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Ucraina in Europa: quali i veri obiettivi?

di Dario Rivolta

Su di un quotidiano francese è apparsa qualche giorno fa la riflessione di un giornalista che si domandava quale potesse essere la reazione degli Stati Uniti qualora il Governo messicano, nel pieno della sua sovranità decisionale, optasse per un’alleanza dapprima economica e poi, forse, militare con Russia, Bielorussia e Kazakhstan. Lo stesso articolista lanciava anche un’altra ipotesi di fanta-politica: la Svizzera che all’improvviso decidesse di sottoscrivere un accordo di integrazione commerciale con la Cina lascerebbe l’unione Europea del tutto indifferente?

Davanti a queste due ipotesi, inverosimili ma non totalmente impossibili, quali sarebbero le reazioni di Usa e Ue? La domanda non è peregrina perché quanto sta accadendo in Ucraina, Stato alle porte di Mosca, può apparire agli occhi russi esattamente la stessa cosa.
Dal punto di vista macroeconomico le aziende ucraine sono legate all’economia russa per più del cinquanta per cento del loro giro d’affari e tra i due Paesi esiste, di fatto, una molto ampia libera circolazione delle merci. Poiché tra Russia e UE non esiste lo stesso tipo di accordo doganale, un’Ucraina economicamente legata all’Europa obbligherebbe la Russia, se non altro per impedire triangolazioni via Kiev, ad imporre nuove barriere tariffarie e normative a tutti i prodotti provenienti dal suo fronte sud.
Conseguenza naturale: tutte le aziende ucraine che nel passato trovavano sbocco sul mercato russo dovrebbero convertirsi verso il mercato europeo sul quale, tuttavia, se non altro per questioni qualitative, non hanno alcuna possibilità di competizione. Il risultato sarebbe o un’enorme disoccupazione (ancora maggiore dell’attuale) o la necessità di un ingente intervento finanziario europeo per riconvertire quelle produzioni e, nel frattempo, per tamponare il dramma sociale che si creerebbe.
Quanti anni sarebbero necessari? E chi spiegherà ai cittadini europei già in crisi che verranno emesse nuove tasse per sostenere i “fratelli” ucraini? E chi lo dirà ai greci, ai portoghesi, agli italiani già disoccupati? Senza contare la prevedibile scarsa felicità delle imprese europee negli stessi settori e che vedrebbero aumentare i propri concorrenti in un mercato già asfittico.

Passiamo ora all’aspetto militare.
Qualcuno pensa davvero che i russi possano accettare senza reagire la possibilità che la Nato, prima o poi, installi dei missili tattico-balistici alle porte di casa sua? Cosa fece il Presidente Usa J.K. Kennedy quando i sovietici stavano per mandare missili a Cuba? Arrivò a minacciare perfino una guerra nucleare per impedirlo, e tutto l’Occidente condivise la sua posizione contro l’inaccettabile “affronto”.
Putin non è arrivato a tanto e si è, per ora, limitato a locali azioni di sostegno ai ribelli nell’est Ucraina e allo schieramento di truppe vicine al confine.
Fino a che punto, noi europei, siamo disponibili ad arrivare? Poiché per la Russia è una comprensibile questione di sicurezza nazionale e mai accetterà che la “vecchia Russia” possa diventare un loro pericolo, siamo pronti ad affrontare noi una guerra? E a quale scopo? Quali sono le ragioni irrinunciabili per le quali l’Ucraina DEVE diventare parte dell’Europa e della Nato? Quale è il vero motivo di ciò che gli americani ci hanno imposto e i nostri pavidi governi hanno supinamente accettato? Se escludiamo gli inglesi, oramai pedissequi seguaci degli americani, e i polacchi ed i baltici vittime di fobie quasi degne di analisi psicanalitiche, cosa ne guadagnerebbero la Francia, la Germania, l’Italia e tutti gli altri membri dell’Unione? O piuttosto cosa perderebbero in questo braccio di ferro con un Paese che è la più grande riserva di materie prime al mondo e che non desidera altro che poter comprare da noi prodotti e know-how per il proprio sviluppo?

La risposta che i benpensanti ci offrono sta nel nostro voler difendere la democratica volontà del popolo ucraino. Eppure questa volontà democratica fu quella che, con regolari elezioni (certificate dall’Ocse), aveva dato vita a un legittimo Governo fatto poi cadere da dimostrazioni di piazza per nulla democratiche e probabilmente finanziate da Paesi stranieri. Forse i suddetti benpensanti considerano piuttosto i “diritti umani” calpestati dalla repressione di quelle manifestazioni e gli svedesi sono in prima fila su questo tema. Peccato che non abbiano avuto le stesse reazioni davanti al pogrom di Odessa contro cittadini ucraini di lingua russa. E peccato che nessun giornale europeo si soffermi sulle civili vittime incolpevoli dei bombardamenti di artiglieria del “democratico” esercito ucraino sulle città dell’est del Paese.
La verità, se mettiamo da parte menzogne e ipocrisie, non è purtroppo il nostro amore per la democrazia ne’ nella difesa di diritti umani di cui ci ricordiamo solo a fasi alterne e secondo convenienza.
Il vero obiettivo di quanto sta succedendo ha ragioni ben più prosaiche e non dichiarabili ufficialmente: qualcuno negli Stati Uniti crede ancora che la guerra fredda non debba finire e che la Russia, anche per le sue ricchezze naturali che fanno gola a troppi, non solo debba essere “contenuta” ma si debba puntare addirittura alla sua “dissoluzione”. Poiché iniziare una guerra aperta non è conveniente, si deve cominciare con l’indebolirla, umiliarla e, magari passando per possibili colpi di stato contro Putin, farla crollare per implosione. Non è per caso che diversi analisti politici americani si dilettino da tempo nello scrivere su ipotetiche guerre interne al Cremlino e sulle ipotesi di un “dopo Putin”.

Purtroppo, esattamente come fecero con l’Iraq di Saddam Hussein, questi novelli dottor Stranamore non pensano alle conseguenze se veramente si realizzasse quanto stanno fantasticando. A chi converrebbe una Russia spezzata in tanti pezzi o magari ancora unita ma indebolita dall’assenza di un vero potere centrale? Cosa ne sarebbe del suo potenziale nucleare? Chi fermerebbe il dilagare cinese in Asia? Quale nuova anarchia colpirebbe tutti gli stati dell’Asia Centrale?
Tante domande, queste e altre, a cui è difficile dare risposte sensate ma che una certezza ce la lasciano: chi oggi vuole “punire la Russia sta giocando masochisticamente col fuoco. E chi in Europa dà loro corda penalizzando, già sul breve, tutta la nostra economia è, quanto meno, non lungimirante e dimostra di non essere all’altezza della posizione che ricopre.

Dario Rivolta, politico, saggista, esperto di politica internazionale

Analisi di

8 ottobre 2014

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