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È un curdo iraniano l'eroe dell'attentato a Würzburg

di Simone Zoppellaro

DA STOCCARDA – Mentre ancora si dibatte, qui in Germania, se l’attacco compiuto venerdì a Würzburg – costato la vita a tre persone, brutalmente uccise a colpi di coltello da un giovane somalo – possa considerarsi con certezza un attentato di matrice islamista, riemergono le dinamiche usuali che hanno caratterizzato, negli ultimi anni, simili tragedie. Da un lato, come scrive Klaus Hillenbrand sul Tageszeitung, “c'è la tendenza a minimizzare questi attacchi perché si vuole evitare di dare ai radicali di destra e ai populisti nutrimento per le loro idee razziste”. Dall’altro, riaffiora un web che trabocca d’odio, grazie a una minoranza di tedeschi (e non solo) pronta a scagliarsi contro la Merkel e la sua politica di aperture, sfruttando – e quasi esultando, verrebbe da dire – ogni crimine compiuto da stranieri.

La realtà, lo si comprenderà facilmente, è assai più semplice e, insieme, complessa. Che esista un problema con una frangia della comunità musulmana tedesca è un dato che è impossibile negare: diversi gli attentati, purtroppo: dall’attacco del 2016 al mercato di Natale di Berlino a tanti episodi minori, fra cui – nei pressi della stessa Würzburg – un attacco a un treno nel 2016. Ma pesa anche un clima di minacce e di paura seminato da tali frange – oltre che dai Lupi Grigi turchi, il più grande gruppo di estrema destra presente sul suolo tedesco, secondo i dati delle autorità di Berlino – che ha creato non poche tensioni, e atti violenti, contro le varie comunità che risiedono in Germania, oltre che contro politici e attivisti.

Ma è altrettanto vero che la convivenza, assai più qui che altrove, è un fatto compiuto, per una fascia di popolazione – quella di origine straniera – che in diversi grossi centri urbani è prossima ad essere o è già maggioranza, dati statistici alla mano. Sottovalutare un aspetto piuttosto che un altro significa solo fornire una prospettiva ideologica sulla realtà, dando adito, a volte, anche a speculazioni che sfociano nel complottismo, e rintuzzando un odio che – anche a causa della pandemia – si innesta su disagi sociali e culturali mai come oggi marcati ed allarmanti.

Così, nell’orrore di un attacco che – come testimoniano i tanti video realizzati in presa diretta – è stato di una violenza inaudita, si ha anche un’immagine positiva: quella dei tanti cittadini, spesso di origine straniera, che hanno fronteggiato la follia omicida dell’assalitore impedendo che altre vite potessero essere perdute. Fra loro – forse il più coraggioso di tutti – un 42enne curdo iraniano, Chia Rabiei. “Non stavo pensando al pericolo. Pensavo solo a fermarlo, in modo che nessun altro si facesse male”, ha commentato l’uomo, che si trova solo da alcuni mesi in Germania e dimora in un rifugio per richiedenti asilo.

Armato del suo zainetto, Rabiei si è avvicinato e ha fronteggiato con un coraggio straordinario un assassino che gli brandiva contro il suo coltello. Seguendo il suo esempio, molte persone hanno iniziato ad accerchiare l’assalitore, fino a guidare, sempre con Rabiei in testa, la polizia a fermarlo. Commentando il suo atto – che gli è valso una menzione personale dal primo ministro bavarese Markus Söder – ha raccontato di come per lui, curdo d’Iran, sia normale spendersi per gli altri in situazioni di necessità o pericolo.

Niente di più vero. Avendo vissuto cinque anni in Iran, frequentando molti amici curdi come lui, non posso che confermare, sia per il grande cuore di una comunità che ha subito oltre un secolo di persecuzioni, sia per la durezza della repressione del regime iraniano contro di loro. Ricordo i loro giornali clandestini, che mi passavano e nascondevo accuratamente nel mio appartamento, dove si parlava delle torture e esecuzioni contro di loro in Iran. E ricordo anche gli amici curdi saltare a piè pari le bandiere israeliane che, in diversi luoghi pubblici ad Isfahan, si era invitati e quasi forzati a calpestare.

Il destino dei curdi iraniani, per molte ragioni, non è purtroppo mai finito sotto l’occhio dei riflettori, a differenza di quanto avvenuto in Turchia, in Siria o, più di rado, in Iraq. Eppure, si tratta di donne e uomini straordinari, che meritano supporto nelle loro rivendicazioni di uguaglianza in patria, ma anche in un’accoglienza che li salvi dalla mano dei loro carnefici. E questo non solo a vantaggio loro, ma anche nostro.

Grazie a persone come Rabiei, a ben vedere, oggi la Germania è un Paese aperto e sicuro, dove vale la pena vivere. Si parla spesso per i migranti – quasi fossero oggetti – di risorse economiche, o di integrazione – quasi si dovesse rimpiazzare la loro cultura –; ma la realtà è che il nostro paese è più bello e più sicuro proprio grazie a persone come lui.

Non chiudiamo gli occhi, dunque, di fronte a chi semina il terrore, neanche per un attimo; ma non dimentichiamoci mai, allo stesso tempo, che i nostri migliori amici e alleati per fronteggiarlo sono spesso migranti come l’eroe di Würzburg. Persone che quella stessa violenza l’hanno dovuta fronteggiare non un solo giorno, ma tutta la vita.

Analisi di

28 giugno 2021

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