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Un “poliziotto buono” per prevenire i genocidi. Con i Giardini dei Giusti possiamo aiutarlo

di Gabriele Nissim

Una riflessione di Gabriele Nissim, presidente della Fondazione Gariwo, sul valore dei Giardini dei Giusti come luoghi di educazione alla vigilanza rispetto alla condizione dei diritti umani nel mondo, al Convegno "Progetto Genesi. L’Arte di educare al valore dei Diritti Umani".

Dopo la Seconda guerra mondiale, nel dicembre del 1948, le Nazioni Unite hanno approvato quasi contemporaneamente due importanti risoluzioni che avrebbero dovuto creare un orizzonte giuridico per garantire il rispetto della persona umana e di qualsiasi gruppo nazionale o etnico minacciato nella sua esistenza, come era accaduto tragicamente agli ebrei e agli armeni per responsabilità dei nazisti e della Turchia.

Si tratta della Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo, presentata da Eleanor Roosevelt, che per la prima volta sancì l’uguaglianza di tutti gli individui in trenta articoli di una semplicità e di una chiarezza incredibili, e della Convenzione delle Nazioni Unite per la prevenzione e repressione dei genocidi, nata dall’ostinazione di Raphael Lemkin, che per la prima volta nella storia chiamò l'umanità a farsi carico di un nuovo comandamento morale.

Il comandamento “non uccidere”, infatti, riconosciuto a livello nazionale, non riguardava mai l’esistenza dell'altro durante la guerra o di una minoranza etnica in tempo di pace.

Era un reato uccidere i propri, mentre lo si poteva fare impunemente nei confronti di quelli considerati diversi e nemici. Era dunque lecito l’omicidio dei gruppi umani che non corrispondevano alla propria cultura e identità. Per questo, Lemkin coniò il termine “genocidio”, che indicava l’annientamento culturale e fisico di ogni minoranza esclusa dal suo diritto all’esistenza, e sollecitò la comunità internazionale a immaginare un nuovo imperativo morale (mai più!) che dopo la Shoah avrebbe dovuto essere alla base di una nuova etica tra le nazioni.

“Non commettere un genocidio” era l’XI comandamento non previsto dal Decalogo. Con queste due risoluzioni, ogni persona minacciata nella sua dignità personale e ogni popolo o minoranza nazionale in pericolo per la sua esistenza poteva appellarsi alle Nazioni unite per la propria protezione.

Se Antigone, per la sepoltura di suo fratello, faceva appello alle leggi non scritte degli dei, ora per la prima volta nella storia dell’umanità, si era immaginata una legge che non si basava solo sulla profondità della coscienza morale del singolo, ma che poteva essere garantita da un nuovo ordinamento internazionale che se ne faceva carico.

Chi era perseguitato, come osservava Raphael Lemkin, avrebbe potuto trovare un giudice imparziale e un “poliziotto salvatore”, rappresentati dalle Nazioni Unite, che sarebbero venuti in suo soccorso.

Noi siamo consapevoli di quanto questo “poliziotto salvatore” si sia dimostrato silenzioso, distratto, impotente, a causa soprattutto dei veti delle superpotenze e di chi manipola la situazione dei diritti umani cercando di nascondere o giustificare crimini e persecuzioni, ma anche della mancanza di coraggio e di decisione, come nel caso dei massacri di Srebrenica o del Ruanda, dove con un intervento internazionale sarebbe stato possibile salvare migliaia di vite.

Quello che doveva essere un angelo custode dell’umanità ha fallito troppe volte nei nostri tempi, dall’Iran, all’Arabia Saudita, all’Afghanistan di fronte alle persecuzioni delle donne, e nulla ha potuto di fronte all’invasione russa dell’Ucraina e a quella azera in Armenia e in Nagorno Karabakh. E pensiamo alle preoccupazioni degli abitanti di Taiwan, che hanno paura di essere un giorno lasciati soli, come accade alla minoranza degli uiguri rinchiusi nei campi di rieducazione nello Xinjiang.

Come aiutare allora questo “poliziotto buono”, immaginato da Eleanor Roosevelt e da Raphael Lemkin, a svolgere il suo ruolo a garanzia dei diritti degli uomini e dei popoli?

Dobbiamo aprire una riflessione su come sia mancata una informazione globale sullo stato dei diritti e sui pericoli di genocidio. La maggior parte dei parlamenti ha votato, per esempio, la convenzione di Lemkin, ma non ci sono stati poi ambiti di discussione per fare il punto sulle possibili misure di prevenzione da adottare. Per questo motivo, ci siamo fatti promotori al Parlamento italiano della creazione di una figura istituzionale che ogni anno faccia un report sulle situazioni più critiche a livello internazionale.

Se non si svolge nella società, e in particolare nella scuola, un costante percorso educativo, non si creano poi le condizioni per una mobilitazione dell’opinione pubblica a sostegno dei principi indicati dalle due risoluzioni, quando le istituzioni rimangono in silenzio.

La conoscenza e l’informazione sono il presupposto per un’assunzione di responsabilità individuale e politica. Gariwo nei suoi venti anni di attività ha creato uno strumento originale per dare supporto morale agli organi internazionali di custodia e di prevenzione. Sono i Giardini dei Giusti dell’umanità, che proponiamo in ogni paese del mondo.

Essi svolgono un duplice ruolo: una educazione delle coscienze degli individui alla responsabilità personale e una informazione costante sui genocidi e crimini del passato e del presente.

Il metodo è, però, del tutto innovativo. I Giardini non sono dei luoghi che ricordano il dolore e le vittime del passato, come possono essere i monumenti e i memoriali.

Con alberi piantati in loro onore, raccontano le storie delle donne e degli uomini che in ogni angolo della terra hanno compiuto degli atti di aiuto e di soccorso alle persone.

Queste persone le chiamiamo Giusti, con un significato più ampio di quello dato in Israele dalla Fondazione Yad Vashem. Giusti non sono soltanto quei non ebrei che hanno salvato gli ebrei durante la Shoah, ma qualunque essere umano che nell’ambito delle sue possibilità ha avuto il coraggio di difendere la dignità umana.

La conoscenza di queste storie, spesso relegate nell’oblio, permette alla società di comprendere i meccanismi attraverso cui gli individui da semplici spettatori possono trasformarsi in attori consapevoli della prevenzione dei genocidi e della difesa dei diritti degli esseri umani. Ciò fa comprendere come l’orizzonte delineato dalle Nazioni Unite sia una possibilità concreta a partire dall’impegno di ogni persona.

I Giardini, con le loro attività, spingono la società in tre direzioni. Stimolano l’opinione pubblica, gli educatori, gli intellettuali e i giornalisti a ricercare nel mondo e nel proprio paese gli uomini migliori, che cercano di farsi argine rispetto ai genocidi e sono capaci di diventare sentinelle del male quando si avvertono nel dibattito pubblico - e ora soprattutto nei social media - i primi segni di violenza nel linguaggio, nel disprezzo delle persone e delle minoranze etniche, religiose e culturali.

Si crea quindi, dal basso, un’abitudine costante a valorizzare quella che in ogni epoca Moshe Bejski, l’artefice del Giardino dei Giusti di Yad Vashem, e Vasilij Grossman definivano l’élite dell’umanità in grado di “salvare l’umano nell’uomo” in qualsiasi circostanza.

In secondo luogo, i Giardini educano le società a esprimere gratitudine verso le persone che in ogni parte del mondo rompono il muro dell’indifferenza e rendono visibile il male che per il nostro quieto vivere preferiamo non vedere. La gratitudine rappresentata nei Giardini non è soltanto un riconoscimento morale dovuto, ma è un atto concreto di solidarietà che dà più forza e coraggio a coloro che operano in circostanze difficili. La visibilità dei Giusti sulla scena pubblica rende più difficile il percorso dei carnefici e dei dittatori. Le dittature e gli stati genocidari vincono quando i resistenti vengono lasciati soli, perché questo è il segnale della nostra indifferenza e passività. È come se dicessimo un silenzioso sì alle loro azioni in nome del nostro quieto vivere.

In terzo luogo, gli esempi morali dei Giusti hanno un effetto terapeutico sulle persone, che può ricordare lo spirito dell’oracolo di Delfi, che invitava gli esseri umani a conoscere se stessi per guarire dai loro errori, o l’insegnamento socratico che scuoteva con l’arte della maieutica le coscienze dei greci.

Il punto fondamentale dell’insegnamento dei Giusti non è quello che comunemente si crede, soprattutto in un paese di tradizioni cattoliche come il nostro dove spesso si ritiene che la sofferenza sia la strada obbligata che porta alla virtù. È quest’ultima la ragione per cui spesso si confondono le vittime con i Giusti. Tutt’altro. Le vicende di queste persone dimostrano che chi si comporta in un certo modo sviluppa appieno la sua personalità e ricchezza umana. Come scriveva la filosofa ungherese Agnes Heller, i Giusti sono una manifestazione della bellezza umana che attrae e crea emulazione. Coloro che sviluppano un senso etico, trovano nella propria solitudine una soddisfazione e una felicità che altri non conoscono, anche se poi la vita li pone davanti a scelte difficili e controcorrente.

Naturalmente, non stiamo celebrando dei santi o dei “super eroi”, come qualche volta accadde. Non esiste nessun essere perfetto su questa terra, né tantomeno lo sono i Giusti. Proprio la loro umanità, con tutte le ambiguità e debolezze che li contraddistinguono, rende più facile comprendere e sentire vicine le loro gesta e innesca meccanismi di emulazione. È il bene possibile e umano che attrae, perché in questo modo si comprende che una scelta etica è alla portata di tutti e non significa necessariamente sacrificio e rinuncia.

Se rispetto a questa metodologia sempre in evoluzione si crea una vita attiva, attorno ai Giardini dei Giusti come luogo di discussione, di confronto e di nuovi atteggiamenti sociali, può prendere vita lo strumento pratico mancante alle due risoluzioni delle Nazioni Unite.

Immaginiamo questi Giardini come una grande agorà, un tempio civico dedicato al valore della persona umana, dove i visitatori sono sollecitati a diventare cittadini che si assumono una responsabilità, non solo per il proprio paese, ma per le sorti del mondo intero. Rappresentano, così, il luogo, come suggerisce Liliana Segre, che ci insegna a non essere indifferenti. A differenza del passato, quando la passività ha permesso i peggiori crimini.

I Giardini dei Giusti possono così essere la nuova coscienza morale collettiva che di volta in volta costringe gli stati e le istituzioni internazionali a prendere posizione. Questi luoghi possono diventare il braccio culturale necessario al sogno istituzionale di Eleanor Roosevelt e di Raphael Lemkin, in un percorso che non avrà mai fine. Possono creare una formidabile spinta dal basso per denunciare ogni aporia nei diritti umani nel mondo e ogni segnale di un nuovo genocidio.

Come scriveva il filosofo ceco Jan Patočka, i genocidi e le persecuzioni fanno parte delle forze della notte della condizione umana, ma ci può essere un luogo, in ogni città, che racconti con evidenza la possibilità di accendere la luce e la speranza, perché è sempre l’uomo a poter scegliere.

L’impresa di Gariwo e dei suoi Giardini dei Giusti potrà riuscire meglio nel mondo se avrà il sostegno delle istituzioni e delle forze migliori del nostro paese.

È questa la richiesta che faccio in questa conferenza, ma che ripeto in ogni iniziativa che organizziamo nelle scuole e in tutti i comuni, perché soltanto la creazione di una rete solidale di persone e associazioni di diversa estrazione, può portare ad immaginare che l’imperativo “mai più” non sia solo un’esercitazione retorica, come accadde troppo spesso nelle giornate della memoria, ma si trasformi in una politica concreta e in un percorso possibile.

Sono ottimista, perché la propensione al bene e alla bellezza, nonostante i periodi bui della storia italiana, fanno parte del DNA della nostra cultura. L’Italia in questo percorso a sostegno di una nuova idealità di giustizia può, se lo vogliamo, essere all’avanguardia nella Comunità europea.

È dunque nelle nostre mani la possibilità di un “poliziotto buono”, che, come immaginava Lemkin, possa soccorrere le minoranze in pericolo come scrisse nella Convenzione delle Nazioni Unite per la prevenzione dei genocidi.

Gabriele Nissim, presidente di Gariwo

Analisi di

20 settembre 2022

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