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Un presidente post-verità

di Helena Savoldelli

Un'immagine dell'attacco al Campidoglio

Un'immagine dell'attacco al Campidoglio

Il fatto che la violenza delle parole diffusa negli USA dai sostenitori di Donald Trump e insita nelle teorie complottiste diffuse sul web si sia concretizzata nell’ormai tristemente noto a tutti assalto al Congresso statunitense non è una stranezza, ma la conseguenza di un sostegno alla menzogna che è arrivato a tutti i livelli anche politici - molti membri repubblicani del Congresso hanno ad esempio sostenuto la teoria delle elezioni truccate; e la dimostrazione di quello che i teorici dello hate speech e del linguaggio sul web ci hanno sempre detto, il mondo dei social media non è uno scrigno virtuale dal quale possiamo entrare e uscire ma è realtà che può diventare azione. 

Quello che è successo al Congresso era prevedibile ma nessuno l’ha impedito anche perché c’è un capitale politico, simbolico e culturale in gioco. E molti sono i giocatori d’azzardo che tentano di trarne profitto. Su tutti, quella parte del Partito Repubblicano descritta dal professor Timothy Snyder sul New York Times con il termine the breakers (gli interruttori), coloro che hanno interesse a rompere il sistema e prendere il potere senza democrazia, diversamente dai repubblicani gamers (i giocatori), che giocano con il sistema per mantenere il potere, sfruttando appieno le ombre dello stesso.

Facendo un passo indietro, possiamo dire che mettere in dubbio un risultato elettorale senza prove ma solo per fomentare l’idea dei brogli a danno del Partito Repubblicano (una tradizione che viene da lontano negli Stati Uniti e di cui Trump si è servito anche quando aveva vinto nel 2016) è già di per sé una minaccia alla democrazia il cui voto è uno dei capisaldi, se poi questo si unisce a quattro anni di governo da parte di un post-truth president (presidente post-verità), come lo definisce Snyder, allora il pericolo diventa ancora più concreto. Questa definizione rende perfettamente l’idea di quel clima di rinuncia alla verità che ha caratterizzato la presidenza Trump e in generale la diffusione incontrollata d’informazione tramite social media: sembra non essere importante se le notizie siano vere o false, le fonti e la competenza vengono messe in secondo piano, ciò che conta è che la notizia vada a soddisfare - in un momento storico di sfiducia e crisi di valori - un’esigenza di fondo di risposte semplici a quesiti complessi, spesso dando la colpa a qualcuno o qualcosa, "un'infinità di prove apparenti per qualsiasi condanna".

Il presidente uscente è stato molto capace di sfruttare questo sentimento, ha sviato l’attenzione dalla verità, dalla Storia, per portarla sulla spettacolarizzazione della propria persona, un mito che per alcuni è paragonabile a quello di un Dio, come nel caso di Qanon. Per questo, come scrive sempre Snyder, l’era Trump ha avuto più i tratti di un pre-fascismo che di una democrazia e come tale si è conclusa. “Come i leader storici fascisti, Trump si è presentato come l'unica fonte di verità. Il suo uso del termine "fake news" ricordava lo slogan nazista Lügenpresse ("stampa bugiarda"); come i nazisti, si riferiva ai giornalisti come nemici del popolo.” E non solo i giornalisti, Trump ha fatto passare l’idea che anche le istituzioni locali, lo Stato, gli esperti, i sondaggi fossero bugiardi in nome della sua teoria delle elezioni truccate, e questo è stato un vero colpo al cuore della democrazia e alla credibilità dei suoi fondamenti. La vampata di violenza al Campidoglio ha quindi le sue radici non solo nella Grande Bugia ma in una miriade di fattori ad essa collegati. Negli anni i tweet di Trump hanno costruito cumulativamente una grande narrazione divorziata da ogni criterio di verificabilità.

Le narrazioni di questo tipo, cospiratorie, intrise di vittimismo, come ha rilevato Hannah Arendt, attecchiscono particolarmente bene in menti sole, che non trovano altri significati e realizzazione personale nei rapporti sociali. Per queste decine di milioni di menti isolate e solitarie, Trump è un Trump-media: il gran sacerdote della verità e dell’informazione. Aspetto centrale di questa grande battaglia contro i fatti è anche il suo potente elemento razzista. Le elezioni sarebbero state manipolate dal voto degli afroamericani: la contesa infatti si è concentrata sulle città di Philadelphia e di Atlanta, nonché sull’intera Georgia (che il 6 gennaio ha consegnato a Biden il controllo del Senato). Regioni ad alta presenza di popolazione afro-americana.

Ciò che è accaduto ha reso ancora più chiaro quello che già sapevamo, che anche i social media hanno una grossa responsabilità nei confronti dell’informazione, del dialogo, e quindi anche della democrazia. La decisione di bloccare l’account Twitter di Donald Trump ha fatto molto discutere, ma a prescindere da che cosa sia più “giusto” fare, se bloccare l'account di un presidente che inneggia alla violenza e all'odio, limitarsi a segnalare le notizie false spiegandole, la cosa fondamentale è che sia passata l’idea che la discussione internazionale su questi temi è necessaria. Negli Usa e nel mondo in generale, c’è bisogno non solo di un ritorno dei valori democratici ma della verità, che non vuol dire, per citare Mark Zuckerberg, ergersi ad “arbitri della verità”, ma dare importanza all’autorevolezza delle notizie, all’educazione civica digitale, alla competenza di chi esprime un’opinione soprattutto se questa ha grande risonanza, riacquistare fiducia nella scienza e il gusto di un dialogo politico onesto che possa essere da esempio per le persone. I social media ci hanno dato l’illusione di poter avere la verità in tasca, dire quello che si vuole su tutto senza informarsi, conoscere, ma non è questo il tipo di conversazione che arricchisce la democrazia.

Analisi di Helena Savoldelli, Redazione Gariwo

14 gennaio 2021

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