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​Un sociologo chiamato Bauman

di Francesco M. Cataluccio

Il sociologo polacco Zygmunt Bauman (morto ieri a Leeds all'età di 91 anni) è stato uno dei più radicali, e popolari, critici del mondo contemporaneo. Era noto al grande pubblico per aver definito, usando una formula assai suggestiva, la realtà nella quale viviamo come “liquida”. Nel volume Modernità liquida (Laterza, 2002), Bauman spiega la postmodernità usando le metafore di liquido e solido. L’incertezza che attanaglia la società moderna deriva dalla trasformazione dei suoi protagonisti da produttori a consumatori. Egli lega tra loro concetti come consumismo e creazione di rifiuti “umani”, globalizzazione e “industria della paura”, smantellamento delle sicurezze e vita “liquida” sempre più frenetica e costretta ad adeguarsi alle attitudini del “gruppo” per non sentirsi esclusa. 

Nel mondo odierno, secondo Bauman, l’esclusione sociale non si basa più sull’estraneità al sistema produttivo o sul non poter comprare l’essenziale, ma sul non poter comprare per sentirsi parte della modernità. Il “povero”, nella vita liquida, cerca di standardizzarsi agli schemi comuni, ma si sente frustrato se non riesce a sentirsi come gli altri, accettato nel ruolo di consumatore. Bauman denuncia efficacemente l’alienazione moderna, la mercificazione delle esistenze e l’omologazione planetaria: “Abbandonate ogni speranza di totalità, futura come passata, voi che entrate nel mondo della modernità liquida”. La metafora della liquidità, da lui coniata, racconta l’epoca attuale: individualizzata, privatizzata, incerta, flessibile, vulnerabile, nella quale a una libertà senza precedenti fanno da contraltare una gioia ambigua e un desiderio impossibile da saziare.
Questa formula ha finito inevitabilmente col voler spiegare troppo cose, incasellando un mondo sempre più complicato e variegato, perfettamente del resto descritto in altri suoi libri, entro la gabbia di un’immagine che, tra l’altro, non chiarisce bene che cosa, al contrario, fosse (se mai è esistita) una “società solida”.

Bauman, cresciuto alla scuola del grande sociologo socialista Stanisław Ossowski, apparteneva a un gruppo di intellettuali polacchi, formatisi nel dopoguerra e legati inizialmente all’ideologia comunista, che furono costretti quasi tutti a emigrare all’estero, nel culmine dei loro studi, nel 1968, perchè considerati “revisonisti” e fatti oggetto di una vergognosa campagna antisemita: basta ricordare i filosofi e storici delle idee Leszek Kołakowski, Bronisław Baczko, Krzystof Pomian, o lo storico del teatro Jan Kott. Tutti grandi scrittori e maestri prima ancora che eccellenti studiosi.
Emigrato prima in Israele (dove insegnò all’Università di Tel Aviv) e poi in Gran Bretagna (dove, dal 1971, tenne la cattedra di Sociologia all’Università di Leeds), Bauman, assieme alla moglie Janina (autrice di due notevoli libri di memorie: Inverno nel mattino e Un sogno di appartenenza, entrambi pubblicati da il Mulino), faticò non poco a trovare un suo spazio nel dibattito intellettuale europeo: il suo marxismo critico, fortemente influenzato dal pensiero di Gramsci, era visto con diffidenza sia dalla sinistra che dalla destra. Tra i suoi numerosi libri, i più importanti sono quelli dove ha indagato il tema dell’identità, a partire proprio dall’esperienza dell’ebraicità, come Modernità e ambivalenza (Bollati Boringhieri, 2010) e Il disagio della postmodernità (Bruno Mondadori 2002). Di grande attualità sono anche La decadenza degli intellettuali (Bollati Boringhieri, 1992) e Il teatro dell’immortalità (il Mulino 1995). Più discutibile Modernità e olocausto (il Mulino 1992), seppur di grande interesse soprattutto per le considerazioni contenute nel capitolo “La sollecitazione della cooperazione delle vittime”: dopo tante analisi e riflessioni sulla Modernità e la Postmodernità, funziona poco tentare di spiegare un fatto enorme e terribilmente complesso come lo sterminio degli ebrei come una delle conseguenze della modernità, che fa a pezzi i valori.

Al di là delle analisi sociologiche, quello che meriterà nei prossimi anni di essere approndito è il pensiero etico di Bauman (per citare soltanto un libro: Le sfide dell’etica, Feltrinelli 1993). Lì si trova un serio sforzo di definizione filosofica della morale e di proposta di un’etica che contrasti la barbarie. Centrale per lui è la categoria l’Amore che è “accettazione incondizionata della diversità dell’altro e del suo diritto alla propria diversità (…). L’amore consiste nell’abbracciare l’Altro come valore in sé”.

(pubblicato su "il Sole24Ore", 10 Gennaio 2017)

Francesco M. Cataluccio, saggista e scrittore

Analisi di

10 gennaio 2017

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