov a Navalny la magistratura russa ha dichiarato ricercata Lyubov Sobol, una delle leader del suo movimento, condannata a un anno di semi domiciliari e riparata all’estero. Finora il governo russo aveva chiuso un occhio sull’espatrio degli esponenti navalniani condannati, probabilmente in una sorta di patto tacito in cui l’alternativa all’esilio più o meno volontario sarebbe stata molto più pesante. Lo stesso Navalny ha incitato la settimana scorsa i suoi collaboratori a non esitare a lanciare sfide sempre più dure al regime, senza pensare alle conseguenze per lui e gli altri detenuti politici. “Andate avanti, siate duri, non trattiamo con i terroristi che prendono ostaggi”, ha scritto in una lettera pubblicata dal giornale online d’opposizione Meduza: “Stiamo dentro anche per tutti voi, non siamo né i primi, né gli ultimi”.

Anna Zafesova

Analisi di

21 ottobre 2021

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