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Una ricostruzione del percorso memoriale senza risparmiarne luci ed ombre

recensione di Giovanna Grenga

Pubblichiamo di seguito la recensione a cura di Giovanna Grenga del nuovo libro del presidente di Gariwo Gabriele Nissim "Auschwitz non finisce mai. La memoria della Shoah e i nuovi genocidi" (Rizzoli, 2022).

Il saggio Auschwitz non finisce mai, tra le più belle scritture dell’Autore, è articolato in due parti distinte ma strettamente collegate. Nella prima parte Gabriele Nissim ripercorre la politica memoriale legata, in Europa e Israele, al ricordo delle vittime delle persecuzioni razziali, la genesi delle parole che caratterizzano ed esprimono il percorso memoriale dei sopravvissuti e l’interpretazione pubblica che se ne è data. La ricostruzione del percorso memoriale viene esaminato dall’Autore senza risparmiarne luci ed ombre, “le trappole della memoria”.

Un capitolo dedicato significativamente a Spinoza funge da cerniera per passare al giurista polacco Raphael Lemkin e alla sua battaglia per la definizione e la prevenzione dei genocidi.

Il riconoscimento della Shoah è stato un lungo cammino. Moshe Bejski, l’artefice del Giardino dei Giusti di Gerusalemme, conosceva la difficoltà di parlare in Israele della sua deportazione in Polonia, perché c’era il mito dei combattenti sionisti, contrapposti agli ebrei della diaspora che sarebbero andati a morire come pecore al macello. Nell'Israele del dopoguerra veniva glorificata la resistenza armata e pertanto gli ebrei che non avevano cercato di salvare la propria vita sarebbero stati in parte responsabili della propria sofferenza e morte.

Questo mito viene oggi criticato come una forma di biasimo della vittima, ma i sopravvissuti ai campi di sterminio subirono un diffuso misconoscimento che ha toccato in generale gli ebrei della diaspora e i non ebrei assassinati nella Shoah. Non a caso, quando la presidente del parlamento europeo Simone Veil si recò a Bergen-Belsen protestò perché ancora nel 1980 non c’era stato un riconoscimento ufficiale dello sterminio dei Rom e dei Sinti. Lei, come sopravvissuta ebrea, non poteva accettarlo. Nissim riconosce a Simone Veil di essere stata la paladina del riconoscimento della storia unica e particolare delle vittime ebraiche non più messe in secondo piano dalle storie dei resistenti.

Di particolare rilevanza nel volume è l’indagine sul concetto di unicità della Shoah, concetto che, come Nissim ricostruisce, si genera da due avvenimenti del 1967. Si tratta della Guerra dei sei giorni in Medio Oriente e di un importante convegno di intellettuali a New York, dove si cerca di definire la missione degli ebrei dopo la catastrofe.

Si introduceva, dopo questi due eventi, un procedimento completamente diverso da quello da cui Primo Levi aveva tratto una riflessione sulla condizione umana in generale. “Invece di diventare un monito sui meccanismi che possono portare a un genocidio, si dà loro un fine escatologico” fino ad arrivare ad una interpretazione religiosa, della Shoah. La missione di Israele quale luce nel mondo si sarebbe realizzata attraverso tre catastrofi: prima con la distruzione dei due templi di Gerusalemme e poi ora con la Shoah. Impegnarsi per il sostegno politico a Israele era un modo pratico per onorare questo nuovo comandamento.

Nelle ali più estreme dell’ortodossia religiosa, si attribuisce la Shoah alle colpe “storiche” degli ebrei; avere intrapreso la strada dell’illuminismo, avere cercato l’assimilazione, avere perseguito gli ideali socialisti nel movimento bundista, avere ricercato un’identità laica o il riformismo religioso.

Un ragionamento che sembra analogo a quello di chi, fuori dal mondo ebraico, si chiede se gli ebrei abbiano fatto qualcosa di male che abbia poi scatenato la loro persecuzione. È un discorso che più che attribuire colpe agli ebrei ha l’intento di “salvare l’opera di Dio”.

Secondo lo storico israeliano Yehuda Bauer, studioso dell’Olocausto, si tratta di posizioni che impediscono di analizzare la Shoah come fatto storico e aprono la strada a interpretazioni messianiche del sionismo e del futuro dello Stato di Israele, creando danni enormi anche agli ebrei. Domandarsi il perché della Shoah significa cercare le motivazioni che spingono gli esseri umani a commettere nella storia crimini di genocidio e, in particolare, indagare sull’ideologia che spinse i nazisti a realizzare la soluzione finale. La riflessione andrebbe piuttosto indirizzata verso “un esame e morale dell’umanità e verso le forme possibili di prevenzione dei genocidi” scrive Bauer mettendo in discussione quell’idea di «unicità» della Shoah che proietta lo sterminio in una dimensione extrastorica, mentre riporta la riflessione all’interno della categoria dei genocidi e pone al centro le responsabilità degli uomini, su questa terra, verso un genocidio che definisce “senza precedenti ma non unico”.

Così sintetizza l’Autore la posizione di Bauer: “Se dicessi che è stato unico, cioè che ne è accaduto solo uno nella storia, potremmo dimenticarlo, perché non avrebbe più importanza per i vivi: è successo una volta e non verrà ripetuto. Anche l’“unicità” implica che sia intervenuto qualche fattore extrastorico, qualche Dio o qualche Satana. Ma il genocidio degli ebrei fu il prodotto dell’azione umana e quelle azioni furono prodotte da motivazioni umane. Nessun Dio o Satana era coinvolto. Pertanto, l’Olocausto è stato senza precedenti, non unico."

Diceva nel 1996 Vittorio Foa in un’intervista alla Shoah Foundation, quando ancora la discussione sull’unicità era un momento di pacato riflessione e non uno scontro senza quartiere fra opposte visioni dello sterminio degli ebrei: “Io non ho mai accettato l’idea dell’unicità. Perché se una cosa è unica non è pensabile, è indicibile. Invece la Shoah bisogna pensarla, non si può ridurla all’ineffabile. Non bisogna pensarla solo come un evento perché così facendo riduco il suo significato. Dico: “C’erano i tedeschi, è successo questo, adesso non ci sono più i tedeschi, non succederà più”. Invece erano meccanismi nuovi, non meccanismi del passato, da superare come elementi di barbarie. Elementi vivi che possono riprodursi in ogni momento in mille altre forme se non li controlliamo subito”.

Analizzare la singolarità della Shoah nella storia resta tuttavia un passaggio fondamentale perché ogni volta, di fronte a nuove atrocità di massa, la comparazione permette di cogliere le differenze e le somiglianze. I genocidi vanno quindi letti all’interno di una medesima catena come hanno dimostrato gli studi di Yehuda Bauer e quelli, che pure Nissim cita, di Avraham Burg, deputato laburista e presidente del Parlamento israeliano, e tra i fondatori di Peace Now.

L’Autore ricorda la presenza a Roma, a Montecitorio, dello storico Burg nel 2003 “Sono contento di essere nel Parlamento italiano per tessere l’elogio di Bejski, che ho voluto accompagnare per questo suo viaggio a Roma perché ritengo che ricordare i Giusti sia una delle cose più importanti che ha fatto il mio Paese. Ma ritengo che in Israele la memoria della Shoah sia per noi la questione esistenziale non risolta. Ne siamo troppo condizionati”.

Riteneva Burg che gli israeliani vivessero in uno stato di vittime permanenti e auspicava che non vedessero più la Shoah come una questione che riguarda solo gli ebrei e che non leggessero il conflitto israeliano-palestinese con gli occhi della Shoah; pensava che si dovesse ribaltare il discorso sulla memoria e collegare la battaglia all’antisemitismo nel mondo alla denuncia di ogni forma di odio. Israele doveva diventare la sede delle memorie di tutti i genocidi.

Nella sua riflessione dall’interno Burg esprimeva una tensione ideale che potrebbe riguardare ogni Paese che ha subito nella sua storia un genocidio. “Non bisogna rimanere ancorati a un dolore specifico ma prenderne le distanze e universalizzarlo, facendo del proprio Paese una diga contro ogni nuova forma di male estremo”.

Queste considerazioni riconducono al dilemma di chi ritiene che nelle giornate della memoria la responsabilità debba fermarsi al ricordo “perenne e ostinato delle vittime di Auschwitz”, senza estendersi invece alle buone scelte che si compiono nel nostro tempo con una memoria responsabile, che ci riporta al nostro agire nel tempo presente. A lungo la memoria è sembrata solo ricordarsi dell’offesa subita. Ma la memoria non è solo questo, sostiene l’Autore, che promuove la costruzione in tutto il mondo di Giardini dedicati alla memoria dei Giusti. Perché la memoria è anche ricordo delle scelte fatte, dei bivi a cui ci si è periodicamente trovati e dei percorsi che si sono intrapresi per rispondere alla barbarie e alla violenza che si doveva fronteggiare per non subire più. In questo caso memoria è sottolineare la capacità che ha accompagnato la scelta della libertà, dando forma e vita a un progetto per il futuro.

Giovanna Grenga, docente e co-referente del Giardino dei Giusti di Roma

Analisi di

9 maggio 2022

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