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Un mondo con noi

di Manuela Dviri

I manifesti elettorali di Netanyahu ed Herzog

I manifesti elettorali di Netanyahu ed Herzog EPA/ABIR SULTAN

Che trambusto ed energia vitale il giorno prima sul lungomare, e quanta passione: cartelloni e musica ovunque, radio ai massimi volumi, discussioni in ogni angolo di strada, dibattiti infuocati, e il tutto sotto un sole smagliante.

Tel Aviv votava per il cambiamento con altissima affluenza alle urne e tensione alle stelle.

Avevamo pranzato in un ristorante Casher nella vecchia stazione ferroviaria di Tel Aviv e il cameriere, un estroverso ragazzo con la kippà (lo zucchetto dei religiosi) era talmente certo che avessimo votato il partito di Bennet, quello dei coloni, che voleva farci lo sconto, preso dall’entusiasmo. È finita che ci ha offerto due boccali di birra ghiacciata per farsi perdonare l’imbarazzante gaffe “…ma io scherzavo, non credevo che potesse considerarla corruzione elettorale, anche suo marito porta la kippà, così pensavo…” ha cercato di scusarsi. Ce ne siamo tornati a casa sorridenti, leggermente brilli.

Verso sera sono arrivati i primi risultati degli exit poll: un testa a testa tra il razionale Herzog dalla voce chioccia e il carismatico Benjamin Netanyahu, detto Bibi, dalla voce suadente e stentorea. Alcuni urli di gioia. Chissà da dove, chi, e perché. Nessuno aveva comunque vinto.

Siamo andati a letto un po’ tristi. Ci siamo svegliati la mattina sotto shock: nella notte il premier aveva superato l’avversario di ben sei seggi. Si era letteralmente bevuto (nuovo termine coniato per l’occasione), buona parte dei voti dell’estrema destra. E al diavolo gli exit poll, tutti uguali, tutti sbagliati, e le proiezioni, e i sondaggi e le previsioni online.

È stata una giornata molto strana, quella che è seguita. Come ovattata, e silenziosa. Di elaborazione della notizia e poi di delusione, tristezza, paura del futuro che ci attende. “Solo io posso darvi sicurezza”, aveva affermato Bibi nelle ultime ore prima del voto, aggiungendo appelli accorati ai suoi elettori, per poi sparare a raffica contro il riconoscimento dello Stato Palestinese, il ritiro dai territori, la sinistra, la stampa, i media in generale, la minoranza araba, e poi i nemici veri e quelli immaginari, suoi e di sua moglie, la terribile e odiata Sara. Sono rimaste impresse , durante la propaganda elettorale, due affermazioni: “Non ci sarà uno stato palestinese” e “correte a votare: gli arabi stanno precipitandosi alle urne grazie ad autobus organizzarsi dalla sinistra”

È stata, dal suo punto di vista, una tattica geniale. Alcune ore dopo aveva vinto le elezioni.

Il 50% della popolazione israeliana non ha apprezzato.

E Obama non ha per niente gradito.

Il Presidente degli Stati Uniti non ha certo perdonato a Bibi lo sgarbo del discorso al Congresso, né le dichiarazioni fatte durante la propaganda elettorale.

Frustrato, ci ha messo ben due giorni per decidersi a telefonare per ”congratularsi”.

Ma non conosce il nostro Premier come lo conosciamo noi.

Nessuno in Israele si è infatti stupito quando Bibi, in un rapidissimo voltafaccia, si è affrettato a smentire le sue stesse affermazioni fino a chiedere pubblicamente scusa agli arabi israeliani (ma non ai loro rappresentanti alla Kenesset).

Obama, purtroppo, sembra ben deciso a non lasciarsi convincere e a voler consumare la sua vendetta: in un’intervista all’Huffington Post si è dichiarato poco convinto dell’improvviso cambio di opinione del Premier, prendendo come buone le dichiarazioni fatte durante la campagna elettorale, e non le ritrattazioni fatte alcuni giorni dopo e minacciando un cambiamento nell’atteggiamento degli Stati Uniti nei confronti di Israele, soprattutto al Consiglio di Sicurezza dell’Onu.

E noi ne pagheremo il conto. In Israele l’atmosfera creatasi durante le elezioni sta dando i primi risultati, e ha già provocato atti di violenza contro due artisti noti per le loro idee di sinistra: lo scrittore e artista Jonathan Geffen e la cantante Noa.

L’esercito già teme l’inizio di una terza Intifada.

Insomma, ci attendono giorni tutt’altro che facili.

Ma il pessimismo non è un’opzione, e bisogna continuare a vivere e a lavorare per questo Paese. Al contrario di Obama noi non abbiamo altra scelta.

Per fortuna, com’è cresciuto il Likud di Netanyhau, è cresciuto anche il centro sinistra di Herzog e Livni, mentre si sono estremamente rimpiccioliti i partiti di estrema destra che ambivano ai ministeri degli Esteri (Libermann) e della Sicurezza (Bennet). Il Likud, il grande vincitore, probabilmente vorrà tenerseli.

Magra consolazione, ma tant’è.

Mentre scrivevo queste righe mi è tornata in mente quella bella giornata di sole alla vecchia stazione ferroviaria di Tel Aviv e l’estroverso ragazzo con la kippà del ristorante Casher. Anche lui, alla fine, ci sarà rimasto male. Abbiamo perso proprio tutti.

Ha vinto solo Bibi. Non aveva proprio nessuna intenzione di tornarsene a casa dalla sua Sara.

Manuela Dviri, scrittrice e giornalista

Analisi di Manuela Dviri, scrittrice e giornalista

25 marzo 2015

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