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Sulla Carta delle Responsabilità 2017

di Heriberto J.N. Santecchia

La “Carta” invita a riflettere su quanto ciascuno si debba sentire responsabile di ciò che oggi accade nella sua storia personale, che - nell’odierna società globalizzata - è anche, necessariamente, storia condivisa. Nessuno potrebbe conoscere se stesso se non esistesse l’altro. “É l’esistenza dell’altro che mi permette di prendere coscienza di me” (Sartre). Il comportamento di ognuno di fronte alla presenza degli altri ci dà la dimensione precisa o approssimata della responsabilità personale; ignorare l’altro significa ignorare se stessi.

La responsabilità funziona per gradi, che vanno dalla generosa costruzione di ciò che ci circonda fino alla sua possibile distruzione. Il Giusto persegue il difficile compito di creare situazioni che evitino il deterioramento progressivo del mondo. Niente di quello che ci hanno trasmesso le generazioni passate (progresso economico, libertà, pace, democrazia) è garantito per il futuro. Già “nel XIX secolo ci furono uomini dotati di una visione più profonda che avvertirono il processo di decadenza e disumanizzazione che si stava producendo dietro il fascino, la ricchezza e il potere politico della società occidentale.” (E. Fromm). Anche nella realtà odierna esistono uomini, considerati a volte ingenui, visionari, irrazionali, che, di fronte al logorio culturale dell’Occidente, hanno deciso, con vigorosa determinazione, di difendere i valori su cui si fondano il rispetto e la dignità delle persone. Questa condotta stimola la presa di coscienza che l’essere umano è contingenza, finitezza e ambiguità e, per tanto, la presunzione, la vanità, la codardia, la smania di dominio, e attitudini simili, disconoscono e lacerano la condizione umana.

Chi ammette la propria fragilità è disposto a riconoscere quella degli altri che chiedono protezione, aiuto, tolleranza e disponibilità. L’azione buona verso gli altri deriva dalla consapevolezza della pochezza dell’essere umano, il quale, come sostiene il poeta e cantautore argentino Facundo Cabral, è l’essere che di nascere non chiede, vivere non sa, e morire non vuole. Questa ambiguità e incertezza della condizione umana proietta la libertà verso molteplici orizzonti dove c’è spazio per tutto: l’amore e l’odio, la vittoria e la sconfitta, la tolleranza e il fanatismo, la solidarietà e l’indifferenza, la democrazia e il dispotismo.

L’Occidente, l’Europa in particolare, ha ereditato due grandi tradizioni culturali: quella greco-romana e quella giudaico-cristiana. Da queste radici si dirama la profonda convinzione del valore della libertà, che, realizzandosi nel tempo in modo teorico, tramite opposizioni permanenti, dinamizza nell’attualità le modalità più frequenti dell’agire umano.

In tre libri di Erich Fromm (La paura della libertà, Etica e psicoanalisi, Psicoanalisi della società contemporanea) si riflette su questo processo di trasformazione, sostenendo che quello che oggi accade all’Umanità non è il risultato di impulsi irrazionali ma la conclusione spirituale di un lungo processo storico. Il ritmo della Storia è inarrestabile, e, di conseguenza, lo sono anche (come ha appena espresso Deepak Chopra) la tecnologia, la globalizzazione, e altre mutazioni culturali, sebbene ci siano coloro che dubitano della globalizzazione in quanto i suoi benefici non raggiungerebbero tutti. Ma il processo di cambiamento deve avere come colonna portante la dignità della persona umana. “L’uomo è il fine e non deve mai essere usato come mezzo; la produzione materiale è per l’uomo, non è l’uomo ad essere per la produzione; la finalità della vita è il dispiegare la potenza creatrice umana; la finalità della Storia è la trasformazione della società in un mondo governato da giustizia e verità.” (E. Fromm). Precisamente è questo che cerca di fare il Giusto che lotta contro tutte le forme di autoritarismo che impongono un modo di pensare unico e, come ne consegue, un modo univoco di comportarsi. Il Giusto si sforza di cercare la verità, il dialogo, l’empatia; è convinto che il monologo ignori la presenza dell’altro e sia il frutto di un narcisismo paranoico che provoca conflitti ed erge muri indistruttibili che innestano l’ostinazione dell’irrazionalità.

Il proposito del Giusto si scontra con la cultura dell’odio, con la demonizzazione dell’altro. Quando questa mentalità distruttiva guida chi comanda, il rischio di annichilamento si ingigantisce, perché le masse “si presentano del tutto come un peso inerte.” (I. Lepp). “La Storia ci insegna che le masse sono capaci del meglio e del peggio. Tutto dipende dalle élite che le guidano” (Id.). Se chi le governa appare orientato verso criteri estremisti introduce nella società le deviazioni e le atrocità dei fanatismi (fondamentalismi, integralismi, fascismi, settarismi, populismi, messianismi, dispotismi di tutti i tipi).

L’Europa oggi si sente scossa da due complicati fenomeni: le migrazioni incontrollate e il terrorismo. Non è facile oltrepassare queste difficoltà quando sono in gioco culture molto distanti. Bisogna fare molta fatica per trovare i possibili punti d’incontro. Per il raggiungimento di questo scopo la “CARTA” propone di superare l’errore di metodo di alcuni europei sedotti dal fatto che vincere sia convincere, e propone l’operoso cammino che conduce alla pacificazione degli animi. Seguire questa rotta però non è gratuito e necessita di un enorme sacrificio personale che il Giusto si assume con coraggio, valore e perseveranza.

Queste soluzioni di solito falliscono quando alcuni “illuminati” interpretano i propri deliri come mandati divini. Tempo fa Larteguy scrisse: “Per mesi, con più o meno fortuna, percorsi Egitto, Libano, Siria, Israele e Iran. Incontrai moltissime persone che si appellavano a Dio e sacerdoti e politici che se ne servivano. Questo Dio aveva molti nomi, ma non smetteva di esigere sacrifici e sangue, ogni volta più sangue.”

Questo perché si possa riflettere.

Analisi di Heriberto J.N. Santecchia

4 settembre 2017

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