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Sull'identità di Gariwo

di Giovanni Cominelli

Hans Jonas

Hans Jonas

Uno è identificato da ciò che fa. E ciò che fa è determinato da molti fattori: ciò che pensa del mondo, come si colloca nel mondo, come il mondo reagisce ai suoi pensieri e alle sue azioni. Se il mondo cambia, anche l’identificazione – chi sei o chi credi di essere e chi gli altri credono che tu sia - subisce dei mutamenti. Perciò l’identità è necessariamente in divenire. Se non diviene, muore. Che Gariwo si ponga il problema della propria identità è segno di una presenza viva e creativa: significa che sta reagendo ai cambiamenti del mondo.

Ad oggi Gariwo proietta di sé l’immagine di un gruppo di persone che svolgono un’azione educativa nei confronti dei cittadini e dei giovani sul terreno della comprensione del mondo e dell’assunzione di responsabilità personale rispetto alle sue dinamiche globali. Per svolgere la propria attività educativa usa una “tecnica” pedagogica, che consiste nel raccontare e presentare biografie di uomini e donne, vivi o già morti, testimoni di assunzione di responsabilità dentro la storia del mondo: i Giusti. Nell’andare a caccia dei Giusti.

I fondamenti filosofico-morali dello “stare nel mondo”, secondo Gariwo, sono stati tematizzati in più occasioni. Si potrebbero tutti ricondurre al “principio di responsabilità”, quale è stato enunciato da Hans Jonas: “Nelle scommesse dell’agire umano l’essenza e l’esistenza dell’uomo non siano mai la posta in gioco”. Che cosa sia “homo” oggi o chi stia per diventare è materia di vivaci speculazioni tecno-bio-filosofiche. Secondo Harari e Kurzweil la specie “homo sapiens” sta velocemente migrando verso altri lidi. Non è questo il luogo per discutere i fondamenti di tali prospettive.

Più utile, forse, tentare di comprendere i mutamenti del tempo storico presente, investito da una veloce transizione, che convenzionalmente chiamiamo “globalizzazione”.

Quali cambiamenti produce la globalizzazione economica, sociale, culturale, comunicazionale nelle comunità umane e nella coscienza di miliardi di individui?

In primo luogo, l’aumento della conflittualità tra i gruppi umani: minacce, insicurezza, odio, guerra, morte sono anelli di un’unica coerente sequenza. Donde il disordine mondiale a livello geopolitico. Qui torna a prevalere il principio: “a ciascuno secondo la sua capacità di minaccia”. Esso “regola” non solo i rapporti tra gli Stati; fa capolino nelle società e tra le persone. E se le comunità/società umane trovano una coesione interna, essa si costituisce per lo più “contro” altre comunità/società umane. All’interno delle società umane – quelle dotate di confini nazionali – il conflitto si esprime come tensione tra la dimensione sociale e la dimensione comunitaria. Nella prima esistono degli individui in cooperazione/competizione tra loro – Kant parla di “socievole insocievolezza”; nella seconda esiste solo il popolo, unità organica, vergine, sempre innocente, guidato da un Capo. Alexander Dugin, l’intellettuale organico di Putin, lo ha spiegato recentemente a Roma. Putin, il discepolo, ha già chiarito nell’intervista recente al Financial Times che il liberalismo è obsoleto.

In questo contesto le tavole di valore delle società umane e delle civiltà appaiono fragili e reversibili; non sono mai acquisite per sempre. Scriveva in un Manifesto un acuto sociologo di Treviri nella seconda metà dell’Ottocento: “Tutte le stabili e irrugginite condizioni di vita, con il loro seguito di opinioni e credenze rese venerabili dall’età, si dissolvono, e le nuove invecchiano prima ancora di aver potuto fare le ossa. Tutto ciò che vi era di stabilito e di rispondente ai vari ordini sociali si svapora, ogni cosa sacra viene sconsacrata e gli uomini sono finalmente costretti a considerare con occhi liberi da ogni illusione la loro posizione nella vita, i loro rapporti reciproci”.

Gli orrori della storia umana possono tornare. È solo constatazione banale, ma, ahinoi, non peregrina, che il progresso morale dell’umanità è lentissimo e non è irreversibile, mentre quello della potenza tecnologica è velocissimo e in permanente accumulazione.

Se il quadro del presente storico è questo, si può fare solo un affidamento relativo sulla memoria collettiva degli orrori al fine di impedirne il ritorno. La memoria della Prima guerra mondiale non ha impedito l’arrivo della Seconda; i genocidi della prima metà del Novecento non hanno impedito quelli della seconda metà.

Esiste uno spazio realistico nel presente per smontare l’accumulazione originaria di odio, per costruire cooperazione e sviluppo, all’ombra dello storicamente necessario “Principio speranza”, che muove i singoli e le società umane?

La globalizzazione non produce soltanto odio e paura nella coscienza di miliardi di individui. Si dà una faccia luminosa della globalizzazione: si sta costituendo una società civile mondiale, che oltrepassa le frontiere, che condivide valori di civiltà, di umanesimo, di cooperazione. Essa cammina sulle gambe delle persone che viaggiano, comunicano, studiano, migrano. Si condensa in organismi sovrannazionali, che da tempo si occupano di diritti umani, di educazione, di ambiente, di migrazioni, di ricerca scientifica, di salute, di agricoltura... Gariwo stesso è diventato gradualmente un organismo che si muove su scala euro-mediterranea quale soggetto costruttore di società civile. La società civile mondiale nasce dalla crescente coscienza planetaria degli individui, da un’emergente coscienza di specie e di “Weltethos” – è il nome della Fondazione del teologo svizzero Hans Küng – dalla consapevolezza che il mio personale destino è incrociato con quello di ogni altro e con quello della Natura, dalla percezione della necessità e possibilità del mio personale impegno.

La storia delle società civili in Europa ci informa che esse sono nate a poco a poco, quale effetto dell’azione di avanguardie economico-sociali e intellettuali, che talora hanno preteso di piegare la storia ai propri progetti utopici di redenzione umana. Del loro esito tragico siamo tutti informati.

La storia ci ha anche insegnato che meglio delle “avanguardie” sono le “minoranze creative”. Non pretendono di guidare nessuno, testimoniano semplicemente con i loro pensieri e le loro azioni la possibilità di un altro mondo. Utopie certamente, ma quotidiane, concrete.

Giovanni Cominelli, giornalista

Analisi di Giovanni Cominelli, giornalista

16 luglio 2019

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