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Sulla lotta all'odio e all’antisemitismo: un dialogo aperto

di Gabriele Nissim

Una riflessione del presidente di Gariwo Gabriele Nissim sul contrasto all'antisemitismo e il dialogo aperto attorno alla tematica, sempre più urgente nel nostro tempo.

Nel nostro tempo confuso e violento, come si può combattere l’antisemitismo, un pregiudizio negativo contro gli ebrei che continuamente, per i suoi meccanismi profondi e complessi, si ripresenta nella Storia in forme vecchie e nuove?

Del resto le modalità dell’odio, che avvelenano i rapporti tra gli uomini, non sembrano cessare mai e fanno parte, in un modo che appare spesso inestirpabile, della nostra condizione umana. Basti pensare, negli ultimi mesi, alle varie forme di odio e intolleranza scatenate dai “no vax” in occasione della pandemia, che li hanno portati a immaginare fantasiosi complotti internazionali con la regia delle case farmaceutiche, in mano, non a caso, agli ebrei; ai proclami di odio dei fondamentalisti islamici che, purtroppo, stanno vincendo la loro guerra contro le donne in Afghanistan; al linguaggio sempre più aggressivo dei sovranisti che hanno riproposto la difesa etnica delle nazioni dalle contaminazioni esterne dei migranti; alla proposta dei muri in Europa come “valore” per la nostra civiltà.

Continuiamo a vivere con l’odio antisemita nonostante le tragiche lezioni della Storia, anche recente. Dobbiamo essere consapevoli che la risposta all’odio è una battaglia infinita e che non avrà mai una soluzione definitiva. Ma possiamo, come esseri umani, rimanere costantemente in allerta e tendere alla costruzione di un mondo senza odio, come aveva scritto nei suoi diari Etty Hillesum, prima di morire ad Auschwitz. Vivere sempre con questa utopia, anche avendo a volte il sospetto che mai vedremo la sua completa realizzazione. Ogni volta, si tratta di fare qualche passo in più e di affrontare con coraggio le nuove sfide che il corso degli eventi ci pone davanti. È questo il compito degli uomini responsabili.

Con questa consapevolezza Yair Lapid, il nuovo ministro degli Esteri israeliano, in modo per certi versi inaspettato ha posto il problema centrale della lotta all’antisemitismo, che non riguarda solo gli ebrei e gli israeliani, ma tutta la comunità internazionale.

Il 14 luglio a Gerusalemme ha dichiarato, in un discorso che ha fatto molto clamore, che la lotta all’antisemitismo non può essere disgiunta da ogni forma di odio che attraversa la società. Per rendere più esplicito questo concetto, Lapid ha sostenuto che l’odio antisemita è stato sperimentato sulla propria pelle dai Tutsi massacrati dagli Hutu, dagli schiavi africani oppressi dai colonizzatori, dagli infedeli massacrati dallo Stato islamico e da Boko Haram, e persino oggi dalle comunità Lgbt discriminate da Putin a Orban, ai fondamentalisti religiosi.

Tutte queste vittime, ha sostenuto Lapid, sono colpevoli a priori, non per le loro azioni, ma per lo stesso fatto di esistere, come è capitato tragicamente agli ebrei:

“Gli antisemiti sono quelli che perseguitano degli individui non per quello che fanno, ma per quello che sono, per la loro nascita… L’antisemitismo non è il nome dell’odio, è il suo cognome; esso descrive tutti coloro che sono consumati dall’odio al punto tale da voler assassinare, distruggere, perseguitare e impedire l’alterità, semplicemente perché l’alterità induce la differenza.”

Con questa forzatura, ai limiti del paradosso, Lapid ha voluto sottolineare come l’esperienza dell’odio antisemita (venire messi in discussione per quello che si è) non la vivano solo gli ebrei ma, in altre circostanze tragiche, tutti coloro che sono oggetto di un odio che prepara uno sterminio o un annientamento culturale.

Le modalità e gli effetti dell’odio antisemita possono dunque colpire tutti e non solo gli ebrei, anche se a questi fenomeni di degenerazione diamo un nome diverso.

È un punto importante di riflessione perché permette di comprendere come l’esperienza negativa degli ebrei può accadere a qualsiasi persona su questa terra, indipendentemente dalle sue origini. Inoltre fa comprendere agli stessi ebrei che il loro destino tragico può toccare altre minoranze. È su questa comprensione che si creano le basi per una empatia comune di fronte alle sofferenze e per una alleanza tra gli ebrei e tutti coloro che sono oggetto di un odio che crea i presupposti per la distruzione. È un concetto molto simile a quello proposto dal filosofo praghese Jan Patočka che parlava della “solidarietà degli scossi”: tutti coloro che in vario modo avevano patito la sofferenza estrema. Senza questa forma suprema di solidarietà, Israele e gli ebrei saranno più deboli, ha fatto capire Lapid a chi si illude che le battaglie si vincono da soli rinchiudendosi in una fortezza.

Lapid non ha negato la specificità e la particolarità dell’antisemitismo, che ha definito come la forma più sofisticata di odio.

Quale è allora la sua particolarità?

Dall’accusa di popolo deicida (il demone che ha ucciso il figlio di Dio), ogni volta che si manifestano nel mondo delle crisi, gli ebrei sono accusati di fomentare complotti nei confronti dell’umanità, con ramificate, oscure e complesse forme di potere. Come ricorda Haviv Rettig Gur sul quotidiano Times of IsraelJean-Paul Sartre colse un punto centrale quando sostenne, in Réflexions sur la question juive (scritto nel 1944, ma pubblicato soltanto 10 anni dopo), che l’antisemitismo è un fenomeno più ampio del fanatismo umano. Esso è una ribellione contro il razionalismo. L’antisemita non odierebbe gli ebrei perché ha avuto una brutta esperienza con gli ebrei in carne ed ossa, ma perché utilizza un’idea a lui confacente dell’ebreo come nemico immaginario, che gli permette di ordinare il suo mondo. Tutto il male avrebbe così sempre come spiegazione una immagine dell’ebreo costruita ad hoc, che si adatta di volta in volta nella sua fantasia.

Così l’ebreo può essere indicato dalla destra come il portatore del comunismo; dal comunista come il simbolo del capitalismo e del potere finanziario delle banche; da Hitler, come spiegò in un discorso al Reichstag nel 1939, come la causa della guerra imminente che avrebbe dovuto impedire il dominio finanziario degli ebrei e la bolscevizzazione del mondo. E oggi figure di origine ebraica, come il finanziere ungherese americano George Soros, vengono additate, dai governi sovranisti, come la causa dell’arrivo dei migranti in Europa, e Israele viene indicato come il Paese all’origine dell’infelicità araba e delle sue disgrazie. Così dietro ad ogni nuovo problema nel mondo ci sarebbe la mano ebraica.

Per questo, è importante spiegare all’opinione pubblica che l’idea complottista che fa ricadere le responsabilità sugli ebrei si presenta ogni volta che nella società appaiono dei movimenti che teorizzano che la soluzione dei problemi passi attraverso l’indicazione dei nemici da eliminare, con un percorso chirurgico di igiene politica e sociale.

Questo discorso fondamentale, spesso di non semplice comunicazione (perché può dare l’idea che gli ebrei siano il popolo vittima più importante degli altri), può diventare produttivo se la lotta all’antisemitismo non viene concepita come un tema separato dal contesto delle contraddizioni e delle sfide che agitano la società. Si tratta sempre di spiegare che i fanatici prima o poi hanno bisogno dell’ebreo immaginario.

Due sono i possibili errori:

1) Se si considera che l’odio che colpisce gli ebrei è un fenomeno unico e totalmente diverso dalle altre forme di odio, si rischia di separare gli ebrei dal resto della società e creare un terreno favorevole a coloro che in modo subdolo teorizzano la differenza irriducibile tra ebrei e non ebrei.

Cosa vogliono infatti gli antisemiti? Mostrare sempre che gli ebrei sono diversi e, quindi, mai omologabili in un percorso di integrazione. Ecco perché è importante, quando si guida la lotta all’antisemitismo, condurla sempre in nome dell’eguaglianza tra gli esseri umani. Altrimenti la lotta all’antisemitismo, pur se portata avanti con le migliori intenzioni, rischia di trasformarsi in una trappola pericolosa. “Se lo dite voi ebrei che siete totalmente differenti, pensa l’antisemita. Allora abbiamo ragione a considerarvi come altro da noi.”

2) Si è assistito a un fenomeno che ha visto molti ebrei dagli Stati Uniti, all’Europa, fino a Israele guardare con favore possibili alleanze con movimenti nazionalisti e sovranisti, in nome della lotta all’antisemitismo e per la difesa dello Stato ebraico. Niente di male se si chiede a tutti, tanto a destra quanto a sinistra, di salvaguardare questi principi. L’arte della politica richiede sempre operazioni tattiche. Ma il punto di caduta è quando la tattica si trasforma in una strategia.

Chi si muove in questa direzione e considera l’antisemitismo come una variabile indipendente da quanto accade nella società, non si rende conto che colui che è portatore in vario modo di odio e contrapposizioni non solo usa strumentalmente gli ebrei per i propri fini, ma prima o poi avrà bisogno dell’antisemitismo per portare a compimento il suo progetto.

Quanto si è visto in questi ultimi mesi, dove gruppi antisemiti clamorosamente sono usciti allo scoperto da Charlottesville, a Capitol Hill, fino, qui in Italia, all’assalto alla sede nazionale della CGIL e alle dichiarazioni sul “potere ebraico” da parte del candidato sindaco della destra a Roma, ci mostra chiaramente come questa visione sia molto rischiosa.

Gabriele Nissim, presidente di Gariwo

Analisi di

14 ottobre 2021

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