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Un testo che fa pensare gli studenti

Come insegnante di storia, leggendo con i miei studenti alcuni documenti del Novecento, spesso mi sentivo rivolgere queste domande: ma prof. perché la gente del tempo non ha visto… non ha ascoltato quello che era così evidente ? Perché è rimasta indifferente? Perché ha creduto alla menzogna?

Dalla mia e nostra presunta posizione di sicurezza come cittadini cresciuti in un’epoca di pace e di democrazia abbiamo seguito la raccomandazione di Primo Levi riferita all’odio irrazionale del nazifascismo: “Se comprendere è impossibile, conoscere è necessario” e a scuola abbiamo studiato, ci siamo interrogati, abbiamo discusso.
Ma abbiamo tralasciato l’altro monito più impegnativo: “possiamo e dobbiamo capire da dove nasce, e stare in guardia… perché ciò che è accaduto può tornare, le coscienze possono nuovamente essere sedotte, oscurate: anche le nostre”.
Già durante l’inaspettata crisi della pandemia ci siamo sentiti fragili, in balia degli eventi, disorientati da informazioni spesso contraddittorie, angosciati per il futuro. E come in ogni crisi, testimoni del meglio e del peggio dell’umanità.
Poi siamo rimasti ancora più stupefatti, inorriditi e increduli di fronte ad una guerra scoppiata nel cuore dell’Europa il 24 febbraio.
Anche noi, come le generazioni del Novecento, non abbiamo visto…ascoltato…preso posizione di fronte a ciò che si stava preparando.
Il libro di Gabriele Nissim è un testo importante, chiaro, forte.
Perché ci parla di chi, attraversando gli orrori del Novecento, ha voluto lasciare un’eredità e un futuro proprio a noi, così abituati alla pace, al benessere, ai diritti tanto da dimenticarci che non possono avere radici sul male altrui e sulle sofferenze generate da guerre e ingiustizie.
Gabriele Nissim non poteva farci regalo migliore in questo tempo così difficile: il suo racconto dell’avventura personale e ideale del giurista ebreo polacco Raphael Lemkin è letteralmente un faro nelle tenebre che stiamo attraversando. Un regalo di speranza.
Lemkin è stato il primo a comprendere, dopo il secondo conflitto mondiale, che senza un’alleanza internazionale e una legge contro i genocidi, approvata dalla Nazioni Unite nel 1948, non era possibile prevenire l’orrore degli stermini.
“Ho sempre voluto accorciare la distanza tra il cuore e l’atto. Vivere un’idea…era il mio slogan” e Lemkin, con incrollabile tenacia e impegno, ha cercato di persuadere con la ragione e di educare tanti leader e diplomatici delle istituzioni internazionali al suo progetto.
Di fronte alle difficoltà ha saputo ritrovare, nella solitudine, la sua coscienza e la forza morale dentro di sé per ricominciare dopo ogni insuccesso, convinto che questa energia interiore sia
“la vita stessa”.
Allo scoppio della guerra fugge dalla Polonia ma il treno, bombardato dagli aerei tedeschi, prende fuoco e Lemkin vaga per giorni nei boschi. “Nella foresta promisi ai vivi e ai morti che se fossi sopravvissuto avrei dedicato il resto della mia vita alla messa la bando del genocidio…Parlare il linguaggio dell’amore… fare un lavoro costruttivo… Così in quella foresta feci due promesse.1) Doveva regnare una legge, affinché niente venisse più distrutto 2) Come insegnavano le arti, bisognava aver fede nella vittoria finale della costruzione sulla distruzione”.
Gli ebrei polacchi erano i primi a non credere al progetto di annientamento totale rispetto alla precedenti forme storiche di antisemitismo: nessuno poteva credere “alla realtà del genocidio perché andava contro la natura, contro la logica, contro la vita stessa”.
Lemkin prende una decisione difficilissima: andare in America e vincere la sua battaglia per prevenire, nel futuro, altri progetti genocidiari, lasciando la sua famiglia che fu massacrata dai nazisti. Un macigno sul cuore che gli rimase per tutta la vita.
Dapprima Lemkin ottiene il visto per la Svezia: a Stoccolma comincia a raccogliere i documenti e i decreti legislativi che i nazisti avevano attuato nei confronti degli ebrei ( alla base del suo libro “ Axis rule”) per mettere in luce che il piano di sterminio di Hitler, già chiaro nelle intenzioni del Mein Kampf, si stava attuando con la guerra . Solo in America, forse, Lemkin avrebbe trovato chi era disposto a salvare gli ebrei.
Presenta a Roosevelt la proposta di adottare un trattato da offrire al mondo intero che faccia del genocidio “il crimine dei crimini”: la sopravvivenza dei popoli e anche degli ebrei sarebbe garantita dal diritto, proteggendo le minoranze e dichiarando che questo è l’obiettivo degli alleati.
Roosevelt, pur consapevole del pericolo per gli ebrei, trova difficoltà ad adottare il trattato: Lemkin deve avere pazienza…ma per il giurista polacco “non si trattava di un conflitto tra il popolo ebraico e la Germania, ma tra il mondo e se stesso” perché era in gioco il carattere morale dell’intera umanità.
L’indifferenza rendeva possibile i genocidi.
Quel nome avrebbe dovuto imporre un nuovo comandamento alla legislazione internazionale: non commettere un genocidio cioè non uccidere, sia in senso fisico ma anche culturale, filosofico e religioso, un gruppo nazionale.
Lemkin aveva evidenziato che un genocidio non è solo un massacro, come già era accaduto nella storia, ma era l’esito di un processo graduale, con leggi miranti alla separazione e distruzione politica e culturale di un popolo, un piano coordinato di varie azioni per distruggere la vita dei gruppi con lo scopo dello sterminio finale.
Al processo di Norimberga Lemkin scrive al giudice Jackson, procuratore per il tribunale internazionale, affinché gli imputati vengano giudicati con l’accusa esplicita di genocidio: ma lo corte, di orientamento diverso, ritiene che la distruzione delle minoranze poteva essere giudicata solo nell’ambito di una guerra illegale.
Per Lemkin invece chi aveva scelto di lavorare nella Gestapo era responsabile in prima persona di crimini contro le leggi dell’umanità, contro principi etici universali al di sopra di una legge nazionale. Nessuna giustificazione per chi affermava di aver obbedito agli ordini ricevuti.
Dopo l’insuccesso per il mancato riconoscimento a Norimberga del crimine di genocidio, Lemkin non si dà per vinto, consapevole che quel processo storico riguardi il futuro dell’umanità.
Creando con tenacia e impegno un ampio movimento di opinione attraverso mezzi di comunicazione, consolati nazionali, uomini di fedi diverse, intellettuali, attiviste, esponenti della società civile Lemkin riesce a far approvare il riconoscimento della parola “genocidio” all’Assemblea delle Nazioni Unite che vota all’unanimità la risoluzione l’11 dicembre 1946.
Dopo un estenuante lavoro sugli articoli del testo della Convenzione, Lemkin la vede finalmente approvata a Parigi il 9 dicembre 1948: scopo principale non è giudicare i carnefici, come a Norimberga, ma mobilitare la comunità internazionale per prevenire i genocidi prima che vengano realizzati.Compito delle Nazioni Unite è salvare i vivi dall’abisso con la dissuasione morale, politica e militare.
Come agire concretamente?
Ogni prevenzione del crimine di genocidio passa attraverso la coscienza del singolo, la sua scelta soggettiva . I genocidiari agiscono liberamente e sono responsabili di un crimine internazionale che è contr il nuovo comandamento per l’umanità se vuole preservare se stessa dalla distruzione. Perchè quando si colpisce un gruppo particolare è tutta l’umanità che soffre e perde parte della sua ricchezza umana e culturale.
“Se agli ebrei condannati dalla Germania non fosse stato permesso nel corso della storia di creare la Bibbia e di dare alla luce uno Spinoza o un Einstein, se ai polacchi non fosse stata data l’opportunità di offrire l mondo un Copernico, uno Chopin, o una Curie…dai cechi un Huns o un Dvorak, dai greci un Platone e un Socrate e dai russi un Tolstoj…ogni nazione avrebbe subito una perdita irreparabile”. C’è un mondo comune da difendere e preservare, per il bene di tutti.
Gli atti di ogni azione criminale rendono evidente l’intenzione: rimanere indifferenti, far finta di non vedere, non capire, non interrogarsi, rimanere chiusi e insensibili al dolore altrui ritenuto incomparabile col proprio, indebolisce se stessi e l’intera umanità. Qualsiasi azione di genocidio poggia su discorsi irrazionali di odio tesi a convincere l’opinione pubblica e a schiacciare, con parole di disprezzo e disumanizzazione per il “nemico”, la naturale pietas che abita il cuore umano.
Il diritto di interferenza delle Nazioni Unite per dirimere le tensioni interne tra stati, con sanzioni e tribunali internazionali, hanno un valore di deterrenza e dissuasione e mostrano che la responsabilità è sempre individuale e che bisogna attuare una politica di prevenzione.
Pur ammettendo l’intervento militare come ultima ratio, le Nazioni Unite, nello spirito di Lemkin, hanno proposto il principio dell’intervento umanitario per proteggere militarmente le popolazioni minacciate dai genocidi.
PREVENZIONE e RESPONSABILTA’: ecco le parole chiave che Lemkin ci lascia e che Gabriele Nissim ci ripropone con un approfondito esame delle riflessioni sulla Memoria di testimoni e autori del Novecento.
Il libro offre al lavoro di docenti e studenti spunti di lettura e discussione per realizzare quella prevenzione che, solo attraverso la cultura, può generare un pensiero e un’azione efficaci nella società e nelle nuove generazioni.
Come ha affermato di recente Vito Mancuso (La Stampa, 29 aprile 2022): “Ricostruire significa ridare spessore cognitivo agli ideali di cui gli esseri umani si sono sempre nutriti: verità, bene, giustizia, bellezza, anima, spirito, armonia, amore, amicizia, lealtà, sincerità, onestà, virtù. Dopo un secolo in cui si è fatta filosofia con il martello riducendo l'etica nel costume comune a pratica irrilevante e spesso oggetto di sarcasmo, ora è il momento di generare un pensiero che usi la cazzuola..” cioè che ricostruisca la nostra condivisa umanità.
Non si può più fare Memoria in un modo identitario e nazionalista perché gli orrori della Shoah e di altri genocidi del Novecento ci hanno aperto gli occhi sul nostro destino comune che la globalizzazione non fa che ricordarci ogni giorno.
Per Simone Veil la Shoah era “ specifica e universale”, per Primo Levi il male che alberga nell’essere umano e che ha mirabilmente descritto nella “zona grigia” ci interroga personalmente sulla nostra responsabilità. Come dice Nissim “ Levi mi ha insegnato a guardare la Shoah come un male estremo che tocca tutta l’umanità. Non è qualche cosa che riguarda solo gli ebrei…( Levi) Era prima uomo e poi ebreo, come mi sento anche io”. Primo Levi, come testimone, aveva scelto la scrittura, il dialogo nelle scuole, il lavoro continuo dei piccoli passi nell’educazione dei giovani. La vera rivoluzione è sempre personale.
L’ultimo capitolo del libro è dedicato a quei pensatori che con i loro comportamenti individuali e con l’esempio morale hanno incarnato i valori per cui hanno vissuto: non c’è forza più tenace e travolgente nella società di persone autentiche, aperte, solidali e compassionevoli!
Jan Patocka, ispiratore di Charta 77,Moshe Bejski artefice del Giardino dei giusti, Hannah Arendt, Yeuda Bauer e la loro riflessione sull’etica della responsabilità.
E ancora: Vasilij Grossman che crede non in un “bene universale”, strumentalizzato dal potere fanatico, ma “nella bontà…la bontà dell’uomo per un altro uomo, una bontà senza testimoni, piccola senza grandi teorie. La bontà insensata potremmo chiamarla. La bontà degli uomini al di là del bene religioso e sociale”.
Questo libro è un tesoro prezioso: raccoglie parole, idee e comportamenti che profumano di futuro, allargano il cuore e la mente con ampi orizzonti, alimenta il desiderio di fare, di rimboccarsi le maniche con l’impegno personale e civile. 
Anche se a volte pensiamo con sconforto che non impareremo mai, come esseri umani, ad avere orrore della violenza gratuita, “qualcosa di nuovo sotto il sole si costruisce davvero, e questo è la coscienza: la coscienza nella sua capacità di consapevolezza, di creatività, di responsabilità, e quindi libera… Ed è questa humanitas che va ricostruita.” (Vito Mancuso).
L’indifferenza si vince con la fiducia: “Continuiamo a credere che la vita e la libertà siano una cosa sola e che non ci sia nulla di più sublime dell’umano nell’uomo” (V. Grossan).

Buon lavoro artigiani di pace!

Arianna Tegani, Commissione Didattica Gariwo

Analisi di

4 maggio 2022

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