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Un genio fallito

Amedeo Vigorelli su Martin Heidegger

Martin Heidegger

Martin Heidegger

La polemica su Heidegger e il nazismo è fuoruscita ormai dai circuiti accademici, per invadere il variopinto mondo della comunicazione e dei social network. Sono lontani i tempi in cui Jaspers, Adorno o Carnap, muovendo da opposte prospettive ideologiche (spiritualismo, marxismo, neopositivismo), mettevano sotto accusa il pensiero dell’essere del solitario di Meßkirch, bollandolo come intrinsecamente reazionario e politicamente compromesso con Nazionalsocialismo. E forse sono consumati anche i tempi in cui le popolose famiglie di ermeneuti, fenomenologi e decostruzionisti (francesi e italiani soprattutto) si confrontavano accesamente (ma in fondo pudicamente) tra loro, circa le implicazioni conservatrici del suo pensiero, la continuità o discontinuità tra il primo e il secondo Heidegger, dividendosi tra accusatori implacabili (Victor Farias) e avvocati difensori (François Fédier, Gianni Vattimo) che cercavano di salvarne la fama di pensatore imprescindibile della contemporaneità, ora con argomenti storici, ora con distinzioni un po’ acrobatiche tra ciò che può valere in teoria e ciò che vale nella pratica.

Ormai il dibattito (e lo scandalo) è fuoriuscito dai recinti universitari e minaccia le certezze del senso comune. Così il Corriere della Sera può intitolare: nei Quaderni neri del 1942-1948, di prossima pubblicazione (non dimenticate di comprare il libro), è rivelata finalmente la verità sull’antisemitismo di Heidegger, mediante le sue stesse parole. Con la Shoah “gli ebrei si sono autoannientati”: altro che piangersi vittime di una ingiustizia unica e di un male radicale senza precedenti e senza misura comune con la nostra umanità! L’articolo diventa “virale” (parola orrenda, ma che pare ormai obbligatorio usare) sui social network e proprio da qui Gianni Vattimo risponde, salvando l’Heidegger grande pensatore della tecnica dal pover’ uomo (un tipico professore tedesco), che aveva idee un po’ confuse sulla politica (mentre il nostro, come ben noto, ha idee chiarissime e coerentissime, in tal campo, da alcuni decenni almeno).

Che dire di fronte a un tal frastuono, che avrebbe indotto Leopardi, se ancora fosse vivo e in salute, a scrivere forse nuovi Paralipomeni alla Batracomiomachia? Direi che la questione vada impostata sul piano del giudizio morale e della deontologia professionale dei filosofi, prima e indipendentemente dal fatto che essa venga mai del tutto rischiarata dal metodo storico e filologico. Liberi gli studiosi di dividersi ancora per anni tra Destre e Sinistre (quasi Heidegger fosse il nuovo Hegel); liberi i giovani studenti di filosofia di appassionarsi e di soffrire sulla prosa oscura del novello Platone, compiangendo o scusando l’antica debolezza di quanti nei secoli hanno vagheggiato “la filosofia al potere”, per le peggiori tirannie e totalitarismi (del resto, le loro erano innocue utopie). Ma un criterio più semplice, invalso come etica della responsabilità (nella versione kantiana) o come consequenzialismo (nella versione empirista) può essere applicato anche ai maestri del pensiero. 

Hannah Arendt lo ha invocato a proposito di Eichmann, nella celebre (e sempre fraintesa) definizione della banalità del male. Con essa, non voleva certo giustificare la responsabilità dei carnefici, rendendo corresponsabili le vittime del male sofferto. Ella intendeva piuttosto indicare nel pensare la vera fonte della responsabilità etica. La banalità insorge appunto nella rinunzia al pensiero, da parte di chi si professa semplice esecutore di ordini, con la buona coscienza del burocrate. Sembrerebbe, dunque, per principio escluso chi – come Heidegger – non ha mai rinunziato al pensiero, ma ne ha fatto l’attività esclusiva, sottratta alla pratica, dopo le dure lezioni della storia. Ma nell’età del totalitarismo (per alcuni, il Nazismo come male assoluto e unico; per altri, più smagati o disingannati, il Supercapitalismo o la Superciviltà odierna, con i suoi ormai riconosciuti tratti universalistici) non può esistere più separatezza contemplativa tra teoria e prassi, né buona coscienza professionale (burocratica, di ruolo, di ceto politico o accademico), che difenda l’intellettuale dall’accusa dell’ultimo uomo, che grida ormai dalle piazze ai potenti: il re è nudo. Certo, il più spregevole, con Nietzsche, ma anche il più simile a noi, quando osiamo guardarci nello specchio, ma non per un’auto-conferma narcisistica). Heidegger non è né più né meno corresponsabile del tedesco comune (quei “mirmidoni”, che la Merkel difende con tanto accanimento dalle minacce provenienti dalle “cicale” greche o magno-greche) della banalità del male novecentesco. Peccati di omissione, indifferenza, viltà, vanità, cedevolezza alle sirene del potere, hanno convissuto con la dignità dei pochi uomini morali, che hanno saputo sacrificare qualcosa del proprio amore di sé al senso (innato o coltivato) di giustizia. 

Oggi li chiamiamo i giusti, e ne curiamo la preziosa memoria. Forse potremmo definirli semplicemente non banali, ossia individui che non si sono lasciati assorbire dalla massa, per confondere la propria singolare (e insostituibile) responsabilità. Quello di divenire persone è un peso come il sostenersi in vita, ma è alla portata di tutti ed è non meno necessario. Le giovani e promettenti leve intellettuali possono ben continuare ad aspirare alla gloria del genio, purché ricordino che anche il genio può miseramente fallire, quando coltiva unilateralmente il pensiero e smarrisce la propria umanità.

Amedeo Vigorelli, docente di Filosofia morale all'Università degli Studi di Milano

Analisi di

12 febbraio 2015

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