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Un pacifismo assoluto come copertura della violenza?

di Giovanni Cominelli

Il mondo reale e il mondo dei pacifisti, almeno così come ce li presenta Carlo Rovelli sul Corriere della Sera dell’8 gennaio, non potrebbero essere più sideralmente distanti. 

Il mondo reale: c’è un Paese – la Russia – che aggredisce l’Ucraina, perché ritiene che il popolo russo e il popolo ucraino sono un popolo solo e che, piaccia o no, l’Ucraina deve appartenere alla zona d’influenza russa. Tanto più che l’Ucraina sta scivolando da anni verso l’Europa e verso la NATO.

Alle spalle sta la teoria geopolitica dell’euroasiatismo. Secondo questa teoria, la Russia ha una vocazione di civiltà nazional-imperiale, che coinvolge l’Est europeo centro-balcanico, fino a Istanbul, e l’Ovest asiatico più vicino, fino alla Cina. “Ortodossia, popolo, autocrazia”, questa la piattaforma elaborata nel periodo zarista della seconda metà dell’800, che Putin ha letteralmente ripreso. In profondità scorre carsicamente un fiume “teologico”: Mosca come Terza Roma ortodossa, vocata a salvare l’Occidente materialista, individualista, immorale e decadente.

Timofei Sergeitsev, politologo molto accreditato al Cremlino, aveva già scritto nel maggio del 2021, parlando dell’Ucraina, che era necessaria “l’eliminazione dei vertici della sua leadership, ma anche l’eliminazione degli stessi nazisti dall’influenza e dal coinvolgimento nell’ideologia e nella pratica naziste”. Dunque “una pulizia totale”, “eliminando alla radice ogni elemento nazionalista ucraino, compresa la stessa nozione di “Ucraina” come entità distinta dalla Russia”: “un Paese denazificato non può essere sovrano. Lo stato denazizzante – la Russia – non può procedere da un approccio liberale riguardo alla denazificazione”. L’Ucraina – e gli ucraini – quindi, deve cessare di esistere. Si chiede una politica di sterminio e di russificazione. Nulla di nuovo. È stata per due secoli la politica degli Zar e poi di Stalin.

D’altronde, le circostanze politiche favorevoli per un’annessione dell’Ucraina non mancavano all’inizio del 2022. Come osserva Francesco Strazzari in “Frontiera ucraina”, “l’affanno economico causato dalla pandemia di coronavirus, il ritiro americano da Kabul, la fine dell’era Merkel in Germania, le incertezze per il voto presidenziale in Francia e, più in generale, il montare delle forze politiche sovraniste e nazionaliste in Europa disegnano una cornice propizia per concepire un’azione risoluta e risolutiva”.

Detto fatto! Nella notte del 24 febbraio 2022 Putin tenta di occupare la capitale, di liquidare il governo legittimo e di assassinare Zelensky. Fallito tragicamente il blitz all’aeroporto di Hostomol, la Russia ha incominciato a bombardare, a fare stragi di civili, a scavare fosse comuni, a torturare, stuprare, uccidere, a ridurre le città a cumuli di macerie. A quasi un anno da quella notte, i bombardamenti quotidiani continuano, senza tregua. Quella di Natale si è rivelata fasulla.

Secondo una statistica, stilata, forse, da un Salomone redivivo, sarebbero già stati uccisi 100 mila soldati ucraini e 100 mila russi. Ne sapremo di più, forse, tra qualche anno. Intanto, intere città e villaggi rasi al suolo.

Che occorra fermare questa “inutile strage” è opinione di ogni persona per bene su questo pianeta.

Come farlo? È qui che compaiono il mondo reale e quello dei pacifisti, convocatisi a Verona, capitale del pacifismo per un giorno, il 7 gennaio.

Dopo due guerre mondiali, gli esseri umani, divisi per nazioni, territori, culture e Stati sovrani – ma i pacifisti di Verona credono che esista solo l’umanità e basta – hanno creato degli organismi sovranazionali e delle regole – si chiama diritto internazionale – per prevenire i conflitti e, quando comunque scoppiano – per porvi fine. La prima regola fondamentale è quella del rispetto della sovranità degli Stati, quale che sia il regime al loro interno. La base della pace è il rispetto dei confini, che non sono stati tracciati da un Dio agrimensore, ma dalla storia sanguinosa degli uomini.

In particolare, se uno Stato-nazione è grosso, non perciò è autorizzato a schiacciare il vicino più piccolo. La prima regola è che la forza non è una regola. E chi la pratica deve essere bloccato. Come? Con la moral suasion, se l’invasore si persuade, sennò con la forza, legittimata internazionalmente e, se necessario, rinforzata internazionalmente.

Ma a Verona si è dichiarato solennemente “… che un confine non vale la vita di migliaia di giovani che muoiono, per ordine altrui, per spostarlo qualche chilometro più a Est o a più Ovest”. Già, come se i confini non avessero a che fare con la storia concreta degli uomini, ma fossero capricci passeggeri. Come se i confini non separassero istituzioni, culture, lingue, civilizzazioni, regimi.

Andrea Riccardi ha lamentato che “il governo ucraino abbia rifiutato il cessate il fuoco e predichi una guerra a oltranza fino alla completa vittoria”. Solo che per gli Ucraini “la completa vittoria” non consiste nel conquistare un pezzo di territorio russo, ma semplicemente nel ripristinare la piena sovranità sul proprio, sanguinosamente violata dai Russi. Se la Resistenza ucraina a oltranza comporta il sacrificio di migliaia di morti, il suggerimento implicito che viene da Verona è che non vale la pena che si combatta e si muoia per la sovranità nazionale e per le libertà che ne conseguono. Se uno Stato più grosso divora quello più piccolo, pazienza!. L’importante è sopravvivere. No, per i pacifisti la difesa delle proprie libertà è un puro purissimo accidente. La storia appartiene ai forti, i deboli si pieghino. Se Golia si erge minaccioso, Davide se la dia a gambe. Mons. Pompili, vescovo di Verona, tocca l’apice del cinismo ineffabile, quando dichiara: “Ci focalizziamo su alcuni orrori, per giustificare una pretesa di dominio su miliardi di esseri umani”. “Alcuni orrori”: Bucha, gli stupri, le torture, gli esodi forzati, la distruzione di migliaia di abitazioni, l’esodo di milioni di profughi… Una reiterazione dell’Holodomor a 90 anni di distanza..

Al fondo, Carlo Rovelli chiarisce bene il punto: il vero colpevole è l’Occidente, sostantivo cui Putin aggiunge l’aggettivo “collettivo”. “L’Occidente, che si autodefinisce «comunità internazionale», è una piccola isola nel pianeta, ha perso il dominio economico, ha perso il dominio culturale, mantiene uno strapotere militare con cui impone il suo predominio su una ben più vasta umanità, che sempre di più non ne vuole più sapere della nostra arroganza”.

Democrazia, libertà, diritti umani e civili sono puri flatus vocis… occidentali. Alla fine, questo pacifismo assoluto funziona come copertura della violenza bruta degli oppressori.

Forse servirebbe ai nostri cattolici pacifisti leggere la Dichiarazione - pubblicata da “La nuova Europa”, nata nel 1960 come “Russia cristiana ieri e oggi” - di un gruppo di cristiani russi, che non possono firmare direttamente, perché esposti alle rappresaglie di Putin, ma che compaiono in video, rischiando comunque il carcere.

Tra i punti della loro piattaforma: “l’aggressione militare russa contro l’Ucraina è un delitto contro la legge divina”; “ i crimini reali o immaginari degli altri Stati non possono giustificare i crimini commessi dal nostro”; “… denunciare il male e sostenere il ritiro immediato delle truppe dall’Ucraina”…

Lo slogan non è “tutte le armi tacciano”, bensì “le armi russe tacciano”, perché se i Russi si ritirano nei propri confini, anche le armi ucraine taceranno. Improbabile che gli Ucraini vogliono andare a Est verso la Russia. Tendono piuttosto, per loro libera scelta, a Ovest.

Giovanni Cominelli, giornalista

Analisi di

11 gennaio 2023

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